La parola contraria di Erri De Luca

Il volume pubblicato da Feltrinelli racconta le premesse della vicenda processuale conclusasi quest’oggi con l’assoluzione dello scrittore

Ora diranno che è una vittoria della libertà di parola e di espressione, diranno che è una vittoria di tutti, ma l’assoluzione di Erri De Luca è soprattutto una vittoria dello scrittore, della sua coerenza, dal principio alla fine di questa vicenda. Perché De Luca poteva scegliere di andare a processo senza rilanciare, senza confermare, senza riaffermare – lo ha fatto ancora questa mattina – la propria contrarietà alla Tav Torino-Lione. Poteva andare a processo e, nell’eventualità di una sconfitta, appellarsi, ma De Luca aveva già detto, sin dalle prime fasi del processo, che avrebbe scontato in carcere un’eventuale pena.

È una vittoria di tutti, certo, ma a scommettere nella giustizia mettendo sul piatto la propria libertà è stato solo e soltanto lui.

A pochi minuti dalla sentenza l’hashtag #iostoconerri è già trend topic, una bandiera a cui accodarsi, un po’ come capitò con #jesuischarlie, in una situazione imparagonabile a quella di quest’oggi.

Nello scorso gennaio, è uscito da Feltrinelli La parola contraria, un breve libro nel quale De Luca ha ripercorso la vicenda processuale partendo dalle pubblicazioni dell’articolo dell’Huffington Post del 1 settembre 2013 e delle successive dichiarazioni rilasciate all’Ansa il 5 settembre 2013.

In quelle pagine Erri De Luca ha spiegato la propria istigazione a “un sentimento di giustizia” e l’ha difesa, permettendosi di andare anche all’attacco. Ma ciò che lo mette al sicuro dalle appropriazioni indebite di chi in questa partita non ha rischiato nulla è il fatto che De Luca non abbia voluto difendersi esclusivamente portando il conflitto processuale a un livello paradigmatico di lotta collettiva fra censura e libertà di pensiero.

De Luca ha contestato il metodo ponendo una domanda fondamentale:

"Sono incriminato per avere espresso la necessità di sabotare un’opera strategica per lo Stato. Ma a costruirsi parte civile contro di me è una ditta provata, LTF sas. Non dovrebbe essere lo Stato con la sua avvocatura? Lo Stato non si ritiene danneggiato dalla mia insubordinazione così decisiva per le sorti pubbliche? Si nasconde dietro la parte civile di una qualunque ditta privata?"

Riconoscendo l’universalità del dibattito sollevato dal processo, De Luca non l’ha utilizzata nei termini assoluti con i quali sarebbe stato più semplice arrivare all’opinione pubblica, ma, anzi, ha ribadito a più riprese la fermezza della propria posizione, tanto più in caso di condanna:

"Se condannato non inseguirò altri gradi di giudizio in cerca di più favorevoli sentenze. Subire condanna per le mie opinioni è offesa sufficiente per non tornarci sopra con altro processo, altra replica dei miei argomenti. Proseguirò la mia opposizione dietro il muro prescritto della sentenza. Il mio corpo è d’accordo con me, come succede quando scalo una parete. La nostra libertà non si misura in orizzonti sgombri, ma nella conseguenza tra parole e azioni".

Ora ci sarà sicuramente qualcuno che si alzerà in piedi dicendo che l’assoluzione non ci ha consentito di verificare se De Luca avrebbe agito coerentemente con quanto promesso oppure ci sarà chi dirà che De Luca ha parlato così perché sicuro del fatto che il Tribunale di Torino lo avrebbe assolto. C’è già chi strumentalizza politicamente l’assoluzione, come Il Giornale che chiama in causa la recente condanna a 18 mesi per vilipendio del Presidente della Repubblica di Umberto Bossi, con un paragone improponibile per lessico, modalità, obiettivo e reazione dell’interessato.

In realtà, l’atteggiamento di De Luca nell’affrontare il processo ha scavato un solco profondissimo fra lo scrittore e altri imputati eccellenti in casi dove in gioco ci sia la libertà d’espressione. L’idea è rimasta integra anche questa mattina nella dichiarazione spontanea rilasciata qualche ora prima della sentenza:

"Sono incriminato per un articolo del codice penale che risale al 1930 e a quel periodo della storia d’Italia. Considero quell’articolo superato dalla successiva stesura della Costituzione della Repubblica. Sono in quest’aula per sapere se quel testo è in vigore e prevalente o se il capo di accusa avrà il potere di sospendere e invalidare l’articolo 21 della Costituzione. Ho impedito ai miei difensori di presentare istanza di incostituzionalità del capo di accusa. (…) Ciò che è costituzionale credo che si decida e si difenda in posti pubblici come questo, come anche in un commissariato, in un’aula scolastica, in una prigione, in un ospedale, su un posto di lavoro, alle frontiere attraversate dai richiedenti asilo. Ciò che è costituzionale si misura al pianoterra della società. Inapplicabile al mio caso le attenuanti generiche: se quello che ho detto è reato, l’ho ripetuto e continuerò a ripeterlo".

Una dichiarazione conclusa evocando proprio il titolo del suo libro:

La mia parola contraria sussiste e aspetto di sapere se costituisce reato.

Sussiste e non costituisce reato. E visto che parliamo di parole, legge e giustizia, almeno per questa volta, possono essere sinonimi.

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