Coco Chanel, due biografie imperdibili

Coco Chanel continua ad affascinare ancora oggi: per conoscerla meglio vi proponiamo due biografie molto interessanti

Non è necessario essere una grande regina per entrare nell'alveo della storia: a volte le grandi gesta vanno lasciate alle altre e, per essere ricordate nel tempo, è sufficiente sdoganare un tessuto sportivo come il jersey per la moda quotidiana e inventarsi una piccola giacca nera. È il caso stranoto della stilista francese Coco Chanel, che persiste sulle passerelle contemporanee attualmente sotto l'egida di Karl Lagerfeld, e che continua ad affascinare schiere di pulzelle grazie alla sua vita avventurosa.

Le biografie su Coco Chanel non si contano, ma in questi anni ne sono uscite due che sono veramente interessanti. La prima è Coco Chanel. La biografia, pubblicata dalle edizioni Lindau e scritta da Henry Gidel (autore di altre tre grandi biografie: Feydeau– Gran Premio Internazionale della critica; Les deux Guitry – Premio Goncourt per la biografia – e Cocteau.

Il libro è un'accurata biografia di Coco Chanel (oltre quattrocento pagine) e con un ampio inserto fotografico. Chanel inventando il tailleur, gli accessori che diventano gioielli, un profumo molto parigino che ha conquistato il mondo ha rivoluzionato il modo di vestire delle donne, che voleva belle, libere e moderne. Fra i suoi amori figurano un nipote dello zar (il granduca Dmitrij Romanov), un cugino del re d'Inghilterra, un poeta surrealista (Pierre Reverdy).

È stata una donna che ha saputo mettersi in gioco: dopo aver chiuso la casa di moda (all'apice del successo) allo scoppio della seconda guerra mondiale, è ritornata in scena a settantuno anni, affrontando i critici impietosi delle riviste di moda e i lazzi di chi la credeva ormai vecchia e finita. Ma, come una virago, è tornata a trionfare, prima in America, poi di nuovo in Europa. Perché la moda passa, ma lo stile rimane.

Coco Chanel

L'altra biografia, sempre per Lindau, è Coco Chanel. Genio, passione, solitudine. Il libro è scritto dalla psicanalista Claude Delay (classe 1934), che ebbe il privilegio di starle vicino e di raccogliere le sue confidenze negli ultimi dieci anni di vita (Chanel è morta nel gennaio del 1971); un racconto intimo dal taglio introspettivo, che solo una studiosa dell'animo umano può mettere in atto raccontando le gesta di questo gigante della moda, che in realtà era una personalità volitiva ma fragile, racchiusa in un piccolo e atletico corpo.

Da adulta è mascolina, tagliente, senza mezze misure; ma la Coco bambina subisce l'imprinting dell'abbandono paterno, e questo dolore non lo dimenticherà mai. Le sue relazioni più importanti sono con figure protettive: Etienne, Boy/Arthur Capel, il Duca di Westminster. Uomini che l'aiutano a maturare -e a far fruttare- il suo innegabile talento (quel fervore artigiano che non la lascerà mai, complici le forti mani da lavoratrice eredità della sua origine contadina), ma che pure le consentono di apprendere il più possibile (è avida di conoscenza) e districare il grumo di emozioni e di grande energia che si porta dentro, contribuendo a generare così la sua direzione.

Imperterrita, Coco veleggia nel bel mondo, conquistando con il suo stile tutto personale le grand dames che, per stare al passo con lei, non esitano a gettare nel dimenticatoio le crinoline e i lunghi treccioni, tagliati di netto per portare i mitici chapeaux. Grazie all'amica Misia respira i tormenti degli artisti; frequenta Djagilev e Picasso, e va instancabile a caccia di oggetti straordinari che nutrano visivamente i suoi substrati più profondi (come i paraventi Coromandel di cui si circonda). Il suo credo assoluto è votato alla comodità, ama molto lo sport e soprattutto i cavalli; è qui che nasce la passione per le uniformi, e anche il nome del famoso n.5, il suo rivoluzionario profumo icona. Chanel crea per se stessa, in base alle esigenze dettate dal suo corpo e dalla sua personale routine; sul lavoro è incrollabile, con il prezioso collier delle forbici da sarta perennemente al collo grazie al nastro di raso bianco, perchè lei non sa cucire, ma tagliare. Verso la fine, confessa alla Delay che si è salvata dagli assalti della solitudine buttandosi su tailleurs e cappotti; e da sola, si spegne al Ritz, dove viveva da molti anni perché le piaceva quel senso di provvisorietà, quell'accamparsi che forse le attutiva l'antico dolore. Libro da non perdere anche per le bellissime e numerose foto di archivio, ricche di dettagli sulla vera personalità di questa divina.

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