Il digiuno dell’anima di Pierluigi Panza

di Mauro Marino

Lei è la “prima” anoressica di Milano, nessuno riuscirà a dare un nome al suo male. Era la ragazza che non si era mai sentita amata come avrebbe voluto.
Una madre ed una figlia abitano le pagine de “Il digiuno dell’anima”, nell’immobilità di un interno borghese. Un ‘decoro’ che sgomenta: tutto è in ordine, immutabile, puro, ‘santo’. La famiglia recinto, la famiglia che scorda l’essenziale emozionale rifugiandosi nelle regole, nelle consuetudini, nel vuoto che solo la malattia altera, trasgredendo ogni decenza, ogni possibile difesa. Una storia tragica ma anche per molti versi paradossale quando saggiamo l’ostinazione e la determinazione di chi sceglie di ‘affamarsi’.
Abbiamo letto molte storie di anoressia. Racconti di donne che scrivono il loro calvario, questa volta è un uomo ad accompagnarci in quel labirinto di ossessioni. Pierluigi Panza ci racconta la storia di una adolescente - lo fa in prima persona, come in un diario - lasciandola per scelta senza nome. “Anche se naturalmente si tratta di una ricostruzione, ho conosciuto questa ragazza, l'ho frequentata per molti anni e ho avuto modo di accedere ai suoi diari, su questo ho costruito il romanzo” spiega Panza. L’autore non vuole rivelare se la ragazza cui si ispira la storia è ancora viva, la protagonista del romanzo muore dopo trent'anni di dolore nei pressi di Siena, la città di quella Santa Caterina per cui la ragazza ha una vera ossessione.
Milano rimane il centro della vicenda, una Milano ai tempi completamente colta alla sprovvista dalla malattia: “La popolazione comune nemmeno sapeva esistesse l'anoressia. I giornali non ne parlavano. Casi conclamati non emergevano. Non esistevano ospedali specializzati. Era il dopoguerra e per i primi borghesi alfabetizzati su larga scala che uscivano dall'universo della povertà, era davvero difficile pensare che il ‘non mangiare’ fosse una malattia”. Eppure qualche medico che si rese conto del fenomeno ci fu. “Tra i primi medici a seguire la prima anoressica ci fu una psicoterapeuta, ora scomparsa, che era proprio in quei mesi tornata dagli Stati Uniti e provava a studiare i primi casi di coscienza contemporanea del male. Ma era comunque troppo tardi: la ragazza era già avviata sulla strada della morte».
Ora, a quarant'anni di distanza dall'inizio della storia narrata ne “Il digiuno dell'anima”, le psicopatologie legate ai disturbi alimentari sono così diffuse ed estese che è facile riconoscerle. Ma non altrettanto facile curarle e avvicinarle, almeno secondo Panza: “Sono contrario ai messaggi incoraggianti dei sopravvissuti. Negli elementi giovanili e più deboli ha l'effetto contrario a quello che si vuole ottenere: induce a pensare che si possa passare attraverso l'inferno, uscirne vivi e diventare protagonisti del mondo dei media. Inoltre i centri specializzati continuano ad essere pochissimi, privati e molto costosi anche se quelli di Milano sono tra i più avanzati. Inoltre sono gli stessi anoressici a non voler essere classificati: continuano, oggi come allora, a passare da gastroenterologia a psichiatria a neurologia. Il loro gioco fantastico, che è parte della malattia, consiste proprio nello sfuggire ad ogni classificazione”.

Le dichiarazioni di Pierluigi Panza sono tratte da un’articolo di Stefania Vitelli apparso su “Il Giornale” (11.06.2007).

Pierluigi Panza
Il digiuno dell’anima
Bompiani, pp 128, euro 14.00

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