Livio Romano, Niente da ridere

A cinque anni di distanza dal suo “Porto di mare”, Livio Romano torna nelle librerie con Niente da ridere, romanzo pubblicato da Marsilio nella collana Marsilio X. Lontano dai fervori giovanilistici dell’esordio “Mistandivò”, Livio Romano dà alle stampe un’opera matura, che non snatura il vulcanismo del suo stile indomabile, ma che crea un intreccio effervescente, in grado di tenere incollato il lettore dalla prima alla trecentocinquantanovesima pagina.
Il romanzo racconta la storia di Gregorio Parigino, trentacinquenne salentino fotografato nel mezzo del cammin della sua esistenza asfissiante. Maestre elementare, giornalista free lance pronto a scrivere di tutto di più pur di arrotondare le sue entrate mensili, padre di due “friguline” deliziose, marito dell’affascinante ed intelligente Delia, figlio di una mamma in preda alla più profonda depressione, nipote di nonna Gregoria, che oltre a bestemmiare si caga nelle mutande e poc’altro, nipote di Zio Filippo, un povero sfigato che è cacciato dalla sua casa da una moglie poco propensa al perdono, candidato per i Verdi, contro il suo parere, nelle elezioni comunali del suo paese, amante virtuale di una torronaia tutta curve e perversioni, Gregorio cerca di ricoprire tutti questi ruoli contemporaneamente e nel migliore dei modi.
Ma la giornata è composta da ventiquattro ore. E Gregorio lo sa bene. Unica possibilità per riuscire a sopravvivere è ingurgitare delle piccole perle blu. Sono pillole di Alprazolam: unica panacea contro il tran tran della vita moderna. È vero, Gregorio cerca di ritagliarsi piccoli spazi tutti per sé, ad esempio il venerdì pomeriggio si rinchiude per quatto ore nella sua casa in campagna, mentendo alla moglie che lo crede impegnato in un laboratorio linguistico pomeridiano a scuola, sino a quando proprio in una delle sue fughe settimanali Gregorio si scaglia con la sua Cinquecento rossa contro una Fiesta beige guidata da un maresciallo in pensione. È la scena con la quale il romanzo si apre e che ci conduce per mano nell’esistenza tragicomica di Gregorio Parigino. L’incapacità di Gregorio di gestire a meglio il menage di questa famiglia allargata, nonostante tutti i suoi buoni propositi e nonostante l’aiuto degli antidepressivi, avrà pesanti ricadute sul suo rapporto con Delia. I due per un po’ si separeranno per la più classica delle pause di riflessione. Ma tutto è bene quel che finisce bene. Certo, il romanzo è molto più ricco di scene esilaranti e grottesche, basti pensare alla email che Gregorio, dopo le elezioni disastrose, crede di mandare ad un suo amico di Cremona, mentre invece la spedisce all’intera sua mailing list, ottenendo uno sputtanamento in prima pagina sul giornale locale. La causa gli frutterà un assegno da diecimila euro. Ma questa è un’altra storia.
“Niente da ridere” ha due meriti: il primo è che è scritto alla grande, una sorta di freestyle rappato, un flusso di coscienza pieno di digressioni-matrioska, messe le une dentro alle altre, senza per questo allontanare il lettore dal nocciolo della narrazione; l’altro merito non è stilistico, ma contenutistico: Livio Romano, dopo tanti romanzi di giovani immersi nel loro precariato lavorativo ed esistenziale, ci fornisce un nuovo modello di rappresentazione del trentenne italiano, con lavoro fisso, sposato, con prole al seguito, ma, senza per questo, essere pienamente realizzato, perché la vita non è mai una passeggiata. I problemi sono tanti e continui. Basta non prendersi mai troppo sul serio. Basta vivere con disincanto. Basta avere una famiglia e degli amici che si amano al proprio fianco. Il peggio passa. Chiedete a Gregorio Parigino, se non ci credete.

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