Maturità 2014, Violenza e non violenza, i due volti del Novecento

La traccia proposta dal Ministero per il saggio breve o l'articolo di giornale per la maturità 2014 richiede di analizzare la doppia pulsione del Novecento: da un lato una grande violenza, dall'altra i movimenti della non violenza

La traccia proposta dal Ministero per il saggio breve o l'articolo di giornale per la maturità 2014 richiede di analizzare la doppia pulsione del Novecento: da un lato una grande violenza, dall'altra i movimenti della non violenza
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Proviamo a svolgere la traccia dell'esame di maturità 2014 proposta dal Minsitero per il saggio breve-articolo di giornale: violenza e non-violenza, i due volti del Novecento.

Svolgimento
Il secolo breve, quel Novecento che ci siamo lasciati alle spalle, ha radicalmente modificato il modo in cui i popoli e le nazioni si erano sempre rapportate tra di loro, tanto da consegnarci un mondo del tutto rivoluzionato rispetto a 100 anni prima.

Da un lato le due guerre mondiali e i tantissimi piccoli e grandi conflitti scoppiati in varie regioni nel mondo, hanno lasciato macerie e determinato fratture quasi insanabili tra genti, etnie, stati.

Ma d’altro canto, questa enorme carica di aggressività, di violenza, che è stata fomentata dalla nascita dei movimenti nazionalisti - nazismo e fascismo in primis – ha anche portato, a causa del suo parossismo inevitabilmente destinato ad esaurirsi, alla nascita di una nuova Europa. Un’Europa pacificata come non mai prima, diventata Unione e vincitrice del premio Nobel per la Pace.

La violenza della società, invece, così pervasiva dovunque, persino nelle regioni del mondo apparentemente più progredite e coese, sembra nascere da un’inquietudine più profonda dell’essere umano, che ha a che vedere, piuttosto che con i grandi movimenti ideologici, le lotte di religione o quelle per la supremazia economica, con una dissociazione interiore, con un’alienazione che sono tipiche del mondo moderno, con i suoi rapporti umani sempre più rarefatti e precari. Anche questa intima lacerazione, quasi schizofrenica, tra impulsi di rabbia irrazionale e anelito alla serena comunione con il prossimo, è figlia del secolo che ci siamo lasciati alle spalle.

Il Novecento è stata una contraddizione sotto ogni aspetto e la violenza così potente, espressa attraverso le parole, le minacce, le armi sempre più distruttive, le dichiarazioni di guerra, è stata altresì bilanciata dalla nascita di qualcosa di completamente nuovo nella storia dell’umanità: la non violenza.

Da Ghandi a Martin Luther King fino a Nelson Mandela, grandi movimenti di persone, sospinti dalla potenza carismatica di altrettanti grandi leader, hanno potuto modificare la propria condizione – vuoi raggiungere l’autonomia, come la grande nazione indiana, o vuoi ottenere il riconoscimento dei propri diritti civili, come le popolazioni nere di USA e Sudafrica – senza imbracciare un’arma.

La non violenza sfrutta infatti un nuovo metodo, molto efficace, di protesta: la disobbedienza civile. Molto più di uno sciopero, molto più di una manifestazione, molto più di un sit-in, ma attraverso tutte queste nuove forme di rivendicazione sociale, si è giunti ad ottenere ciò che, probabilmente, una guerriglia non sarebbe stata in grado. Perché la non violenza destabilizza con la forza della ragione, e pertanto, disarma.

Tutto il “secolo breve” è stato caratterizzato da questa potente dicotomia, snodandosi tra continue spinte in un senso, e nell’altro. Se, ad esempio, ripensiamo ai movimenti di ribellione giovanili partiti dal '68, ci ricorderemo che ciò che poi è sfociato, in Italia, nel terrorismo degli anni di piombo, era cominciato come pacifico movimento hippie. E’ importante considerare questi aspetti perché ci dicono molto del mondo di oggi, ci aiutano ad interpretarlo.

La specificità del Novecento rispetto alle epoche storiche precedenti è l’estremismo, che ha portato a posizioni talmente radicali e distruttive da far sorgere, per necessità fisiologica di sopravivenza, il desiderio del suo opposto: l’unione, la condivisone, l’incontro, la serena convivenza tra i popoli.

