"Il senso del dolore" di Maurizio de Giovanni

"Il senso del dolore". L'inverno del commissario Ricciardi" passa ancora per i vicoli di Napoli e per i suoi "morti che parlano". Dopo "Mammarella" e "Gli altri fantasmi" ecco un altro viaggio nella partenope più vera, quella che risuona tra i lastroni di lava percossi dai piedi di quell'uomo di giustizia senza cappello, che abbiamo già visto più volte in azione.

E de Giovanni ritorna alle origini, approfittando dell'ennesimo fatto di cronaca sanguinosa, fa un passo indietro per spiegarci la ragione delle "particolarità sensoriali" del suo investigatore. Tra ricordi lontani e ipotesi presto confermate si fa presto ad immaginare uno scenario non proprio edificante, soprattutto per un tenero infante:

E Luigi Alfredo aveva compreso che non avrebbe mai più potuto parlarne con nessuno, che quel marchio sull'anima ce l'aveva solo lui: una condanna, una dannazione.
Negli anni che seguirono Luigi Alfredo andò definendo i confini del Fatto. Vedeva i morti. Non tutti e non a luogo: solo quelli morti violentemente, e per un periodo che rifletteva l'estrema emozione, l'energia improvvisa dell'ultimo pensiero. li vedeva come in una fotografia che fissava il momento in cui si era conclusa la loro esistenza, con i contorni che andavano man mano sbiadendosi fino a scomparire, anzi, come in una pellicola, di quelle che aveva visto qualche volta al cinematografo, che però replicava sempre la stessa scena. L'immagine del morto con i segni delle ferite e l'espressione dell'ultimo attimo prima della fine; e le ultime parole, ripetute incessantemente, come a voler finire un lavoro cominciato dall'anima prima di essere strappata via.

La sinossi e un estratto in anteprima.

Immagine da abc.es

Via | einaudi.it

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