I buoni di Luca Rastello, un antidoto contro il manicheismo

Nel romanzo, edito da Chiarelettere, lo scrittore torinese mette a nudo le zone d’ombra del mondo della solidarietà e del volontariato

Ci sono due modi per affrontare un libro come I buoni di Luca Rastello. Il primo è banalizzarlo, vale a dire leggerlo come un regolamento di conti, come il “frutto di un livore personale” (per citare una lettrice che ha avvicinato lo scrittore torinese dopo l’incontro tenutosi al Salone Internazionale del Libro) lontanissimo da quello che è lo stile dell’autore di due fra i più bei saggi dell’ultimo decennio Io sono il mercato e Binario morto, entrambi usciti per i tipi di Chiarelettere, editore anche di questa ultima opera di fiction. Il secondo modo è interrogarsi sulle reali motivazioni che stanno alla base di questo libro di narrativa che affonda le mani, con coraggio e consapevolezza, nel mondo della solidarietà e del volontariato, per mostrarne i lati oscuri, le ampie zone d’ombra.

Introdotto dal sempre acuto Goffredo Fofi che ha messo in luce l’impronta “dostoevskiana” del romanzo, Rastello ha spiegato di avere scritto questo libro per descrivere dei meccanismi e non per fare cronaca:

Negli ultimi 20 anni il mondo della solidarietà si è sviluppato in maniera ipertrofica diventando la terza economia del Paese ed è cambiata persino l’ideologia, da “no profit” a “low profit”. In questo mondo gli investimenti in pubblicità vanno ormai dal 40% in su.

A Rastello interessa denunciare le dinamiche, quello che aveva già fatto splendidamente in Io sono il mercato, molti anni prima di Zero Zero Zero di Roberto Saviano, parlando dei metodi per la veicolazione della cocaina in giro per il mondo, quello che lo scorso anno ha fatto con Binario morto mettendo a nudo, attraverso dati, interviste e viaggi “sul campo”, l’insensatezza del corridoio Tav Lisbona-Kiev.

I buoni segue il percorso di Aza, la sua fuga dall’inferno della Bucarest del dopo Ceausescu e a quello che si rivelerà l’inferno “freddo” e insabbiato del mondo del volontariato torinese, una “scuola di empietà” che include, sostiene e aiuta, ma chiede. L’inclusione dura fino a quando si è in grado di far fronte a questa richiesta, fino a quando ci si omologa in una fideistica adesione a un’idea, sia essa di “memoria” o di “legalità”.

Quando si entra nella relazione di solidarietà, si entra in un rapporto irrimediabilmente contraddittorio, una relazione in cui l’aiutato è quasi sempre in una posizione minoritaria. L’unico modo di agire è operare tenendo uno sguardo critico verso se stessi,

ha detto Rastello alla presentazione di sabato scorso.

Se avesse voluto fare un’inchiesta, Rastello avrebbe fatto nomi e cognomi, come, peraltro, ha sempre fatto nella sua carriera di giornalista. Quel che gli interessa, con I buoni, è fare un’opera universale che sappia andare oltre la contingenza e il recinto del Gruppo Abele con cui Rastello ha collaborato in passato e nel quale molta parte della critica ha voluto delimitare l’orizzonte del suo romanzo.

Il punto di forza del libro è la delineazione dei personaggi, la rara capacità di spogliare ciascuno dei protagonisti del manicheismo con il quale si è soliti descrivere gli ambienti in cui la narrazione di Rastello si muove con disinvoltura. L'autore lo fa sul personaggio che maggiormente è costruito su stesso, Andrea, ma lo fa anche su don Silvano, il fondatore di In punta di piedi. Lasciamo ad altri lo sterile esercizio di unire i puntini fra fiction e realtà, a noi di Booksblog interessa la sostanza e cioè l’essenza di un libro che smaschera la rappresentazione che viene costruita intorno ai dogmi della “memoria” e della “legalità”, due valori che Rastello giudica come estremamente “ricattatori”:

Se io dico che lavoro per la memoria e voi non siete d’accordo, il rischio è di venire bollato come nazista o fascista. Ma la memoria è ambigua e traditrice ed è sempre accompagnata da un possessivo. La memoria è un agente proprietario e ricattatorio ed è nel nome della memoria che sono nati i nazionalismi del secolo scorso, dal nazismo al nazionalismo serbo. Lo stesso si può dire della legalità che da metodo si fa valore. I valori sono i principi secondo i quali si fanno gli accordi seguendo un metodo. Da metodo, la legalità è stata assurta al rango di valore. Ma che cos’è la legalità?

Per rispondere a questa domanda, Rastello ha portato un esempio di strettissima attualità:

Quattro ragazzi No Tav rischiano 20 anni di carcere per avere bruciato un compressore. Per la Procura di Torino il loro è stato un atto terroristico, anche se i quattro appartenevano a quattro associazioni diverse e anche se il terrorismo ha sempre avuto natura associativa. Quella stessa Procura ha proposto 6 anni di carcere per gli autori del rogo della Continassa in cui alcuni bambini rom hanno rischiato di morire bruciati nelle loro baracche. Bambini e non un compressore.

ibuoni-rastello

Video | Davide Mazzocco

  • shares
  • Mail