Noi, figli di quel secolo, figli di quelle generazioni che della violenza, e del suo contrario, hanno vissuto ogni aspetto, e ne hanno visto le conseguenze, siamo depositari di una grande responsabilità, quella di dare spazio alla pace, rigettando la guerra. Senza se, e senza ma.

Ecco i testi di riferimento per lo svolgimento di questa traccia

Per quale funzione la violenza possa, a ragione, apparire così minacciosa per il diritto e possa essere tanto temuta da esso, si mostrerà con esattezza proprio là dove le è ancora permesso di manifestarsi secondo l’attuale ordinamento giuridico. È questo il caso della lotta di classe nella forma del diritto di sciopero garantito ai lavoratori. I lavoratori organizzati sono oggi, accanto agli Stati, il solo soggetto di diritto cui spetti un diritto alla violenza. Contro questo modo di vedere si può certamente obiettare che l’omissione di azioni, un non-agire, come in fin dei conti è lo sciopero, non dovrebbe affatto essere definita come violenza. Questa considerazione ha certamente facilitato al potere statale la concessione del diritto di sciopero, quando ormai non si poteva più evitare. Ma poiché non è incondizionata, essa non vale illimitatamente

(Walter BENJAMIN, Per la critica della violenza, 1921, trad. it., Alegre, Roma 2010)

Successivamente alla prima guerra mondiale, il Mito dell’Esperienza della Guerra aveva dato al conflitto una nuova dimensione come strumento di rigenerazione nazionale e personale. Il prolungarsi degli atteggiamenti degli anni di guerra in tempo di pace incoraggiò una certa brutalizzazione della politica, un’accentuata indifferenza per la vita umana. Non erano soltanto la perdurante visibilità e lo status elevato dell’istituzione militare in paesi come la Germania a stimolare una certa spietatezza. Si trattava soprattutto di un atteggiamento mentale derivato dalla guerra, e dall’accettazione della guerra stessa. L’effetto del processo di brutalizzazione sviluppatosi nel periodo tra le due guerre fu di eccitare gli uomini, di spingerli all’azione contro il nemico politico, oppure di ottundere la sensibilità di uomini e donne di fronte allo spettacolo della crudeltà umana e alla morte. […] Dopo il 1918, nessuna nazione poté sfuggire completamente al processo di brutalizzazione; in buona parte dell’Europa, gli anni dell’immediato dopoguerra videro una crescita della criminalità e dell’attivismo politico. Da un capo all’altro dell’Europa, parve a molti che la Grande Guerra non fosse mai finita, ma si fosse prolungata nel periodo tra il primo e il secondo conflitto mondiale. Il vocabolario della battaglia politica, il desiderio di distruggere totalmente il nemico politico, e il modo in cui questi avversari venivano dipinti: tutto sembrò continuare la prima guerra mondiale, anche se stavolta perlopiù contro nemici diversi (e interni)

(George L. MOSSE, Le guerre mondiali. Dalla tragedia al mito dei caduti, trad. it., Roma-Bari 1990)

Molto tempo prima che Konrad Lorenz scoprisse la funzione di stimolo vitale dell’aggressività nel regno animale, la violenza era esaltata come una manifestazione della forza della vita e segnatamente della sua creatività. Sorel, ispirato dall’élan vital di Bergson, mirava a una filosofia della creatività destinata ai «produttori» e polemicamente rivolta contro la società dei consumi e i suoi intellettuali; tutti e due, a suo avviso, gruppi parassitari. […] Nel bene e nel male – e credo che non manchino ragioni per essere preoccupati come per nutrire speranze – la classe veramente nuova e potenzialmente rivoluzionaria della società sarà composta di intellettuali, e il loro potere virtuale, non ancora materializzato, è molto grande, forse troppo grande per il bene dell’umanità. Ma queste sono considerazioni che lasciano il tempo che trovano. Comunque sia, in questo contesto ci interessa soprattutto lo strano revival delle filosofie vitalistiche di Bergson e di Nietzsche nella loro versione soreliana. Tutti sappiamo fino a che punto questa combinazione di violenza, vita e creatività sia presente nell’inquieta situazione mentale della generazione odierna. Non c‟è dubbio che l’accento posto sulla pura fattualità del vivere, e quindi sul fare l’amore inteso come la più gloriosa manifestazione della vita, sia una reazione alla possibilità reale che venga costruita una macchina infernale capace di mettere fine alla vita sulla terra. Ma le categorie in cui i nuovi glorificatori della vita riconoscono se stessi non sono nuove. Vedere la produttività della società nell’immagine della creatività della vita è cosa vecchia almeno quanto Marx, credere nella violenza come forza vitale è cosa vecchia almeno quanto Bergson

