L'opera di Christa Wolf

Christa Wolf ha esplorato i temi della guerra e del potere dal punto di vista femminile.

Il passato non è morto; non è nemmeno passato. Ce ne stacchiamo e agiamo come se ci fosse estraneo.

Scrive così Christa Wolf in Trama d'infanzia (disponibile nel catalogo E/O con la traduzione di Anita Raja) e le sue parole risuonano come un monito in questi giorni in cui ricordiamo i venticinque anni dalla caduta del muro di Berlino.

Christa Wolf nacque nel 1929 in Germania (oggi la sua città di nascita, Landsberg an der Warthe/Gorzów Wielkopolski, si trova in Polonia) nel 1929. La sua famiglia venne espulsa e si stabilì in Germania orientale. Nelle sue opere Wolf ha esplorato i temi della guerra e del potere dal punto di vista femminile. Dopo la riunificazione delle Germanie nel 1990 la Wolf ebbe molte critiche perché non si era schierata in maniera decisa contro il regime comunista della Germania dell'Est.

Christa Wolf

Grande successo di pubblico ebbe il suo romanzo Il cielo diviso (pubblicato nel 1963 e tradotto in italiano vent’anni dopo), in cui i personaggi hanno il destino segnato dalla divisione della terra tedesca. Già in precedenza aveva pubblicato due raccolte di poesie in cui era ben evidente sia il suo virtuosismo che la sua problematicità come scrittrice.

Altre sue opere che hanno incontrato il favore del pubblico sono state Riflessioni su Christa T. (1969, traduzione italiana 1972) e il romanzo Cassandra (1983). Pochi mesi dopo la caduta del muro di Berlino ha pubblicato un discusso testo autobiografico dal titolo Che cosa resta. Alcuni suoi testi sono stati pubblicati postumi (la sua morte è del 2011).

In italiano la Wolf è stata pubblicata soprattutto dalla casa editrice E/O. La ricordiamo con l'incipit del suo romanzo Nessun luogo. Da nessuna parte (traduzione di Anita Raja):

La traccia insidiosa nella quale il tempo si allontana da noi.
Voi, predecessori, sangue nella scarpa. Sguardi senza occhi, parole senza bocca. Forme, prive di corpo. Discesi al cielo, dispersi in tombe lontane, resuscitati dai morti, ancora, sempre rimettendo ai nostri debitori, triste pazienza d'angeli.
E noi, ancora, sempre avidi del sapore di cenere delle parole. Non ancora, come dovremmo, muti. Di' per favore, grazie.
Per favore. Grazie.
Risa antiche, di secoli. L'eco, immane, più volte spezzata. E il sospetto che nulla più verrà all'infuori di questa risonanza. Ma solo la Grandezza giustifica la mancanza contro la legge e riconcilia il colpevole con se stesso.

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