La docente pandamunita

effetti collaterali della buona scuola

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Ci sono ricordi d’infanzia che non sbiadiscono: mia mamma, con la faccia appiccicata al parabrezza, a bordo della sua panda. Forse pensa che, in quella posizione, sia possibile muoversi meglio nella fitta nebbia che, senza preavviso e senza nessuna legittimità geografica, ricopre la piana del Sele. Mia madre era giovane, io ero bambina, e ogni tanto la seguivo nella scuola di campagna dove lavorava. La proprietaria della fattoria, che ospitava la scuola dell’infanzia, aveva due figli maschi e aveva deciso di adottarmi, convincendo mia madre a portarmi con lei almeno una, due volte a settimana e consentendomi di vivere uno degli inverni più divertenti e salubri della mia esistenza. Viaggiare su un carretto carico di trifoglio, dar da mangiare ai conigli, andare in cerca di uova fresche nascoste nel fienile erano un piacere infinito per una bambina d’appartamento. Acquistai almeno 5 centimetri e altrettanti chili, ma all’epoca ne avevo decisamente bisogno.
La scuola era un meccanismo semplice e, come sempre, a maggioranza femminile (nella scuola italiana siamo di più per un motivo elementare: le paghe basse hanno sempre tenuto lontano gli uomini). Se eri un’insegnante giovane e forte andavi lontano da casa, ti svegliavi prima dell’alba, ti impegnavi con tutta l’anima per tirare fuori dalle campagne un branco di ragazzini vivaci, allegri, con poca familiarità con l’italiano ma anche con la televisione, i giornali, il mondo esterno. Però loro ti si affidavano e i docenti, anche quelli della scuola dell’infanzia, erano delle autorità assolute. Una smorfia di mia madre poteva significare una punizione di una settimana per un bambino di 5 anni che aveva usato una parola un po’ più forte per apostrofare un compagno. Ma raramente c’era bisogno di ricorrere a delle punizioni. La campagna, la casa erano il luogo del dialetto. La scuola era il posto in cui si cercava di essere diversi, un nuovo sé, un percorso faticoso assai ma che provocava pianti commossi dei genitori, ad ogni festa comandata, per quelle poesie imparate a memoria con voce squillante e sicura. Risuonavano a lungo canzoni, filastrocche e poesie nelle classi affollate. Io, come un salmone, risalivo la corrente e sfuggivo con tutta me stessa da due generazioni di insegnanti,con le loro poesie, i racconti e le tabelline imparate a cinque anni. Mi nascondevo nella stalla per ore. Ormai le mucche non mi spaventavano più, i conigli li tiravo fuori dalle gabbie da sola, le galline le tormentavo con la scientificità di una che si è lasciata alle spalle la città, magari per sempre.
Quello fu l’unico anno che mia madre passò lì. L’anno dopo cambiò scuola. E l’anno dopo cambiò di nuovo in un progressivo avvicinamento a casa. Quando io ero al liceo, mia madre insegnava sotto casa e la sua panda serviva più che altro per fare la spesa. Per lo stesso meccanismo le mie docenti del liceo, al centro della città, dopo una giovinezza passata tra campagne e paeselli arroccati sugli scogli cilentani, difficilissimi da raggiungere, arrivavano a piedi a scuola, serafiche e terribili, forti della grande esperienza acquisita, della fatica fisica e mentale fatta in gioventù per arrivare ad essere, alle soglie della pensione (circa sessanta anni), un punto di riferimento per studenti, colleghi e giovani supplenti.
Questo meccanismo ben oliato che mette sulle strade della provincia italiana giovani prof pandamunite, e consente alle più anziane di vivere gli ultimi anni di lavoro con più calma, sta per essere mandato a farsi benedire dalla riforma Renzi.
Le nuove prof. non avranno una prima sede disagiata per poi progressivamente avvicinarsi a casa, ma ogni tre anni potranno essere confermate in una scuola o rimandate dal loro dirigente onnipotente in una lista, una sorta di collocamento insegnanti, dalla quale dovranno essere selezionate dal dirigente di una nuova scuola che non sarà necessariamente più vicina a casa o meno difficile da raggiungere. Questo fino alla pensione che sarà, orientativamente, intorno ai 75/80 anni, a meno che non ci si accontenti di una pensione da fame.
Ora questo cosa significa per il resto della popolazione italiana?
Significa che la docente pandamunita è una specie in via di “riproduzione esponenziale”. Autostrade e provinciali italiane (per tacere di stazioni di treni e corriere) saranno sempre più il dominio incontrastato di maestre e professoresse che ogni mattina dovranno raggiungere il posto di lavoro da sole o in gruppo. E le vedrete sempre più spesso con la faccia nel parabrezza, come mia madre, mentre con una mano guidano e con l’altra gesticolano per commentare l’ultima puntata di Masterchef o lo scontro che c’è stato a Porta a Porta tra l’esponente del governo Berlusconi 25 e il rappresentante dell’opposizione Matteo Renzi alla 15a rielezione.
Oppure? Oppure vi supereranno in curva a 150 all’ora, perché a 70 anni ne avranno piene le scatole e per chiudere in bellezza avranno deciso di truccare il motore e di farla finita con i camionisti che bloccano la strada per il piacere di saperle impressionate e affumicate nelle loro macchinette.
Ecco, questo è lo scenario. O ve ne fate una ragione, o vi unite alla protesta delle maestre e delle professoresse. Non per la continuità didattica (perché vi ricordo che il ciclo delle primarie non dura tre anni ma cinque); non per la libertà di pensiero garantito dall’arbitrarietà e dalla casualità delle graduatorie che, statisticamente parlando, ti fa ritrovare in ogni scuola rappresentanti di tutte le possibili variabili del pensiero “italiano”; non per evitare di arricchire qualche preside truffaldino che potrebbe essere tentato di chiedere denaro (o anche salumi, forme di pane casereccio, caviale beluga e bottiglie di champagne) in cambio di una chiamata in una scuola sotto casa, ma per un motivo molto più importante: evitare ingorghi stradali provocati dalle docenti pandamunite che sempre più battagliere e incazzate si impossesseranno delle vostre strade.
Meditate automobilisti, meditate.

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