Questo libro arriva dalla libreria del mondo offeso di Milano, da un caso a dir poco provvidenziale e dal prezioso consiglio di Laura. E’ la storia di un viaggio che ho letto durante un viaggio. Proprio così, solo che il mio “traslarmi” si è sviluppato molto più a nord delle latitudini indicate nel magico miscuglio agrodolce di parole, che Consolo ha saputo impastare come la migliore delle paste martorane, talmente ben fatta da sembrar quasi più bella e invitante dell’originale.
È la vicenda di due uomini, il nobile pittore lombardo Fabrizio Clerici e dell’umile fraticello Isidoro. Due facce della vita e due concezioni dell’amore, il primo epurato nelle maglie della distanza e della ragione, il secondo smisurato, irrequieto e passionale fin sul limitare della follia, che si intrecciano con il destino della bella e sfortunata Rosalia. Il tutto accade in Sicilia, un’isola attraversata in maniera irregolare, che offre ospitalità e saccheggi, grandi onestà d’animo, banchetti e meschinerie a profusione. Una terra d’arte e di storia che giace sul mare come dimentica di sé stessa.
La narrazione si sviluppa sotto forma di diario indirizzato a Donna Teresita, colei che fa palpitare graziosamente il cuore del nostro artista, che intende regalarle un “quadro” in onore delle sue origini sicule per parte di madre. Un’occasione che permetterà al narratore-Fabrizio di immedesimarsi con i personaggi incontrati e di continuare il suo racconto nonostante le innumerevoli peripezie e l’inserto dedicato alla “Confessione di Rosalia”. Il finale arriva in fretta, come una specie di cesura-fisica che ci risulta difficile immaginare più fatalista.
[…] Mai sempre tuttavia il viaggio, come distacco, come lontananza dalla realtà che ci appartiene, è un sognare. E sognare è vieppiù lo scrivere, lo scriver mormorando del passato come sospensione del presente, del viver quotidiano. E un sognare infine, in suprema forma, è lo scriver d’un viaggio, e d’un viaggio nella terra del passato. […]
Video da cirosca3

Erano quasi tre anni fa e la libreria del mondo offeso aveva aperto da poco quando ne “registravamo l’avvento” tra le nostre righe. Da allora ne è “passata di carta sotto i ponti” e mi ci sono ritrovata anch’io, e per la prima volta, tra questi muri coperti di libri. Era una domenica per caso in Corso Garibaldi a Milano, era ieri. Ventunogennaioduemiladodici. Il giorno dopo la morte di Vincenzo Consolo.
Un tardo pomeriggio piacevole a Brera, con la gente lanciata nei bar per riscaldarsi e i cani in libera uscita. Poi l’insegna sulla strada, la freccia nera sottile, il cortile e l’ingresso. Tutto il resto è storia. Scritta con l’inchiostro in una vecchia agenda, scarabocchiata col gessetto nelle lavagne disseminate un po’ ovunque, la stessa che ti aspetti che esca dalla vecchia radio appoggiata in un angolo per prendere vita sugli scaffali, quella che - puoi giurarci - si raccontano ogni notte le marionette i pupi appesi qua e là, per poi ripeterla alle orecchie dei visitatori solo qualche ora dopo.
È storia di passanti, di abitué, di “lettori congeniti” e di avventure immaginarie. È la storia dell’Italia tutta intera, dei bar dell’Accademia e degli studenti, degli “autoctoni” e dei “meridionali”. Non so se me la ricordo bene, forse in parte l’ho persino immaginata - in fondo non è proprio questo il vero motivo per il quale mettiamo i piedi in una libreria? - Ho buttato gli occhio in giro, mi sono fatta tentare dall’ottimo consiglio di Laura e, solo dopo, ho chiuso la porta dietro le mie spalle. Poi il freddo… tutto d’un botto!
Non aspettatevi un coccodrillo. Non avevo pezzi pronti nel cassetto per la morte di Vincenzo Consolo. Non ce li avevo semplicemente perché, nonostante l’età avanzata e la lunga malattia, ho sempre creduto che non potesse andarsene così… e invece, con mio sommo disappunto, lo ha fatto davvero. Ha riunito le immagini della sua Sicilia d’origine, stampate nella retina come splendidi presepi viventi, gli anni di impegno giornalistico, i suoi numerosi scritti, il grosso pezzo di secolo che ha attraversato e Milano, la città nella quale viveva dal fatico ‘68 e anche il luogo in cui ha visto la fine.
Ne ha fatto un fagotto leggero e se ne è andato così, sottobraccio con un anno che farà a meno di lui come ha fatto a meno, già prima di nascere, del suo grande amico Sciascia, ritrovandosi congenitamente orfano di forti guide. Un po’ come quel Sud fiero e ferito dei romanzi che, da narratore fedele alla missione civile dell’intellettuale, impreziosiva di vita e di lotta, un po’ come l’intero paese, in balia di separatismi e provincialismi, che non avrebbero potuto essere più alieni dal suo sereno spirito di apertura.
