Parole di scuola, di Mariapia Veladiano

Un agile testo di Mariapia Veladiano ci aiuta a guardare a quelle che possono essere le parole giuste per capire se stessi, gli altri, il mondo e, perché no?, la vita.

Sono ventuno le “parole” attorno alle quali Mariapia Veladiano imbastisce la sua riflessione sulla scuola di oggi. Paura, entusiasmo, vergogna, condivisione, integrazione, esclusione, empatia, identità, equità sono alcuni dei termini che troviamo sviluppati nel libro Parole di scuola pubblicato dalle Edizioni Centro Studi Erickson.

Non si tratta solo di trovare per tutti uno spazio dentro, la scuola e il mondo, ma di far diventare diversa la realtà così che tutti trovino uno spazio.

Personalmente consiglio la lettura di questo agile e prezioso libretto a partire dalla fine, e cioè dalle parole che non si devono dire a scuola e da quelle che, invece, vanno pronunciate.

Parole di scuola, di Mariapia VeladianoTra quelle da non dire troviamo, per esempio, l’espressione materiale umano, o il riferirsi agli studenti come clienti, ma anche “La classe sarebbe buona se non ci fossero…” perché, commenta Veladiano, “la classe è quella, tutti compresi, non un’altra”, per finire con l’odiosa affermazione “È un caso senza speranza”. Netto, in quest’ultimo caso, la presa di posizione dell’autrice: “Certo, il professore che lo dice. Cambiare mestiere prego”. Quali si possono – anzi si devono – dire, allora? Hai fatto uno splendido lavoro! Quanti progressi! Ci siamo proprio. Certo che puoi riuscire: “Si possono dire, queste frasi, anche prima che uno studente ci sorprenda, come atto di fiducia verso un possibile che noi adulti siamo tenuti a riconoscere”.

Attraverso la disamina di parole importanti, Mariapia Veladiano ha scritto un testo (frutto di un intervento in occasione de Convegno del Centro Studi Erickson 2013 dal titolo “La qualità dell’integrazione scolastica e sociale”) molto interessante anche per chi non lavora direttamente nel mondo della scuola perché permette di aprire gli occhi sulla realtà che ci circonda e non cadere nel cinismo che vuole che, ormai, tutto vada male sempre e comunque.

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