Elisabetta Liguori, Il correttore

Nicola, fermo ad un semaforo, mentre sta per andare al lavoro, nel tempo breve richiesto dal passaggio dal rosso al verde, ricorda un caso affrontato quando era ancora un praticante, dieci anni prima . Ne ricorda il fallimento, ricorda ogni dettaglio apparentemente destinato a cambiare la sua vita, ricorda una per una quelle che sembravano delle opportunità, compreso un cadavere e tutto il suo sangue, offerte da quegli anni luminosi, ricorda il periodo in cui tutto sembrava possibile, ricorda tutti i suoi sforzi per correggere la realtà che gli si palesava innanzi al fine di condurla a sé, ad una verità accettabile, alla perfezione, alla bellezza.
Il racconto ha quindi il ritmo del ricordo, la sua contraddittorietà, la sua urgenza, la sua fallibilità, e risente dello stato psicologico di chi, anche senza accorgersene, tenta di incidere persino sui ricordi a suo favore, correggendoli per assolversi o per condannare altri. Solo nei dialoghi con Angela, la moglie lontana, nelle telefonate serali, la verità oggettiva viene fuori. Così il racconto in prima persona rappresenta la verità soggettiva, la realtà corretta, le telefonate quella oggettiva in tutta la sua violenza, la sua assurdità. È questa, in sintesi, la storia di Il correttore, il secondo romanzo della scrittrice leccese Elisabetta Liguori, edito da peQuod.

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