I mille morti di Palermo di Antonio Calabrò

A trent’anni dall’inizio del maxi-processo contro la Mafia che si aprì il 10 febbraio 1986, il giornalista e scrittore Antonio Calabrò, racconta il clima di terrore che percorse il capoluogo siciliano fra il 1979 e il 1986 in I mille morti di Palermo, edito da Mondadori nella collana Strade Blu.

Calabrò seguì quelle vicende come cronista del quotidiano L’Ora di Palermo ed è convinto che quella sanguinosa fase della storia del nostro Paese sia scaturita da tre fattori: 1) il sabotaggio, a colpi di pistola, dell’accordo fra DC, PCI e PSI per un rinnovamento politico a livello regionale (gli omicidi di Michele Reina, Piersanti Mattarella, Pio La Torre e del generale Dalla Chiesa); 2) il contrasto all’azione delle forze dell’ordine e della magistratura; 3) la guerra fra cosche con la banda dei Corleonesi opposta a tutto il resto della mafia tradizionale.

antonio calabrò In quel sanguinoso periodo furono uccise circa mille persone: 500 per strada e 500 scomparirono, furono rapite e uccise.

Calabrò ricostruisce questa fase che avrebbe fatto da preludio alle stragi del 1992 a Capaci e in via d’Amelio e spiega come per le morti di Mattarella, Dalla Chiesa e la Torre siano “chiare finora le responsabilità giudiziarie dell'assassinio”, ma “non chiari i confini, i contorni e l'ombra dei mandanti”.

Calabrò solleva questioni su molti misteri, sulla scomparsa di Mauro De Mauro, giornalista dell’Ora che stava indagando sulla morte di Enrico Mattei, e sull’uccisione di Piersanti Mattarella che stava lavorando a un rinnovamento della Dc ed era, per Calabrò, “l'erede migliore di Aldo Moro, ucciso nel 1978”.

Ora l’asse della criminalità si è spostato dalla Sicilia alla Calabria e Calabrò sottolinea la differenza fra le due organizzazioni:

“Cosa Nostra era all'interno delle istituzioni con mani pesanti dentro la grande politica nazionale e dentro alcune relazioni internazionali di affari e interessi. La 'ndrangheta è molto più sparsa sul territorio ma non condiziona provvedimenti fondamentali nel cuore. Inquina la politica, il mercato e gli affari ma non è pervasiva rispetto ai centri dello Stato come era la mafia”.

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