Don DeLillo racconta Zero K

Al Circolo dei Lettori di Torino l’incontro con uno dei più importanti scrittori viventi

La prima parola che viene in mente è "sobrio". Al Circolo dei Lettori di Torino Don DeLillo non gigioneggia, riempie la sala, legge l’incipit di Zero K – per certa critica il suo migliore romanzo dai tempi di Underworld -, risponde alle domande, ma non pontifica, non eroga le lezioni di letteratura che forse qualcuno si aspetta. Lo scrittore è in perfetta sintonia con il noto understatement della città che lo ospita. DeLillo parla della sua di letteratura, descrive una scrittura che nasce da un’immagine che si trasforma in parole scandite dal ticchettio della macchina per scrivere.

Già perché DeLillo, ottant'anni il prossimo 23 novembre, uno dei massimi scrittori viventi, nel suo ultimo romanzo ci parla di ibernazione, del tentativo di differire la morte, dell’avanguardia del tecno-capitalismo.

Protagonista del romanzo è Jeffrey Flockart il cui padre, Ross, ha avviato in gran segreto, con l’azienda Convergence, un processo che porterà all’ibernazione di Artis Martineau, la giovane moglie malata e morente. L’idea è ibernare il corpo per risvegliarlo quando sarà stata trovata una cura per la sua malattia. Fantascienza? Per niente. Quella di DeLillo è una riflessione sul presente, nata, a detta dello scrittore, da una singola immagine:

“Chi legge i miei romanzi sa che io incomincio sempre da un’immagine e la seguo finché si travasa in parole. In questo caso ho visto degli edifici alti, in una zona deserta, nei pressi di un fiume. Poi quest’immagine si è trasformata ed è diventata quella di un complesso sotterraneo. Io non faccio alcuno sforzo per quello che creo, parto sempre dal presupposto che i lettori lo accetteranno”.


All’intervistatore Giuseppe Culicchia che gli chiede come mai uno scrittore che utilizza la macchina per scrivere si avventuri nel mondo dell’hi tech e della scienza, DeLillo risponde affermando che non c’è bisogno di essere guardiani dello zoo per scrivere di scimmie: “Non uso le tecnologie, ma ci penso, rifletto sulle questioni legate al loro sviluppo. Ho grande rispetto per la tecnologia”.

La scienza e la tecnologia adempiono, per DeLillo, al ruolo che veniva ricoperto in passato dalla religione e in tal senso il prolungamento della vita è un argomento sul quale è aperto un dibattito etico, così come si discute sulla possibilità di rinascere e di darsi una seconda vita.

Zero K non potrebbe esistere senza una visione apocalittica del mondo. All’interno della Convergence – l’azienda deputata all’ibernazione dei corpi – scorrono immagini di pandemie, disastri ambientali, atti terroristici ed episodi di violenza. La scelta di Ross Flockart è anche una fuga dalla società, dalla storia e da un mondo che non promette nulla di buono:

“Nella complessità di Convergence ci sono due aspetti fondamentali: il primo è il prolungamento della vita, la possibilità di riprendere la vita oltre la morte, di acquistare la propria immortalità, il secondo aspetto rilevante è il fatto che coloro che lavorano alla Convergence si trovano sottoterra e si stanno nascondendo da una catastrofe ormai imminente”.


In questa catastrofe il capitalismo ha un ruolo determinante. La critica al sistema capitalistico d’altronde è uno dei punti fermi della scrittura di DeLillo, ma in Zero K la sua attenzione sembra soffermarsi su un tema esistenziale e filosofico:

“Il tempo ha svolto un ruolo molto importante nelle cose che ho scritto negli ultimi vent’anni. Una volta ho interrogato sulla questione un professore di filosofia di Princeton e lui mi ha risposto, molto semplicemente, che il tempo è un argomento troppo difficile da spiegare. Alcuni filosofi sostengono una teoria secondo la quale ciò che ci accadrà in futuro ci è già successo ma noi non lo sappiamo. Ecco, per me il tempo resta un mistero”.

don_delillo.jpg Anche se l’argomento scientifico-filosofico della sfida contro la morte sembra colonizzare l’intero testo, DeLillo spiega come Zero K sia anche una riflessione sulla famiglia, sulla relazione fra un figlio e suo padre, fra un figlio e la madre e la matrigna: “La mancanza di senso provata da Flockart e il suo proiettarsi nell’anonimato sono un modo con il quale il figlio tenta di affrancarsi dalla figura paterna”.

Il libro si conclude con l’immagine dello sguardo di un bambino colta da Jeffrey mentre sta attraversando Manhattan al tramonto. Una scelta che è totalmente autobiografica: “Non è un finale positivo, ma è soltanto una cosa che è successa a me. Sono io ad avere visto il tramonto sull’Hudson e sono io che ho visto quel bambino che urla perché in quell’urlo c’è la natura che è in lui. È una scena di cui sono stato testimone e ho deciso di metterla a sigillo del mio libro”.

Dopo l’incontro di questa mattina con gli studenti della Scuola Holden di Torino, domani, mercoledì 26 ottobre, alle 20.45, Don DeLillo presenterà Zero K presso il Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, a Genova, Piazza Giacomo Matteotti 9.

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