Non solo canzonette, di Leonardo Campus

La storia dell'Italia e della sua trasformazione politica e sociale nelle canzoni del Festival

"Sono solo canzonette" cantava Edoardo Bennato negli anni 80, dichiarando-canticchiando che il suo intento era quello di far musica e nulla più. La stessa cosa l'aveva dichiarata Jannacci un po'di anni prima: "Trattasi di canzonette", disse, allontanando dalla sua musica qualsiasi accostamento politico.

Eppure la canzonetta, termine così scanzonato già di suo, ha avuto un ruolo fondamentale nella storia dell'Italia. La canzonetta, le cui radici affondano nel Cinquecento, ha lo scopo di parlare del popolo e per il popolo, ma in maniera leggera, non impegnata, talvolta frivola e facile da ricordare.

A Portrait Of Domenico Modugno.

L'Italia è una Repubblica fondata sulla canzonetta, si potrebbe quasi dire così. E il Festival di Sanremo - che è ormai alle porte - è stato ed è tuttora (anche se un po'meno) il palcoscenico sul quale portare la società, l'attualità, attraverso musica e parole. A fare un excursus di quanto appena detto ci ha pensato questo libro: "Non solo canzonette- L’Italia della Ricostruzione e del Miracolo attraverso il Festival di Sanremo", di Leonardo Campus.

Ma come, avevamo detto che sono solo canzonette? Certo, ma con questo libro - edito da Le Monnier - si traccia un percorso, quello della trasformazione del nostro Paese, del rapido e profondo cambiamento degli anni Cinquanta e Sessanta proprio attraverso le canzoni portate al Festival della Canzone italiana. Festival che nasce nel 1951, all'inizio di un periodo in cui l'Italia abbandonava il rigore del dopoguerra per conoscere il benessere, economico, sociale e culturale, che non aveva mai conosciuto finora. Il tutto lo apprendiamo utilizzando proprio le canzoni di Nilla Pizzi, Claudio Villa, Domenico Modugno e Adriano Celentano, passando per Mina e la Cinquetti.  Analizzando le canzoni sia da un punto di vista testuale che musicale ed inquadrandole nel generale contesto di ricostruzione storica di quegli anni, viene messo in luce come quelle musiche e parole, quei divi e quel pubblico rivelino i mutamenti (e le resistenze al cambiamento) di un Paese attratto e spaventato dalla modernità.

Cambia il modo di rappresentare la realtà, di guardare all’America, nonché l’immagine dell’amore, della donna e della famiglia. Mentre partiti politici ed intellettuali come Pasolini, Eco, Fallaci e Montanelli si interrogano sul Festival, gli italiani ne decretano a gran voce il successo, canticchiandolo, criticandolo o facendo entrambe le cose.

L'introduzione, curata dal pianista Stefano Bollani, è necessaria per una migliore comprensione del teso:

"Sarà necessario per il lettore dimenticarsi degli steccati che abbiamo eretto nei secoli a difesa di una certa idea di Cultura. La Cultura che traccia una gigantesca linea di demarcazione fra fonti comme il faut e fonti trascurabili. […]. Ecco, le canzoni di Sanremo qui vengono trattate come vere e proprie fonti. Partendo da una strofa, da un ritornello, da un arrangiamento, da un tipo di vocalità o da un gesto, con il rigore dello storico e la passione del musicista, Campus ci riporta ad una Italia che non c’è più, un paese che risulta talmente lontano da sembrare immaginario. Tutti abbiamo bisogno invece di rileggere il passato che come ci ricordano gli antichi greci è proprio di fronte a noi. E in questo caso specifico sta lì per farsi ascoltare. Perché a tutti verrà voglia, durante il percorso ragionato di questo libro, di riascoltare le canzoni di cui si disquisisce”.

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