Di immutati respiri

Vito Antonio Conte, poeta pugliese, di professione cancelliere, ha abituato i suoi lettori a queste piccole plaquette annuali di poesia. Un pugno sufficiente di versi per sintetizzare poeticamente l’anno appena trascorso. E dopo “Blues delle 14,30”, “Polvere di sesso ed altre brevi storie”, “Liberando pensieri e stanchezza”, tutte edite da Luca Pensa Editore, ecco giungere nelle librerie “Di immutati respiri”.
La poesia di Conte è quella dell’essenza del messaggio e dell’urgenza di comunicarlo. Lo si desume non solo dalla brevità di molti testi, ma soprattutto dalla presenza di tutti quegli elementi che portano l’autore a confrontarsi non tanto con l’ampiezza della materia e del pensiero, quanto con la sua profondità. Una scrittura ridotta al nocciolo, alla ricerca del centro nevralgico attorno a cui ruota il discorso, dove poco o nulla è lasciato al contorno, alle periferie della forzatura linguistica. Resta la quotidianità scandita da piccoli gesti, soffi di pensiero, ricordi riaffioranti, dolori non assorbiti( “di vetro / trasparenza di cielo / nessuna macchia / di febbraio / mandorli in fiore / e neve”).
Viene in mente un pensiero di Alessandro Parrochi, poeta fiorentino, scomparso a 92 anni qualche mese fa, che in una delle sue ultime interviste ha detto: “La mia poesia è malinconica e triste. Oggi la tristezza non è ammessa. Ci sono solo visi sorridenti. Solo questi visi occupano la scena. Che ci sia da sorridere poi, non so. La mia poesia non sorride, è memoria di ciò che vive od è vissuto, cerca di ritrovarne la traccia e si vorrebbe colorare di speranza”. Ecco, si respira tra le pagine di “Di immutati respiri” la stessa vena malinconica, che non diviene mai traccia pessimistica, sempre accompagnata da speranza, dalla piena convinzione che la vita, nonostante tutte le trappole che ci pone innanzi, vada vissuta fino in fondo (“e so che la mia esistenza / è sempre andata / in tante direzioni / e / comunque / non è dato a me sceglierne una”). Il linguaggio usato da Conte si fa carico dell’utilizzo di una mai lenta processione di immagini nude, forti della loro semplicità inventiva. Sulla scena la presenza di un uomo che offre al pubblico la sua vita in versi.

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