L'Incanto delle Macerie di Rossano Astremo

di Nunzio Festa

I versi barocchi di Astremo per uscire dalla techno della guerra. Nelle zone ancora rimaste libere dai ruderi dello spettacolo di decomposizione troviamo L’incanto delle macere, ultima silloge poetica armoniosa e rocciosa di Rossano Astremo. Ad anni di distanza da Corpo poetico irrisolto, il poeta, saggista e giornalista pugliese torna a scoprire le proprie vene. Astremo in questa grande opera, pone al centro del disegno un motivo fondamentale: nell’autodistruzione, “E’ qui che resteremo”. Nell’impeccabile prefazione al volume, Flavio Santi, fra le altre cose appunta che (questa poesia) “Dica di una storia d’amore che, consentaneo specchio del mondo, è finzione nel momento in cui è reale, ed è reale nel momento in cui finge (…) Dica di un mondo dove guerra è sempre: ‘Iraq è metonimia della globale devastazione’. Di un mondo visto come enorme e roboante discoteca dove techno e pop music scandiscono la forza degli stessi versi, sublimandoli e desublimandoli schizofrenicamente”. E in questo manto puzzolente fatto di guerra che deve morire, la luna bodiniana non è più la stessa, perché “Barboni coperti di merda / dormono in lerce vasche da bagno”. Quindi la parola, che è resa, non può che testimoniare. Fare poesia. Ma chi segue la scia della fine, occorre ripartire, sono quei due corpi, “due corpi che si amano e assistono al crollo”. Spettacolo nello spettacolo, infatti, è il crollo. Come tutti i crolli, quello assoluto, è altrettanto affascinante. Porta incanto. Come le macerie fanno parte dei caffé presi in bocca al risveglio e lo schianto delle vertebre. I componimenti sono uniti quasi a farsi poema, ma non sono corpo unico. Una poesia presa singolarmente ha questa potenza: “Uomini, con bava che cola / sui colletti delle camicie, hanno in mano / le sorti del mondo e consumano baccanali / in palazzi orwelliani: fuori tutto è devastazione. La libertà non è più un muro che crolla, / la guerra ha dato fuoco al legname / pregiato della speranza, ed ora il nuovo / millennio mostra lo scandire ritmico / campi di morte, cani inselvatichiti / cristi sciancati. Uomini, con lardo / che stilla dai loro cervelli, bevono / e mangiano assieme, discutendo ubriachi / la messa a punto della catastrofe globale”. Dove l’amore è già espresso e sarà ancora espresso, dove la corda è tesissima, questo è un esempio della lucidità espressiva e Visionaria di Astremo. Il poetare di Rossano Astremo incontra senz’altro elementi che sanno d’impostazione beat contagiata e poi cullata dai confini culturali d’un Meridione che guarda sempre più a Sud e a Est, bagnato di Balcani e mari. L’ipotesi di sopravvivenza non è in discussione dentro L’incanto delle macerie. Perché per vivere ancora basta rinunciare ad ammazzarsi. Invece l’obiettivo del poeta è quello di andare coi piedi nei resti che già appaino alla vista. Fermarsi, respirare. Poi andare avanti con il petto legato ai seni della donna che è con lui. L’intimità delle liriche esplodono, e lo scoppio è addirittura amplificato dalla scelta linguistica espressiva dell’autore. Gli accenti e gli eccessi barocchi, lunghi dall’occludere spazi di comprensività, aiutano a trovare la lenta giusta per l’osservazione. La perfezione delle versificazione e la cura del frammento più minuscolo sono i sali minerali di un’opera che fa da canto silenzioso alla fine della vita. Spegnendo la musica techno si avrebbe il resto.

L'incanto delle macerie sarà presentato a Lecce c/o il Fondo Verri venerdì 4 maggio alle ore 20.00.

  • shares
  • Mail