Arthur Conan Doyle e quella sottile avversione per Sherlock

Arthur Conan Doyle e Sherlock Holmes: il rapporto di odio-amore dello scrittore nei confronti di un personaggio amatissimo dal pubblico.

Se come me avete sempre assimilato Sir Arthur Conan Doyle alla scaltra sagacia, l'humour al vetriolo e la finezza di testa del suo personaggio più famoso, potreste scoprire di essere lontani dalla realtà.

Innanzitutto, Sir Arthur Conan Doyle non si era affatto ispirato a se stesso per creare il suo amatissimo personaggio. Anzi. Tanto che a un certo punto arrivò addirittura a detestarlo, e a cercare in tutti i modi uno scenario per la sua uscita di scena.

conan doyle

"Sto pensando di uccidere Sherlock Holmes" scriveva alla madre nel 1891. "M'impedisce di pensare a cose migliori". Ma non solo.

Addirittura, scrive a un amico, "ho avuto una overdose così grande di lui che nei suoi confronti mi sento come mi succede verso il patè di fois gras...una volta ne mangiai così tanto che solo il nome mi da' una sensazione di malessere ad oggi".

Per risalire alle radici di questa ostilità - oltre a citare il fatto che Sherlock era in realtà la trasposizione letteraria della figura di un suo professore, Joseph Bell - è utile partire dalla fine.

Quale fine? La fine del vecchio Arthur, in questo caso, ovvero la frase che lui volle fosse scritta nel suo epitaffio: ai tempi spesso una sentenza su stessi e la propria vita, o quello che si sarebbe voluti essere e non si è stato, magari.

Ecco, Conan Doyle si definiva “di sincerità ferrea e onesta lama, cavaliere, patriota, medico e letterato”. Così recita l'epitaffio nel cimitero di Hampshire.

Una frase che è un piccolo mosaico della sua vita, anche se stupisce che si definisca solo alla fine come "letterato", oltre che medico, quale fu nella sua originaria carriera.

Prima di tutto invece si definisce cavaliere e patriota: forse non tutti sanno che ottenne onorificenze per i suoi sforzi nelle guerre Boere, a cavallo fra il XIX e il XX secolo sia come l'autore di un libro che sosteneva l'iniziativa inglese - e qui ritroviamo il "patriota" -che come volontario al servizio dei soldati feriti al fronte in Sudafrica.

La sua "sincerità ferrea e onesta lama" poi, si rivelò bene quando gli capitò - stramba la vita - di dover difendere davvero due uomini ingiustamente imprigionati, usando proprio i metodi del suo personaggio, come riportano le cronache.

Insomma, a dispetto del fatto di essere passato alla storia come uno scrittore da milioni di copie vendute, Arthur era molto altro.

Nato in Scozia nel 1859, era cresciuto su da una madre irlandese costretta a fare da capofamiglia a 9 figli, dopo le tristi cadute nella dipendenza dall'alcol del padre, un uomo che non era riuscito a realizzare le sue potenzialità, come disse una volta, e di cui pure dichiarò di avere ereditato il temperamento artistico.

Con forte senso religioso ereditato dalla madre cattolica, poi ribellatosi dopo un'esperienza in Austria in un collegio gesuita, infine approdato tristemente in una strenua difesa dello spiritismo, Arthur fu anche uno dei primi a lanciare la moda delle cure termali in Svizzera (ci portò la prima moglie malata per farla curare)

E proprio alla Svizzera evidentemente era particolarmente legato se proprio lì decide di ambientare la morte di Sherlock su una cascata vicino a Meiringen dove il nostro eroe si trova faccia a faccia col nemico di sempre (Problema finale, 1891).

Ma Sherlock vinse su Conan Doyle: fu costretto a farlo rivivere, tempo dopo, su insistenza di fan ed editori, arrendendosi al fascino del suo personaggio, sopravvissuto intatto due secoli alla contrastata fama del suo autore.

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