Intervista a Maurizio Sorrentino

Abbiamo incontrato Maurizio Sorrentino tra i tavolini del Borgo Marinari di Napoli. A due passi dal Castel dell'Ovo e con lo sciabordio di sottofondo, ci siamo inoltrati lentamente nei meandri del suo romanzo d’esordio: “Nessuno vede il mio pianto”. E se della storia vi avevamo già parlato da lettori affascinati, le parole che seguono potranno aggiungere un altro punto di vista, quello di colui che le ha immaginate e messe in fila, come una striscia di vigne affacciate sulle terrazze della Campania, scenario delle vicende narrate. Maurizio ha cominciato subito a parlarci delle sue storie e, da cronisti accaniti (e estremamente ostili alla pagina bianca) non potevamo che riportarvele.

Curiosità storiche, ricerche e “fondamenta” di “Nessuno vede il mio pianto”.
La matrice di questo libro nasce da vicende familiari. Mia madre è una narratrice, una cantastorie. Ed è da quando ero bambino che ascolto questi racconti che mi sono rimasti stampati nella memoria. Lei ha sempre raccontato, non solo della propria famiglia, ma anche di quella di mio padre. Storie di guerra, ma anche di altro genere. È un po’ la logica dei “cunti”, la nostra tradizione orale. Ho sempre pensato che queste vicende avrebbero meritato di essere raccontate, ma avevo il problema che si trattava di storie molto frammentate,estremamente difficili da ricondurre ad unità. Nel momento in cui mi sono tuffato in questo progetto ho pensato che, forse, inserire il tutto in una matrice storica che, come una specie di frullatore, riuscisse ad amalgamare questo insieme, poteva essere l’elemento universalizzante. Ritornare alla guerra… alla famiglia… Il posto dove si risolvono i conflitti, ma dove i conflitti stessi nascono… Ecco, mi sembrava il mezzo per superare lo stretto confine di partenza. Così sono passato dall’esame di alcuni documenti storici su Castellammare, all’idea di utilizzare alcuni personaggi come Acton e Beneduce, mescolandoli alle piccole storie quotidiane. La Storia da un punto di vista laterale. In fondo Beneduce non è Mussolini, c’è tanta gente che nemmeno sa chi sia. Non volevo Ferdinando di Borbone o Vittorio Emanuele; ho preferito scovare alcuni personaggi meno conosciuti, anche se di un certo rilievo, anche per godere di una maggior libertà di movimento.

La passione per luoghi di una bellezza struggente come Castellammare di Stabia e Sorrento.
La Castellammare del libro non è una città reale. In una prima versione (uno dei cinque o sei testi che si sono succeduti fino alla redazione definitiva) si chiamava “Piandimare”. Volevo avere la libertà di raccontare un luogo dell’anima, e non un posto reale. Poi sono tornato al vero nome per una scelta mediata, perché ho mischiato luoghi esistenti a luoghi immaginari. In fondo Castellammare è una città sanguinante, dolente, ed è così che la racconto. Come una gemma bellissima, ma tenuta male. Sporca. Sfregiata.

L’imponenza e la rilevanza delle protagoniste femminili come Nina e Zenobia, sottolinea una certa marcata attenzione per il matriarcato, ordine quotidiano ma anche come radicamento culturale e gastronomico.
Le famiglie del Sud sono matriarcali, e la mia non fa eccezione, dalla madre alla nonna, per arrivare alla figlia. C’è una “dittatura femminile” nella nostra vita e intorno al focolare si concentrano molti dei ricordi più vivi. Non posso dimenticare le domeniche a casa della nonna, con venti persone riunite attorno al tavolaccio di legno. Un appuntamento ripetuto settimanalmente e non solo a Natale, come succede oggi. Per non parlare del rito degli struffoli, che riuniva tre generazioni, allegramente coperte di farina, attorno al tavolo della cucina.

Le citazioni di Kahil Gibran, Emily Dickinson e Gabriel Garcia Marquez. Punti di riferimento o autori di “riflessioni funzionali”?
Se si esclude “Il Profeta”, uno dei libri che ho costantemente sul comodino e del quale rispolvero ogni tanto qualche passo, si tratta di “scelte funzionali”. E poi c’è un po’ di Marquez nel realismo magico dei sogni, e un po’ di Ursula (la matriarca di “Cent’anni di solitudine”) in Zenobia. E infine le due citazioni, tratte da "L'amore ai tempi del colera", una sulla città e una sulla memoria. Mentre la prima si concentra sulla “nobiltà” del luogo per spiegarne la lunga capacità di resistenza, la seconda ci ricorda che riusciamo a sopportare il passato perché ricordiamo solo le cose belle.

