
Accennare alla storia professionale di Enrico Deaglio significa accennare alla storia del giornalismo e del telegiornalismo italiano. Cresciuto nel quotidiano di Lotta Continua - di cui è anche direttore per un lustro - Deaglio ha collaborato con buona parte dei quotidiani e dei settimanali più importanti del nostro paese, da La Stampa al Manifesto e poi Epoca, Panorama, l’Unità, Diario, Reporter, oltre ad alcune delle più interessanti trasmissioni di inchiesta televisiva, da Mixer all’ultimo L’Elmo di Scipio.
Quest’anno, dopo tutta una carriera spesa a analizzare e a interpretare la realtà, Enrico Deaglio si è messo alla prova nel campo non facile della narrativa, scrivendo per i tipi del Saggiatore il suo primo romanzo Zita, di cui qualcuno di voi avrà letto la recensione proprio su queste pagine. Noi di booksblog lo abbiamo incontrato a Milano e abbiamo discusso con lui di questa sua esperienza, ma anche di ciò che sta succedendo nel Mediterraneo e di ciò che si aspetta dal futuro di questo nostro paese.
Dopo il salto trovate la prima parte di questa conversazione, buona lettura.
Continua a leggere: Una conversazione con Enrico Deaglio. Prima parte.
Zita ormai è una donna torinese di mezz’età, bella, elegante, dall’aspetto placido, una come tante, insomma, almeno all’apparenza. In realtà, però, come quasi sempre succede quando si giudica soltanto dall’apparenza, dietro l’aspetto placido e curato si nasconde una vita rocambolesca e avventurosa, fatta di piccoli gesti di ribellione individuale - l’amplesso simulato a 15 anni, sul letto di morte di Cesare Pavese, per esempio - o collettiva, tra esili e rivoluzioni.
La vita di Zita, insomma, attraversa la seconda metà del Novecento come un rasoio, sezionando la Storia con la S maiuscola e staccandone brandelli di storie individuali che la rendono vivida e potente: dalla vita di Alì Hashami, compagno iraniano di Zita che prima di essere ucciso da un cancro all’esofago le racconta i macabri e assurdi dettagli della guerra tra il suo paese e l’Iraq di Saddam Hussein, insieme ai risvolti più terrificanti della Rivoluzione, fino a quella di Elide Dozza, scampata da ragazzina alle stragi naziste di Marzabotto e Monte Sole e diventata nel dopoguerra una ostetrica e abortista clandestina.