L’amore e i riti della mondanità, una poesia domenicale di Sainte-Beuve

Come può l'amore intenso convivere con tutte le richiesta della mondanità, richieste spesso frivole e false?

Quando si ama non si pensa certo a tutte le formalità che la società impone, anche perché chi si ama, soprattutto agli inizi, preferisce passare il tempo lontano dagli altri e insieme al proprio amore. Eppure, alcune volte sono necessarie le formalità.

Quando l’amore, che dovrebbe essere sorgivo e sincero, riesce a conciliarsi con le cerimonie, fittizie e menzognere, della mondanità? Risponde per tutti Charles-Augustin de Sainte-Beuve (1804-1869), il più grande critico letterario della prima metà dell’Ottocento, ma anche fine romanziere, poeta e aforista francese, una delle figure di spicco della critica letteraria in Francia.

Ecco la nostra poesia per la domenica, allora: L’amore e i riti della mondanità.

L’amore e i riti della mondanità, una poesia domenicale di Sainte-Beuve

Le fiaccole scoloravano, il ballo era alla fine,
e le madri dicevano che occorreva partire;
ma si ballava ancora, e l’ora incantatrice
svaniva: la fatica pungolava l’ebbrezza.
Ah, che delirio allora! Quanti candidi serti
scivolati dal seno, disseminati a terra!
Un sudor molle avvampa ogni guancia;
più d’un nastro s’allenta sulla fronte voluttuosa
e ricade disfatto; illanguiditi, gli occhi
lasciar legger agli amati i segreti del cuore;
le mani sentono d’altre mani l’involontaria stretta;
i seni palpitanti svelano il lor mistero.
S’odono dei sospiri; sotto quei guanti laceri
nude braccia si sfregano, consunte dal piacere…
Ma le belle sorridono d’uno sguardo indulgente,
e più stanche, ballando, s’abbandonan reclini.
Beato anch’io ballavo il valzer quella sera,
la mia bella cingevo col mio braccio amoroso,
la sua mano sulla spalla, la sua vita nella mia,
il bel seno sospeso al mio cuor che trasale,
come il frutto al suo albero…

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