Giorno della memoria 2017

Come ogni anno si ricordano le vittime dell’Olocausto. È giusto ridurre la memoria a un evento?

L'ingresso del campo di concentramento di Auschwitz

Domani sarà, come accade ogni 27 gennaio da alcuni anni a questa parte, il Giorno della Memoria, la giornata internazionale per ricordare le vittime dell’Olocausto. Con la risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1° novembre 2005 è stato deciso di ricordare le vittime dello sterminio nazista, nell’anniversario della liberazione di Auschwitz a opera delle truppe dell’Armata Rossa, avvenuta il 27 gennaio 1945.

Si può molto discutere sulla natura “proprietaria” del concetto di memoria, su come il genocidio degli ebrei sia stato assunto a emblema di persecuzioni e detenzioni di massa marginalizzando orrori simili a quello della Shoah: i gulag in Unione Sovietica, i pogrom contro gli ebrei stessi fra Ottocento e Novecento, il genocidio degli armeni e quello a opera dei khmer rossi, i desaparecidos argentini, i campi di concentramento in Bosnia e il campo di prigionia di Guantanamo. Questo per limitarci al Novecento e ai primi anni del nostro secolo, senza voler includere nella lista delle persecuzioni di massa il presente non ancora storicizzato delle guerre liquide e delle persecuzioni digitali dei droni.

Come tanti altri prodotti difettosi dell’Onu, il Giorno della Memoria, nato sotto i migliori auspici, assomiglia a quelle operazioni di tokenismo che si fanno per accontentare l’opinione pubblica in prossimità delle scadenze elettorali o al green washing che le grandi corporation fanno spendendo 1 dopo avere guadagnato 1000 incuranti dell’impatto delle loro attività sull’ambiente.

C'è poi un altro aspetto, quello del Giorno della Memoria trasformato in un'occasione commerciale: in questi giorni alcuni negozi online offrono i film sulla Shoah con forti sconti. Business is business.

loewenthal_memoria.jpg Il 27 gennaio, quindi, tutti a ricordare l’Olocausto. Sacrosanto. Ma così come tutte le altre giornate (della Terra, dell’Acqua, della Donna, dell’Ambiente e del Libro), la celebrazione di domani riduce a “evento” ciò che dovrebbe essere prassi quotidiana. Qualcuno potrebbe dire che sono comunque momenti pensati per ampliare la presa di coscienza su determinati argomenti e questo può essere vero. Per essere davvero utile il Giorno della Memoria deve essere un punto di partenza, non un punto di arrivo. Deve entrare in relazione con tutto ciò che non funziona nel nostro presente, con le nuove forme di prevaricazione dei deboli, le guerre occulte, le forme di discriminazione, le violazioni dei diritti umani.

A forza di ripetere "per non dimenticare" ci si illude che il Male con la maiuscola sia stato debellato e che si debba soltanto sorvegliare affinché questo non si manifesti nuovamente. Ma il Male c'è, in tutti i continenti, e l'Occidente che ha eliminato da una ventina d'anni i campi di concentramento sente comunque l'esigenza di costruire muri, incastellarsi come in un Nuovo Medioevo multipolare.

La soluzione ottimale sarebbe diluire lo sforzo collettivo ed episodico del Giorno della Memoria nel corso dell’anno, con un’educazione all’alterità diffusa e concreta che neutralizzi tutti gli estremismi identitari che nutrono il populismo razzista. La questione non si chiude sconfiggendo l’antisemitismo. Ci sono tante altre forme di estremismo identitario altrettanto urgenti da sconfiggere. Prendiamo l'Italia: lo stesso paese che approva una legge che condanna penalmente il negazionismo consente quotidianamente ai leader della destra di costruire il proprio rapporto con l’elettorato sulla demonizzazione degli stranieri.

Qualche anno fa, per i tipi di Add Editore, la scrittrice Elena Loewenthal ha pubblicato Contro il Giorno della memoria, un saggio frutto di una riflessione sul moltiplicarsi di eventi e occasioni di ricordo della Shoah. Scrittrice, studiosa e traduttrice, con una lunga esperienza sui testi della tradizione ebraica e nella traduzione della letteratura israeliana, Loewenthal parla dell’Olocausto spiegando che “se anche non dovesse accadere mai più, non sarà per merito della memoria, ma del caso”.

Scrive in un passaggio significativo del suo libro:

“Altro che Giorno della Memoria. Ci vorrebbe quello dell’oblio, per me. O almeno la possibilità di sistemare tutta quella memoria su una nuvola, come si fa adesso. Non perché sia vuoto, anzi. L’oblio non si fa con il vuoto, ma con il pieno, come il troppo pieno. È una forma di difesa dall’angoscia, una pulsione di vita, l’oblio: così spiega Simon Daniel Kipman in L’Oubli et ses vertus. Anche lui, che è psicoanalista, al dovere della memoria contrappone il diritto all’oblio e soprattutto il diritto alla trasformazione in tracce meno tossiche e più confortevoli dell’‘iscrizione traumatica e traumatizzante del ricordo’”.

Una prospettiva controcorrente, lucida e coraggiosa, che propone una "manutenzione" alternativa del passato e una trasformazione del trauma in qualcosa di realmente costruttivo, al di là della retorica a cadenza annuale.

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