Sara Ventroni, Nel Gasometro

“Un gasometro è un grande container dove il gas viene immagazzinato a temperatura e pressione quasi naturali. Il volume del container si adatta alla quantità di gas immagazzinata, mentre la pressione deriva dal peso di un tetto mobile. Volumi tipici per gasometri di grandi dimensioni sono di 50000 m³ circa, con un diametro della struttura di 60 m”. Questa definizione, tratta da Wikipedia, non era nota a Sara Ventroni quando, nel 1996, tradusse gashouse, termine presente nella Terra Desolata di T. S. Eliot, in gasometro, così come non era consapevole del fatto che quell’enorme mostro apparso in una sua foto scattata a Berlino nel 1999 rappresentasse un gasometro. “Il primo gasometro che intenzionalmente mi sono messa a guardare è infatti quello romano, nel 2001”, scrive la stessa Ventroni nel conte philosophique che chiude il suo Nel Gasometro, oggetto letterario apparso, non a casa, nella collana Fuori Formato, curata da Andrea Cortellessa per la casa editrice Le Lettere. Dal 2001, quindi, la poetessa romana comincia questa sua ricerca artistica attorno a questi bizzarri oggetti industriali. La sua è una vera e propria ossessione: “L’ossessione è forza pura, senza contenuto. Usa ogni mezzo per durare nel tempo, anche contro la nostra volontà. L’ossessione non spiega da dove viene, eppure vuole sempre allargare i propri confini”. Questa ossessione si concretizza in un volume che contiene il poema che dà il nome al libro, un racconto, “La buca del dollaro”, pubblicato in precedenza su “Nuovi Argomenti”, lo storyboard per un video sul Gasometro, bozzetti per la messa in scena del suo poema con acrobazie, una decina di pagine conclusive, alle quali ho già fatto riferimento, che motivano la scelta del Gasometro come oggetto di una spasmodica rappresentazione, a cui si aggiungono una lettera introduttiva di Elio Pagliarani ed una postfazione di Aldo Nove. Dopo la lettura di un testo così stratificato, cosa rimane? A tamburellare la mente il volume e la forma del gasometro, residuo industriale di un moderno che non c’è più, simbolo di un’età passata che lascia sul proprio terreno immagini lanciati nel nulla e ridotti ad organismi senza vita.

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