Beppe Salvia, Un solitario amore

C’è un solco profondo che separa l’esistenza irrequieta di Beppe Salvia dalla metodica e maniacale dedizione nella produzione di versi. È proprio da questa antitesi netta che nasce l’opera di uno dei poeti più singolari del Novecento italiano, nato a Potenza nel 1954 e morto a Roma, giovanissimo, il 6 aprile del 1985. Oggi è possibile leggere tutti i suoi testi grazie alla pubblicazione di Un solitario amore, libro edito da Fandango, curato da Flavia Giacomazzi ed Emanuele Trevi, autore anche dell’introduzione al testo.
Salvia non è un poeta di facile lettura. Endecasillabi tortuosi, ricerca di armonie, di rime, assonanze, consonanze, enjambement, scontro frontale con la tradizione lirica italiana. Tutto questo è la poesia di Beppe Salvia. Accanto a questo armamentario formale, però, si accostano squarci di pensiero di assoluta profondità, versi epifanici dai quali traspare l’essenza contenutistica della sua poesia, l’indagine continua e conflittuale della sua presenza nel "mondo". I versi di Salvia sono pura geometria dolente, costruzioni architettoniche neoclassiche dalle fondamenta di zucchero filato: un minimo soffio ne determina il crollo.
Fuor di metafora, ciò che rimane è la fragilità del poeta, la sua paura di non saper vivere, il suo ricorrente dialogare con la morte, il vortice opprimente che s’agita nello stomaco al pensiero della fine di tutto. Ciò che rimane è un pugno di versi, antidoto eterno alla sopraggiunta fine.

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