Numero undici di Jonathan Coe

Jonathan Coe è uno dei più noti scrittori inglesi della generazione nata negli anni Sessanta. Una ventina d’anni fa si è affermato nel panorama internazionale grazie a La famiglia Winshaw (1994) e a La casa del sonno (1997), in questi giorni è tornato nelle librerie italiane con Numero undici. Storie che testimoniano la follia che segna il ritorno proprio di quella famiglia Winshaw che lo ha fatto conoscere al grande pubblico.

Se nel romanzo del 1994 veniva raccontata l’Inghilterra tatcheriana e il disprezzo delle élite nei confronti delle masse, in Numero undici vengono messe in luce le contraddizioni del presente: si raccontano le menzogne di Tony Blair sulla guerra in Iraq, il suicidio di David Kelly e l’austerità della Gran Bretagna di oggi. Si parla delle connessioni fra la sfera privata e la sfera pubblica e di come queste connessioni condizionino la nostra vita.

Come spiega la pagina dedicata al libro sul sito di Feltrinelli, Numero undici

è un romanzo sui lasciti della guerra e sulla fine dell’innocenza. È un romanzo su come spettacolo e politica si disputino la nostra attenzione, e su come alla fine probabilmente è lo spettacolo ad avere la meglio. È un romanzo su come 140 caratteri possono fare di tutti noi degli zimbelli. È un romanzo su cosa significhi vivere in una città dove i banchieri hanno bisogno di cinema nelle loro cantine e altri di banche del cibo all’angolo della strada. È un romanzo in cui Coe sfodera tutta la sua ingegnosità, il suo acuto senso della satira e la sua capacità di osservazione per mostrarci, come in uno specchio, il nuovo, assurdo e inquietante mondo in cui viviamo.

numero-undici.jpg Raro caso di scrittore in grado di mettere d’accordo pubblico e critica, Coe negli scorsi giorni ha compiuto un mini-tour promozionale presentando il suo libro a Milano, Firenze e Torino. Nell’ultimo di questi incontri, tenutosi alla Scuola Holden il giorno degli attentati di Bruxelles si è soffermato sul ruolo dei social network nelle nostre vite: utili in alcuni casi per seguire ciò che sta accadendo su Twitter, ma, allo stesso tempo, “in parte responsabili della perdita di empatia tipica della società moderna”. Quella stessa società che, con una scrittura graffiante e l'acutezza dello sguardo, ci restituisce nelle sue pagine.

Via | Feltrinelli

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