Se ne è andato Vincenzo Consolo, rivelato alla scrittura con “Il sorriso dell’ignoto marinaio” (1976), collaboratore in Rai, consulente editoriale per Einaudi e Premio Strega 1992. Una figura dall’ombra densa di significati, come emerge nello spezzone di intervista che riportiamo:
[…] Negli anni in cui ho scritto “Retablo” c’era l’esplosione della contestazione giovanile per cui i teorici dicevano che bisognava leggere soltanto saggistica e che la letteratura era un’attività borghese. Mi sembrava enorme questa faccenda qui e allora ho pensato di rivendicare quello che era il ruolo della letteratura e della poesia. […] Soltanto la letteratura può rappresentare quelli che sono i sentimenti dell’uomo.[…]
Immagine di Carla Cerati, tratta da Scena e fuori scena, Electa, Milano,1988
Via | mezzocielo.it
In epoca di esordi forzati, di “genialissime e imperdibili” opere prime, in preda allo sconforto tipico delle ricerche frustrate, dell’insoddisfazione dettata da romanzi iniziati e mai finiti, ho rivolto il mio sguardo all’indietro, cercando, da lettore, un appiglio, una storia degna di esser letta, un linguaggio, in un gesto che credo simile a quello dell’avvelenato che cerca l’antidoto.
Ebbene, dirigendomi verso Vincenzo Consolo sapevo di andare sul sicuro, di guadagnare qualche ora di lettura appagante, faticosa, certo, come lo può essere una gita sui monti, tra ascese e scollinamenti, ma, come chi cammina per montagne sa bene per aver goduto di viste impareggiabili, infinitamente gratificante.
Continua a leggere: Il sorriso dell'ignoto marinaio, di Vincenzo Consolo
La presentazione al Salone del libro di Torino de Il corteo di Dioniso, una nuova riedizione che riunisce, per i tipi della casa editrice La Lepre di Roma, i racconti Nerò Metallicò e il Teatro del Sole e li impreziosisce delle illustrazioni di Cecilia Capuana, è in realtà un pretesto, un punto di partenza da cui Vincenzo Consolo, senza dubbio uno dei migliori scrittori italiani viventi, parte per ricostruire, in un’ora scarsa, il suo punto di vista sul mondo contemporaneo, sulla letteratura, sulle sfide che attendono lo scrittore.
Dalla crisi linguistica che sta prostrando l’italiano, ormai “orizzontalizzato” e appiattito sulla lingua dei media, passando per per una appena accennata, ma cocente, invettiva contro i respingimenti italiani dei migranti – perché forse non ci ricordiamo che una volta su quei barconi c’eravamo noi – Consolo non risparmia niente e nessuno, dall’Italia alla sua Sicilia, “terra sequestrata”, arrivando a far intendere che è anche per il cambio di proprietà della Mondadori, la sua casa editrice storica, che da oltre dieci anni non da alle stampe un romanzo.
Come ogni anno in questa stagione, mentre le foglie iniziano a seccare e i vento girano portando via i rimasugli del caldo estivo, sale in cattedra la discussione sui possibili vincitori del Premio Nobel per la Letteratura, che verrà consegnato giovedì 8 ottobre a Stoccolma. L’anno scorso il francese Le Clezio, seppur presente in alcune liste di possibili vincitori, era stato per moltissimi una assoluta sorpresa. E quest’anno? A chi andrà l’ambito premio, chi sarà il più importante scrittore del 2009?
I nomi che circolano sono, più o meno sempre gli stessi, si va dagli americani Gore Vidal, Philip Roth e Joyce Carol Oates alla canadese Margaret Atwood, dagli israeliani Amos Oz, David Grossman e Abraham Yehoshua ai sudamericani Mario Vargas Llosa e Carlos Fuentes, qualcuno parla anche (e non è una novità) del grande Bob Dylan, ma a molti, compreso chi scrive, pare un po’ un’esagerazione.
Voi che ne dite? Chi sarà il Premio Nobel per la Letteratura 2009? Per quanto mi riguarda dico due terzetti, il primo è quello dei possibili composto da Philip Roth, in primis, seguito da Carlos Fuentes e Abraham Yehousha,; il secondo, invece, è quello degli impossibili: Boris Pahor, Milan Kundera e, se dio per una volta fosse italiano, Vincenzo Consolo.

La casa editrice siciliana fondata da Elvira e Enzo Sellerio a Palermo compie 40 anni e li festeggia a suo modo, ristampando una serie di venti libri selezionati come i più significativi della sua storia, 20 titoli dunque per ripercorrere la quarantennale attività di questa storica e meravigliosa casa editrice, la cui classe è inconfondibile già dalla sua presentazione, da quel suo blu ormai definibile per antonomasia blu sellerio, talmenente potente e significativo da riuscire ad attirare l’occhio di ogni appassionato selleriofilo in qualsivoglia bancarella.
Sfileranno dunque davanti agli occhi e tra le mani dei moltissimi adoratori di quella carta rigata e di piacevolissima lettura a cui da sempre si lega l’immagine della Sellerio alcuni dei più grandi autori del novecento, italiani e non, che la casa editrice siciliana ha saputo valorizzare e dai quali, a sua volta, è stata valorizzata. E basta citare Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Gesualdo Bufalino, Luciano Canfora, Andrea Camilleri per capire che la lista dei nomi marchiati Sellerio è vastissima e di qualità invidiabile.
Il segreto del successo di Sellerio? “L’indipendenza, l’etica, ossia non portar via autori ad altre case editrici, e la passione: quello che rende bello il nostro mestiere è pubblicare un autore che altrimenti non sarebbe pubblicato” risponde Antonio, figlio di Elvira ed Enzo, erede di un patrimonio culturale preziosissimo.
Via | IlGiornale