Cosa significa esordire nel mondo della letteratura in un’età nella quale si ha già alle spalle una vita professionale e un ruolo consolidato? In parole povere, come e perché si arriva alla scrittura intorno ai quarant’anni?
Io posso raccontare la mia storia. Mi è sempre piaciuto scrivere, ma credo che la scuola mi abbia un po’ tarpato le ali. Ho avuto un’insegnante di lettere in gamba, ma che non era esattamente una mia fan. Mi considerava pienamente sufficiente, ma non incoraggiava particolarmente la mia scrittura. Poi nella vita ho preso altre strade e probabilmente sono state anche queste ad allontanarmi dall’antica passione, forse anche perché convinto di non essere particolarmente tagliato per la narrativa. In realtà devo molto a mio cognato, che ho citato nei ringraziamenti. Lui aveva scritto dei racconti, peraltro di una certa qualità e, per un “fatto quasi emulativo”, durante una notte insonne, ho scritto un testo intitolato “La strada” (che tutt’ora considero una delle mie cose migliori). Gliel’ho mandato via mail e lui, a mia insaputa, lo ha fatto, pervenire ad una rivista letteraria, firmando il lavoro a mio nome. Dopo una quindicina di giorni sono stato contattato dalla redazione di questa rivista, che si chiama “L'Inchiostro”, per alcune precisazioni in vista della pubblicazione. Avendo intuito sono stato al gioco e il racconto è stato pubblicato. In seguito ho inviato ad Inchiostro altre cinque storie, che sono puntualmente apparse. Una di queste, “Il Chiodo”, ha vinto un premio a Montepulciano. Poi c’è stata la sfida. Uno dei miei migliori amici mi prendeva in giro e mi sollecitava a cimentarmi con un’opera di ampio respiro, un vero romanzo. Dovevo mettere alla prova le mie capacità − diceva ridendo − su un terreno diverso dal racconto breve. Da lì è partita questa avventura durata sette anni e conclusasi quasi con un “atto di forza”, con la rinuncia alla tela di Penelope. C’è ancora qualcosa che, potendo, cambierei, ma ormai è andata.

Chi consideri il tuo più grande sostenitore e chi, al contrario, il critico più accanito?
Il mio più grande sostenitore… In realtà non ci ho mai pensato. Critici palesi, dichiarati, in realtà non ne ho. Le due persone che ringrazio, sono già state citate. Si tratta di mio cognato e di un grande amico storico. Mi hanno aiutato con i loro consigli, e spesso anche suggerito di tagliare o modificare alcune parti… naturalmente in certi casi li ho seguiti ed in altri no. Una delle critiche mosse riguardava proprio la difficoltà di orientarsi nella “folla di personaggi”. Nel partito dei sostenitori annovero sicuramente mia moglie e mia figlia.

Piccole grandi soddisfazioni…
La cosa più gratificante che mi è capitata è stata l’invito a parlare in un liceo scientifico nel quale, con mia grande sorpresa, il libro era stato adottato nel progetto lettura. Hanno invitato me e l’autrice di un altro romanzo ambientato a Castellammare per discutere con i ragazzi i loro lavori ispirati ai testi.

Questioni di titoli…
In realtà, in un’epoca evidentemente post-edonistica, forse addirittura ultra−edonistica, non so quanto questo libro sia penalizzato dal titolo. Inizialmente il romanzo si chiamava “Zenobia e il mare”. Poi una “lettrice qualificata”, una redattrice di “Inchiostro” (avevo chiesto alla rivista una valutazione del manoscritto), dopo averlo letto aveva lasciato un appunto a matita sulla poesia collocata all’inizio. Una sola parola: “Bellissima!”. Allora ho pensato di valorizzare quei versi inserendone l’incipit nel titolo, per evitare che passassero inosservati.

Una storia Campana, forte e vitale, fino all’estremo, ma al di là del cliché.
Quello che si è detto a proposito di Castellammare si potrebbe tranquillamente applicare a Napoli, teatro di mille epopee familiari, con nomi ricorrenti, matrimoni, separazioni, grandi gioie e violente tragedie. Una delle definizioni che preferisco è quella di “romanzo fluviale”, in riferimento a “Il Placido Don” di Michail Aleksandrovič Šolochov, una storia piena zeppa di personaggi, nella quale la vera protagonista è l’intera comunità dei Cosacchi. I romanzi di questo tipo hanno la caratteristica di opporre il movimento della vita che scorre, ora quieta, ora tumultuosa e quasi famelica, elemento rappresentato dal fiume (nel mio testo dal mare, per la verità)alla solidità della terra ferma, identificata nella casa e nella famiglia.

L’intervista è finita osservando le nuvole che, in una bella giornata di fine maggio lambivano in lontananza un altrettanto placido Vesuvio, tra qualche riferimento ad un comico napoletano di successo e agli infiniti lavori di realizzazione della rete metropolitana partenopea, che si è recentemente dotata di una nuova stazione, ma resta una specie di simbolo di quel “costante non finito” con il quale i napoletani hanno, ormai da secoli, imparato dolorosamente a fare i conti.

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