Saviano si difende dalle accuse di plagio per Zero Zero Zero

Michael Moynihan di The Daily Beast ha pubblicato un’accurata analisi dell’ultimo libro di Roberto Saviano trovando numerose affinità con Wikipedia e altre fonti americane. La difesa dello scrittore su Repubblica

Roberto Saviano

Zero Zero Zero, l’ultimo libro di Roberto Saviano, conterrebbe un “sistematico plagio” di articoli e voci di Wikipedia. L’accusa all’autore di Gomorra arriva da Michael Moynihan di The Daily Beast che, in un articolo “fluviale”, ha compiuto un’accurata comparazione fra il libro pubblicato da Feltrinelli e le fonti che sarebbero state alla base del suo testo: Los Angeles Times, El Faro, The Village Voice e Notimex, ma soprattutto Wikipedia.

Zero Zero Zero: le accuse di The Daily Beast

Moynihan attacca frontalmente Saviano, senza sconti definendo Zero Zero Zero “un libro pasticciato, una serie di storie alla ricerca di coerenza narrativa, dove a eventi insignificanti a livello globale viene data un’importanza storica e ogni fatto viene gonfiato ed esagerato”.

Non finisce qui. L’aspetto più biasimevole del libro che negli States è uscito solamente nel luglio scorso è, per il giornalista del sito statunitense, la sistematicità del plagio:

“Saviano non ha solo scritto un libro brutto. Ha scritto un libro incredibilmente disonesto. ZeroZeroZero è pieno di articoli rubati da giornalisti meno noti. Include interviste con ‘fonti’ che potrebbero non esistere e contiene diversi casi di palese plagio”.

Saviano avrebbe tradotto e inserito articoli di giornalisti americani e messicani senza virgolettati, senza note e senza citazioni nel testo.

Nel lungo e articolato post pubblicato su The Daily Beast vengono confrontati fonte e testo e si nota come le affinità non si riscontrino solamente nelle cifre e nei dati pubblicati, ma anche nella costruzione delle frasi.

Moynihan ha contattato Saviano per chiedergli conto di queste analogie e lo scrittore napoletano gli ha risposto dicendogli che si tratta di “pure coincidenze” e che per parlare di un documentario – nello specifico “La vida loca” di Christian Poveda – poteva solamente fare affidamento sulla propria memoria e su libri e articoli “come fanno tutti i miei colleghi”.

Il problema che Saviano sembra eludere non è tanto quello di fare riferimento ai testi e alla descrizioni di altri, quanto non fornire le fonti e quella cura testuale necessaria per i testi di non fiction. Se fossimo sul web sarebbe sufficiente un virgolettato, un quote e/o un link alla fonte, ma sulla carta occorre citare con i metodi tradizionali: note a piè di pagina, virgolettati, citazioni nel testo, riferimenti a testate e autori.

D’altronde non è la prima volta che vengono rilevate “assonanze” fra i suoi testi e le cronache di giornalisti locali e semisconosciuti. Nello scorso giugno la Corte di Cassazione ha accolto positivamente il ricorso dello scrittore, accusato di avere copiato tre articoli in Gomorra senza citare le fonti. Moynihan ha chiesto conto anche di questo fatto a Saviano che gli ha risposto che le parti di testo interessate dal processo rappresentavano lo 0,6% del libro.

Deborah Bonello, una delle fonti non citate da Saviano, è stata interpellata dal giornalista di The Daily Beast è ha detto che difficilmente la somiglianza fra i due paragrafi può essere frutto del caso.

La difesa di Saviano

Ovviamente Repubblica ha fornito a uno dei suoi autori di punta lo spazio per una replica. Roberto Saviano ha replicato “a caldo”, con un lunghissimo articolo che inizia con la rimodulazione del concetto che lo scrittore ripete da dieci anni: chi non gradisce i suoi libri tenta in tutti i modi di delegittimarlo:

