Intervista a Sara Bilotti

Intervista a Sara Bilotti Sara Bilotti, napoletana classe 1971, non è un nome nuovo per Booksblog. Nelle nostre pagine ci è già capitata lo scorso ottobre, quando vi abbiamo fatti partecipi dell'entusiasmo ispiratoci da “Per tutti i bambini senza voce”, prima tappa della "Maratona del racconto condiviso" organizzata da Thrillerpages, per ritornarci solo qualche giorno fa, con la sua raccolta di racconti dal titolo forte e difficile. "Nella Carne" non ci sono infatti solo le sue parole, ma anche l'alone di personaggi dall'estrema sofferenza, uomini e donne dipinti a tratti scarni e confrontati ad alcune tra le prove più micidiali dell'esistenza, pesanti burattini di un Demiurgo affascinante, che sotto l'aspetto sottile e la lunga criniera scura, rivela accenni di libero arbitrio e tratti di sulfureo sapere.

“Nella carne” è un esordio oscuro, che scava nella facciata perbenista e ne tira fuori il marciume. L'alone quasi liberatorio, persino ermeneutico, che emanano le parole dure e gli scenari scalfiti a suon di dure rivelazioni, è un'impressione da lettrice oppure l'effetto di una precisa volontà di svisceramento?
Non la definirei una volontà, piuttosto una necessità. Ho vissuto per anni in una piccola comunità, sentendomi sempre fuori luogo, inadeguata in ogni situazione. Poi, all'improvviso, ho scoperto una crepa nella facciata perbenista e ipocrita delle persone che mi circondavano, e ho capito. Avevano tutti un copione, tutti tranne me: ecco perché nella rappresentazione della società che mettevano in atto io non sapevo mai qual era il modo giusto di agire, di vivere, di rispondere. Ho allargato la crepa e ho visto tutto il marcio, tutto assieme: l'unico modo per liberarmi del peso di quella consapevolezza era scriverne, velocemente, e con tutta la sincerità possibile.

Storie strazianti, di un cinismo controllato ma non nascosto per far emergere una realtà forte e lontana da qualsiasi cliché buonista. Si tratta della testimonianza vitale di una Sara Bilotti che non ha intenzione di girare la testa e sputa fuori tutta la valanga di menzogne e di segreti che, chiusi nel buio delle stanze troppo a lungo, impestano l'ambiente?
Sono profondamente convinta che il Male vada sviscerato in qualche modo, per riuscire, almeno in parte, ad arginarlo. La non-accettazione del Lato Oscuro è causa di un disagio esistenziale che, con il passare del tempo, porta irrimediabilmente alla nevrosi, a una frustrazione dolorosa, che si ripercuote sui rapporti, soprattutto quelli familiari. Non ho mai girato la testa e non lo farò mai, così come mai negherò di avere angoli bui e segreti nascosti. Confessarlo, soprattutto a me stessa, mi rende libera.

Il nutrimento, la gastronomia, i cibi, occupano nelle pagine dei diversi racconti un ruolo centrale e dolorosissimo. Si configurano infatti come dovere di cura, passione di attaccamento e attenta dimostrazione d'affetto, ma anche, all'opposto, come strumenti di morte, veleni che passano per risotti e ne tradiscono la natura.
Il cibo, soprattutto nel meridione, è un simbolo. Delle cure materne, dell'amore per la famiglia. Molte donne del sud, soprattutto quelle che vivono in contesti rurali e regolati da una precisa consapevolezza dei ruoli, trascorrono ore ai fornelli: la cucina è il loro regno. A volte, però, queste cure sono un veleno. Succede quando i rapporti diventano morbosi, quando l'amore diventa possesso, quando la famiglia è l'unica piccola società in cui si possa trovare la propria realizzazione.

La religione, le credenze, la superstizione, sono forze oscure che opprimono e catturano povere anime, coprono orrendi crimini compiuti vivendo pienamente “Nella carne” e sfiorando il limite dell'equivoco e l'errore dell'abuso.
La maschera della religione è quella più sontuosa, la più inattaccabile. Un prete che compie un abuso sa che difficilmente verrà smascherato. Soprattutto se è il parroco di un piccolo paese, i cui devoti cittadini si farebbero ammazzare piuttosto che essere additati e compatiti. Parola d'ordine: omertà. Sotto la Madonna che troneggia nella chiesa principale del mio paese c'è scritto: Libera Nos a Scandalis...

Molte storie si sviluppano lungo la voce sottile di bambini e adolescenti. Protagonisti ingenui, a tratti smaliziati, ma quasi sempre poveri strumenti di giochi più grandi di loro, vittime al di là di tutto.
Amo scrivere dell'infanzia e dell'adolescenza. Mi sembra di cogliere negli anni verdi un'ambivalenza affascinante: da un lato la purezza di una mente che è quasi una tabula rasa, dall'altra il seme di un male che sembra innato. Ci sono ragazzi che hanno una naturale predisposizione al male, sebbene quando ne parli mi guardano tutti come se fossi l'anticristo.
Mi piacerebbe spiegare, raccontando le mie storie, che il seme oscuro non è una colpa, che bisogna accettarlo e cercare semplicemente di non farlo attecchire nel terreno fertile delle loro menti. Poi, naturalmente, ci sono i casi di cronaca che ben conosciamo: lì non c'è assolutamente alcun dubbio su chi sia vittima e chi carnefice.

Ombre incestuose sembrano costeggiare quasi tutti i rapporti padre-figlia descritti.
L'incesto è forse il Male Assoluto. Il segnale di una situazione allarmante: se un padre è capace di abusare di una figlia, sessualmente o psicologicamente, cosa potrebbe fare un estraneo? Naturalmente l'incesto è, insieme all'omicidio, un atto estremo, ma esistono tutta una serie di passaggi intermedi tra un rapporto sano e tale aberrazione, con diversi gradi di morbosità e violenza. E' proprio tra consanguinei che, spesso, si consumano le più grandi tragedie.

Immagini, fotografie, quadri e disegni. Pezzetti d'arte che accendono la fantasia e regalano oasi di pace e scorci di tempesta.
La Bellezza ha in sé un potenziale enorme e, secondo me, sottovalutato. A differenza di un sermone, l'Arte non spiega, ti rende protagonista di un cambiamento, ti permette, attraverso l'empatia, di cambiare il tuo modo di vedere le cose. In questo modo è possibile risolvere praticamente i problemi, semplicemente comprendendo il punto di vista altrui. Sono convinta che le rivoluzioni si facciano con la cultura, con la condivisione dell'espressione artistica.

A ben vedere, in alcuni racconti c'è quasi un dondolare, reminiscenza di una vita scandita a passi di danza, e costruita costantemente in bilico?
La danza è la musica sono una sorta di strada, di binario. La disciplina che le accompagna ha scandito le fasi della mia crescita, ricordandomi costantemente che il Sublime si ottiene con la fatica, con il sudore. Per esprimere e comunicare qualcosa, è necessario un duro lavoro sul corpo e sulla mente, sempre in bilico tra ciò che si vorrebbe esprimere e ciò che si è effettivamente in grado di esprimere. Ma il lavoro, da solo, non basta: per esistere artisticamente, è necessario mettersi in gioco, sempre, anche quando svelare tanto di sé ti toglie la pelle e permette agli altri di ferirti facilmente.

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