Giorgio Faletti, le confessioni della moglie a un mese dalla scomparsa

Intervistata da Vanity Fair, Roberta Bellesini racconta 14 anni di vita assieme allo scrittore di "Io uccido" e di altri best seller. L'amore, la malattia, le scelte importanti

A quasi un mese dalla morte di Giorgio Falettiscomparso lo scorso 4 luglio dopo una incurabile malattia, Roberta Bellesini, moglie dello scrittore, ripercorre in un'intervista su Vanity Fair (in edicola domani, 30 luglio) i 14 anni di vita vissuta assieme.

Lo fa attraverso le domande di un amico comune, lo scrittore Luca Bianchini, al quale  rivela i momenti più importanti della loro vita, dal primo appuntamento all'inizio della malattia, fino alla morte.

Giorgio Faletti

L'incontro, il primo bacio, l'amore. Poi i primi problemi nel 2002, quando venne colpito per la prima volta da un ictus: "Era il giorno in cui avrebbe dovuto fare la sua prima presentazione di  Io uccido alla Mondadori di via Marghera" racconta la donna che ebbe la responsabilità di prendere una delle decisioni più importanti della sua vita e soprattutto di quella di Faletti.
"C’era un farmaco - racconta ancora nelle pagine del settimanale -  che poteva sbloccare la situazione, ma in Italia era ancora in via sperimentale. E, non sapendo bene da quanto tempo Giorgio era in coma, avrebbe potuto essere letale. Più il tempo passava, più aumentava il rischio. Il medico mi lasciò dieci minuti per decidere, e io rischiai. Ho sempre pensato che per avere risultati si debbano correre rischi".

Dopo essersi svegliato dal coma, lo scrittore e la giovane compagna decisero di sposarsi. Il successo di Io uccido contribuì alla sua guarigione, seguito da altri successi frutto dei suoi altri romanzi. Una vita serena, fino a gennaio scorso, quando in seguito ad una risonanza magnetica gli venne riscontrata la malattia che lo ha portato al termine della vita. Da lì la scelta di curarsi a Los Angeles, dettata anche "dalla necessità di avere un po’ di privacy" e la scelta di tornare in Italia, a fine giugno: "Sono sicura che in cuor suo avesse capito che non c’era più nulla da fare. Desiderava tantissimo tornare in Italia, lo desiderava con tutto se stesso. Tant’è che ha tenuto duro fino a che siamo arrivati qui. Poi ha mollato".

Nonostante tutto, Giorgio Faletti non ha mai smesso di lottare e "non ha mai avuto un momento di rabbia o di sconforto", conclude Roberta Bellesini. Anzi, fino all'ultimo si è ritenuto un uomo fortunato per la vita vissuta, per i successi avuti e le esperienze fatte. Lo testimoniano le parole che le ha lasciato: "Mi diceva: 'Comunque vadano le cose, io ho avuto una vita che altri avrebbero bisogno di tre per provare le stesse emozioni. E se penso che sarei dovuto morire nel 2002 e in questi 12 anni ho fatto le cose a cui tenevo di più, devo ritenermi l’uomo più fortunato del mondo'".

Giorgio Faletti

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