Nadia Toffa, Quando il gioco si fa duro: "La ludopatia è sottovalutata come l'anoressia negli anni Ottanta"

La Iena Nadia Toffa racconta a BooksBlog il suo primo libro, Quando il gioco si fa duro, che tratta il tema della ludopatia.


È uscito il 2 aprile il primo libro di Nadia Toffa, Quando il gioco si fa duro. Nel corso di questa stagione de Le Iene, la nostra ha affrontato il tema della ludopatia regalandoci inchieste interessanti ed approfondite. I tempi televisivi, però, sono molto rigidi e non tutto il materiale da lei accumulato negli anni sull'argomento vi ha trovato il giusto spazio. Così la Iena ha pensato di riversarlo in un libro che affronta un problema attualmente diffuso in modo capillare nel nostro Paese anche se ancora in pochi se ne occupano come sarebbe il caso di fare. Abbiamo fatto una chiacchierata con lei per farci raccontare cosa troveremo nel suo libro e come lei abbia vissuto il passaggio dalla tv alla scrittura. Se volete sapere tutto su Quando il gioco si fa duro, siete nel post giusto!

Quando hai iniziato ad interessarti alla tematica della ludopatia?

Tre anni fa mi trovavo ad Ancona a girare un servizio per Le Iene che non aveva nessuna attinenza col tema della ludopatia. Era mattina presto ed eravamo in appostamento. Io volevo un caffè e abbiamo un visto un bar con la serranda chiusa, fuori con me c'erano già una decina di persone. Apre e io sono l'unica che va al bancone. Seguo le altre persone che erano entrate con me nel retro del bar. Erano tutti uomini sulla quarantina e, quando sono arrivata, erano impegnati a giocare alle slot machine. Era una scena che avevo già visto, però era davvero mattina presto e loro avevano aspettato fuori dal locale con la serranda chiusa...mi sono chiesta: "Perché?". Allora mi sono messa a parlare con uno di questi giocatori e lui mi ha detto: "Sai, ho giocato fino a alla chiusura di ieri sera a questa macchinetta, qui dentro ci sono i miei soldi, non posso lasciarla scoperta!". Da lì è partito un po' questo viaggio alla scoperta di cosa sta dietro al gioco d'azzardo, cosa pensano i giocatori, quanto giocano, quanto fanno guadagnare allo Stato, tutto il giro d'affari...Sono partite una serie di inchieste fino al libro.

Alcuni tuoi servizi sulla ludopatia non sono andati in onda, ma erano disponibili solo sul web. Nel libro affronti altri aspetti che non abbiamo visto in tv?

Sì, assolutamente. Io ho preso spunto dalle inchieste fatte per Le Iene perché grazie a quelle ho parlato con molte persone che lavorano nel settore e altrettanti giocatori. Il libro è un approfondimento. Sai, un servizio da otto-dieci minuti è per forza una sintesi. Il libro mi ha permesso di addentrarmi di più in questo argomento che è davvero interessante sotto molti punti di vista: da quello politico a quello psicologico passando per il sociale e l'economico...È veramente completo, tratta della psicologia dei giocatori come dell'inchiesta vera e propria. Ho sviscerato per bene questo fenomeno che sta esplodendo perché più o meno il gioco è l'unica industria che non conosce la crisi oggi in Italia.

Eri abituata a parlarne in tv, ora hai affrontato lo stesso tema in un libro. Immagino ci sia una differenza, come ti sei trovata a scrivere? Hai avuto qualche difficoltà?

Parlando con un editor, mi ha detto che scrivo molto di impeto. Io scrivo tanto, non ho paura della pagina bianca. Anzi, mi piace molto scrivere di getto. Infatti ci ho messo cinque mesi a finire il libro. La ricerca che c'è dietro, naturalmente, è durata anni perché ho dovuto accumulare materiale, tanto materiale. Poi ovviamente va tutto riletto e sistemato ma ho una scrittura di getto. Penso che questo si noti leggendo il libro e che mi derivi dall'esperienza a Le Iene dove le cose vanno dette con spontaneità, dritto per dritto. Devo dire che scrivere è molto bello perché è come se il tempo passasse in modo diverso: sembra di entrare in una dimensione quasi parallela. È strano, ma strano in senso positivo, rispetto a quello che faccio di solito in tv e che mi porta ad avere un contatto con la realtà molto concreto. La scrittura ti induce a fantasticare, far viaggiare la mente...

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Visto che ti sei trovata bene a scrivere e che in questa stagione de Le Iene hai affrontato altri temi importanti come quello della Terra dei Fuochi e della pedofilia, possiamo aspettarci che Quando il gioco si fa duro non resti "figlio unico"?

Mah, a me questa esperienza è piaciuta molto però ora è un po' presto per dire se mi capiterà di nuovo. Per quanto mi riguarda ora ti direi: "Perché no?". È un bell'approfondimento, un approfondimento diverso, che non è fatto di velocità come la tv. Il libro ti dà l'opportunità di poter parlare a tutti perché ha un linguaggio molto semplice, nonostante i temi trattati siano anche tecnici. Quando si entra nei dettagli del funzionamento delle macchinette, ad esempio. Credo di essere riuscita a rendere questi temi più complessi alla portata di tutti. A Le Iene la parte più difficile è stata proprio quella di riuscire ad essere incisivi, sintetici e chiari. Ma questo mi è servito molto per il libro anche perché se la gente non capisce una cosa è perché sei tu che la spieghi male...

Nel libro ci sono molte testimonianze di persone affette da ludopatia. Ce n'è una che ti ha colpito particolarmente?

La storia di Sara, una ragazza molto giovane che si stava per laureare in Medicina. Aveva una vita normale che si divideva tra amici e famiglia, era la classica ragazza con la testa sulle spalle, come si suol dire. Entra per caso in contatto con la dinamica del gioco, e ne diventa malata. Questa malattia purtroppo si trasforma, partendo dalla compulsione da gioco, si possono sviluppare altre dipendenze. A Sara è diventata compulsione da sesso. Informandomi attraverso psichiatri, ho scoperto che non si tratta di un caso isolato: ad altri è capitato di sviluppare una dipendenza dalla droga o dal cibo. È molto frequente, purtroppo. Lei era diventata sesso-dipendente.

Dal materiale che hai raccolto in questi anni, pensi che il problema della ludopatia sia sottovalutato in Italia?

Quella del gioco è una dipendenza a tutti gli effetti. Nelle famiglie che stanno vicino a un giocatore ho colto un senso di vergogna pazzesco perché la società, in qualche modo, non riconosce questa dipendenza come una malattia. Negli anni Ottanta, se c'era una ragazza che soffriva di anoressia, le si diceva "Mangia!", poi la bistecca diventava sempre più grossa e la ragazza sempre più magra. Perché a quei tempi l'anoressia non veniva considerata una vera malattia. Oggi si sa che cosa sia e come affrontarla. Per quanto riguarda il gioco, io spesso sento dire: "Eh, se l'è cercata!" oppure "Se uno vuole non gioca, scemo lui che si è giocato lo stipendio!". Invece è una vera e propria malattia, una dipendenza a tutti gli effetti. Oggi viene considerato solo come un vizio. Intendiamoci, c'è anche il giocatore vizioso, certo. Ma quando parliamo di una persona che si gioca 1500 euro di stipendio e non ha più i soldi per pagare l'affitto, mi sembra chiaro che questo non si possa chiamare vizio. Chi è affetto da ludopatia perde il controllo, il contatto con la realtà...

[Foto: Facebook]

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