"Lettere a Elio" di Sibilla Aleramo

Lettere a ElioUn nome semplice, per una raccolta che arriva dritta ai pensieri di una delle più grandi scrittrici italiane del XX° secolo. Le "Lettere a Elio", pubblicate nel 1989 per Editori riuniti, sono le missive che, l'ormai anziana Sibilla Aleramo, indirizzava al giovane poeta Elio Fiore, con il quale intrattenne dal 1957 fino alla sua morte, una tenera amicizia testimoniata da una fitta corrispondenza. Il Fiore era infatti dotato di uno spiccato talento e di una grande abilità nelle relazioni interpersonali, che lo portò ad essere apprezzato anche da altri grandi nomi della poesia come Giuseppe Ungaretti, Eugenio Montale e Andrea Zanzotto, ma i connotati del rapporto che lo unì alla Aleramo sono ben più partecipati.

L'ottantenne Sibilla, sofferente, ma non troppo piegata dagli acciacchi della vita, dispensa consigli materni e letterari in tenere parole di incoraggiamento e con accenti a tratti preoccupati. Il suo è un seguire da vicino la "nuova leva", un accompagnamento dedicato da una grande mente al crepuscolo ad un grande spirito che viveva in quel momento la sua fulgida aurora. Ma nelle 49 lettere e 5 cartoline illustrate che Sibilla Aleramo scrisse ad Elio Fiore non c'erano solo i germi di un rapporto di "impalpabile mecenatismo", ma una profonda attenzione umana, testimoniata dall'estratto che segue:

Roma, 3 gennaio '59

Elio, caro,
ero in pensiero per il tuo silenzio, tanto che ieri ho telefonato a casa tua, anche i tuoi non avevan ricevuto nulla, ma tua Madre m'ha detto che certo stavi bene, che sei giovane e che ti distrai un poco. Ed ecco stamane il tuo bigliettino, datato da Parthenope solare. Un po' misterioso, come sempre. Che cosa vuol dire: "Perché non m'hai riconosciuto?" E aggiungi: "Allora parlami". Non ti ho sempre forse parlato dacché ci siamo incontrati? Nel mio Diario, da due anni in qua, più volte ho affermata la mia fede in te, nel tuo presente e nel tuo avvenire. Può, talora, preoccuparmi quello che, in questo tuo odierno biglietto, chiami "fermento nel sangue" che ti fa andare in perenne ricerca di nuove persone, anziché concentrarti in ciò che già hai incontrato e conquistato, e che attende d'essere espresso liricamente, con il maggio vigore possibile e con la maggiore possibile purità. Questi tuoi Dialoghi io non li conosco ancora, perché non me ne hai mandati mai? O temi, nel caso non mi convincessero interamente, ch'io te lo dica e ti consigli di attendere ancora a pubblicarli? Mi hai citato Rimbaud e Leopardi, e sta bene. Ma io potrei farti il nome di Witman, che cominciò anche più tardi di me, ma poi continuò per tutto il resto di sua vita. E in ogni modo gli esempi non significano nulla. Si è soli, sempre, nella creazione come nell'attesa. E si ama e si soffre, sempre. poetare vuol dire amare, d'un amore più grande di quel che si ha per i singoli. Credo che tutto questo tu lo sappia. Mandami i Dialoghi, vuoi? Se non vuoi, attenderò, con fiducia e affetto.
In questi giorni sono triste, per vari motivi che non sto ora a raccontarti (fra l'altro, l'Unità doveva pubblicare un mio inedito del tempo del Terremoto Calabro, è uscito nelle edizioni di provincia - anche a Napoli, ma tu non l'hai visto! - e non in quella di Roma, mistero!). Coraggio ugualmente. Scrivimi. Non ho l'indirizzo attuale di Valgimigli, m'informerò e te lo manderò. Voglimi bene, sì?

Sibilla

Saprò domenica se il razzo sulla luna sarà giunto?

Via | openlibrary.org

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