“Accade sempre così, prima con " Gomorra" e ora accade con "ZeroZeroZero": quando un libro ha molto successo, quando supera il muro dell'indifferenza, quando le storie che veicola iniziano a creare dibattito, è quello il momento giusto per fermare il racconto. Per bloccarlo. E come sempre il miglior metodo è gettare discredito sul suo autore”,

spiega nell’attacco del suo articolo di difesa. Si tratta di una difesa che regge solamente in termini relativi, ma che non regge se parliamo in termini assoluti. Mi spiego. Una difesa di questo tipo è plausibile se a tentare di delegittimare Saviano sono i clan camorristici o, per rimanere sul tema di Zero Zero Zero, i gruppi criminali dediti al traffico della droga. Una difesa del genere, però, non è sostenibile quando a chiedere conto della sua scrittura a Saviano sono i giornalisti locali che sono le fonti dei suoi testi e non regge se a chiedere conto della sua scrittura è un giornalista americano che non ha alcun interesse personale a delegittimarne l’opera, se non quello di fare – come ha fatto Moynihan – il proprio lavoro di giornalista.

"Così, quando non si può dire che ciò che racconto è falso, si dice che l'ho ripreso altrove. Ma il mio lavoro è esattamente questo: raccontare ciò che è accaduto, nel mio stile, nella mia interpretazione",

si difende ancora Saviano.

Ma visto che il giornalista del Daily Beast è entrato nel merito del testo, Saviano fa altrettanto dicendo la somiglianza fra il suo libro e l’articolo del Los Angeles Times è frutto di una omissione del fatto che le cifre citate nei due testi sono state fornite dal documentarista Poveda alla première messicana del suo film ed è dunque “difficile dare questa informazione in maniera diversa, soprattutto se è Poveda stesso ad averne parlato”.

Saviano aggiunge poi che “le informazioni sono di dominio pubblico e non appartengono a nessun giornale perché sono fatti. Le analisi appartengono a chi le elabora e quelle vanno citate, sempre”.

Anche in questo caso non si può ragionare in termini assoluti. Non tutte le informazioni sono di dominio pubblico. Così, a sensazione, non credo che nei giorni immediatamente successivi alla pubblicazione del report sul Watergate, Bob Woodward e Carl Bernstein avrebbero gradito che fosse omessa dai giornali della concorrenza la paternità del loro scoop.

A supporto della sua tesi, Saviano porta la sentenza di primo grado per i plagi di Gomorra, nel quale per il giudice può essere oggetto di plagio solo un contenuto che ha carattere di “originalità e creatività”. Saviano riporta in maniera dettagliata i contenuti degli articoli incriminati, lo 0,6% dell’intero testo (2 pagine su 331) e fornisce notizie su Maurizio Clemente, editore occulto delle testate che gli hanno fatto causa e che è stato “condannato a sette anni di carcere per estorsione a mezzo stampa”. Saviano spiega come la causa per plagio non sia nata dopo la pubblicazione di Gomorra (2006), ma dopo che l’autore, al Festivaletteratura di Mantova 2008, criticò Cronache di Napoli e Corriere di Caserta per contiguità alle organizzazioni criminali.

Saviano parla di se stesso come di “un simbolo da distruggere” e spiega che le parole

"quando restano relegate alla cronaca, sono invisibili: ma quando diventano letteratura, quelle stesse parole, quelle stesse storie, diventano visibili, eccome".

Fra le righe, Saviano sembra dirci che la sua forma letteraria ibrida, fra letteratura e cronaca, lo mette al riparo da qualsiasi accusa. Le accuse di plagio? Sono inconsistenti perché i suoi libri sono cronache e sono basati sui fatti. La delegittimazione della sua figura pubblica? È la diretta conseguenza della sua celebrità, una celebrità dovuta alla sua nuova forma di narrazione capace – è lui stesso a dirlo – di dare dignità letteraria alle cronache rendendo visibili fatti che prima erano invisibili.

Ecco, a me, alla fine della fiera, viene in mente una frase di un bellissimo film di Martin Scorsese, The Aviator. Katherine Hepburn, interpretata meravigliosamente da Cate Blanchett, deve descrivere Howard Hughes, impersonato da Leonardo di Caprio. Per farlo bastano poche parole: “C’è troppo Howard Hughes in Howard Hughes”. Ecco quando leggo Saviano, si tratti di un suo articolo “ordinario”, un post di Facebook in cui celebra la sua amicizia con qualche personalità o in un testo di autodifesa, mi torna in mente sempre questa frase.

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