Hannah ARENDT, Sulla violenza, trad. it., Guanda, Parma 1996 (ed. originale 1969)

Non sono un visionario. Affermo di essere un idealista pratico. La religione della non violenza non è fatta solo per i Rishi [saggi] e i santi. È fatta anche per la gente comune. La non violenza è la legge della nostra specie, come la violenza è la legge dei bruti. Lo spirito resta dormiente nel bruto, ed egli non conosce altra legge che quella della forza fisica. La dignità dell’uomo esige ubbidienza a una legge più alta, alla forza dello spirito. […] Nella sua condizione dinamica, non violenza significa sofferenza consapevole. Non vuol dire sottomettersi docilmente alla volontà del malvagio, ma opporsi con tutta l’anima alla volontà del tiranno. Agendo secondo questa legge del nostro essere, è possibile al singolo individuo sfidare tutta la potenza di un impero ingiusto per salvare il proprio onore, la religione, l’anima, e porre le basi della caduta di questo impero o della sua rigenerazione. E così non propugno che l’India pratichi la non violenza perché è debole. Voglio che pratichi la non violenza essendo consapevole della propria forza e del proprio potere. […] La mia missione è di convertire ogni indiano, ogni inglese e infine il mondo alla non violenza nel regolare i reciproci rapporti, siano essi politici, economici, sociali o religiosi. Se mi si accusa di essere troppo ambizioso, mi confesserò colpevole. Se mi si dice che il mio sogno non potrà mai attuarsi, risponderò che “è possibile” e proseguirò per la mia strada

Mohandas K. GANDHI, Antiche come le montagne, Edizioni di Comunità, Milano 1975

Sono felice di unirmi a voi in questa che passerà alla storia come la più grande dimostrazione per la libertà nella storia del nostro paese. […] Siamo anche venuti in questo santuario per ricordare all’America l’urgenza appassionata dell’adesso. Questo non è il momento in cui ci si possa permettere che le cose si raffreddino o che si trangugi il tranquillante del gradualismo. Questo è il momento di realizzare le promesse della democrazia; questo è il momento di levarsi dall’oscura e desolata valle della segregazione al sentiero radioso della giustizia; questo è il momento di elevare la nostra nazione dalle sabbie mobili dell’ingiustizia razziale alla solida roccia della fratellanza; questo è il tempo di rendere vera la giustizia per tutti i figli di Dio. […] Non ci sarà in America né riposo né tranquillità fino a quando ai negri non saranno concessi i loro diritti di cittadini. I turbini della rivolta continueranno a scuotere le fondamenta della nostra nazione fino a quando non sarà sorto il giorno luminoso della giustizia. Ma c’è qualcosa che debbo dire alla mia gente che si trova qui sulla tiepida soglia che conduce al palazzo della giustizia. In questo nostro procedere verso la giusta meta non dobbiamo macchiarci di azioni ingiuste. Cerchiamo di non soddisfare la nostra sete di libertà bevendo alla coppa dell’odio e del risentimento. Dovremo per sempre condurre la nostra lotta al piano alto della dignità e della disciplina. Non dovremo permettere che la nostra protesta creativa degeneri in violenza fisica. Dovremo continuamente elevarci alle maestose vette di chi risponde alla forza fisica con la forza dell’anima

Martin Luther KING - https://www.repubblica.it/esteri/2013/08/28/news/martin_luther-king-discorso-65443575

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