Le avventure di Guizzardi di Gianni Celati

Se qualcuno mi chiedesse un solo aggettivo per definire Le avventure di Guizzardi di Gianni Celati (Einaudi 1973), direi: stupefacente. Anche a distanza di 34 anni dalla pubblicazione. Anche a una seconda o terza lettura. Di fatto, si sa, questo libro esce in un periodo di insofferenza per la forma romanzo. Rare le eccezioni, solo qualche nome: La storia di Elsa Morante (1974), Corporale di Paolo Volponi (1974), Sciascia, Calvino, Satta e pochi altri.

Prima di passare a una produzione più seriosa, Celati ci ha regalato uno straordinario trittico comico di cui fanno parte, oltre a Le avventure di Guizzardi, La banda dei sospiri (Einaudi 1976) e Lunario del paradiso (Einaudi 1978), poi confluiti tutti in Parlamenti buffi (1989), che influenzeranno molti giovani scrittori come Tondelli (che sarà anche suo allievo al DAMS di Bologna), Palandri e Cavazzoni.

Colpisce innanzitutto l’operazione linguistica messa in atto da Celati, in contrasto con i rumorosi dettami neoavanguardistici.
Influenzato da Céline di cui, più tardi, sarà traduttore, ma anche dal cinema muto e dal jazz, Celati inventa per Danci Guizzardi un linguaggio personalissimo, un parlato sgrammaticato che mescola alto e basso, e pieno di anacoluti. E proprio dal basso arrivano le soluzioni più interessanti, non a caso Celati con un occhio guarda sì a Céline, ma con l’altro guarda a Bachtin che gli suggerisce la potenza eversiva del riso.

Ne viene fuori un personaggio tragicomico, sbeffeggiato e maltrattato dal «mondo infame» da cui non può far altro che scappare, incappando però sempre in guai peggiori. Di qui il suo vagabondare incantato da un posto all’altro. Danci Guizzardi è, sì, un tipo stralunato e poco incline alla violenza, ma non è esattamente uno stinco di santo, tant’è che alcune avventure piuttosto sgradevoli lo spingono a fare cose anche crudeli. Ma lui proprio quel «mondo infame» non lo capisce e, forse, con quel suo modo di parlare nemmeno il mondo capisce lui. Insomma, incomunicabilità, direi, nonostante le lezioni di lingue estere che prende ai giardini pubblici dalla signorina Frizzi, l’unica persona cui vale la pena affezionarsi sul serio.

Alla fine delle sue avventure picaresche, dopo tutto quello che gli tocca passare, Guizzardi ne esce naturalmente cambiato. Ma non nel linguaggio magmatico che Celati ha inventato per lui.
E per noi.

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