Ad ascoltare il dibattito mattutino che, in Sala Gialla, ha messo uno accanto all’altro Alessandro Barberi e Valerio Massimo Manfredi, abili scrittori di romanzi storici e altrettanto abili storici, alle prese con il rapporto tra la Storia e la Narrazione, tra la Storia e le Storie, ho provato la strana e francamente disagevole sensazione di assistere ad un discorso abbastanza piatto, tutto sommato ben poco produttivo: una storia di ordinaria banalità.
Certo, qualcosa di interessante emerge sempre quando due persone di indubbio spessore si incontrano e ripercorrono la propria esperienza professionale, soprattutto quando questa è un’esperienza duplice, oscillante tra la verità documentaria della Storia e il fascino della finzione, dell’invenzione narrativa. Eppure, in fondo, resta poca roba, qualche scheggia di discorso che ne potrebbe aprire altri mille - centralità della scuola pubblica, criticità del concetto di memoria condivisa, oggettività della Storia, definizione e rapporto con l’Alterità etc - ma che, per ovvi e comprensibili motivi di tempo, viene tarpato sul nascere.
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E’ appena uscito Il Ribelle, di Emma Pomilio, al suo terzo romanzo storico, dopo Dominus e La notte di Roma.
Il Ribelle fa parte de Il Romanzo di Roma, un’opera collettiva storico/romanzata sull’epopea di Roma - che verrà distribuita in Italia e nel mondo - composta da 6 volumi e presentata da Valerio Massimo Manfredi. Dopo la Pomilio, sarà la volta di Franco Forte, con Carthago (QUI, la bella copertina) e, a seguire, Mauro Marcialis, Claudia Salvatori, Massimo Pietroselli e Bruno Dall’Olmo. Ne Il Ribelle, che, non a caso, è il primo libro della saga, viene narrata la nascita di Roma: il comandante della cavalleria di Tarquinia - un nobile etrusco che, per difendere il suo onore, uccide la moglie e l’ultimo dei suoi amanti - viene esiliato. Sarà costretto ad abbandonare la sua Terra, i suoi titoli ed anche il nome. Da quel giorno, infatti si chiamerà soltanto Larth.
Lasciata Tarquinia, Larth arriva al guado sul Tevere e si unisce ad una banda di pastori ribelli che popolano l’Aventino. Un nobile e raffinato etrusco, in mezzo a rozzi pastori dediti al banditismo: sembra una situazione paradossale. Eppure Larth, ben presto, scorge, tra quei banditi, non solo rozzezza e violenza, ma anche valore e coraggio. Ma soprattutto conosce un ragazzo che, a differenza dell’arrogante gemello Remo, ha in sè grande valore e grande dignità: Romolo.
Ennesima opera di Valerio Massimo Manfredi, “Idi di Marzo” (Mondadori Editore) conferma da una parte il talento dello scrittore per i romanzi storici divulgativi; dall’altro conferma invece una certa povertà di idee.
Il libro si apre sugli ultimi mesi di vita di Cesare, pontefice massimo, al culmine della sua potenza. Un potenza che tuttavia non si rispecchia nella figura di Cesare, spossato e minato dagli intrighi di palazzo e incapace di reggere il peso del comando.
Intorno a lui di dipanano i fili della congiura che porterà al suo assassinio. Per certi versi ricorda”Cronaca di una morte annunciata” di Marques; anche in questo caso in molti sanno della congiura ma nessuno riesce ad avvertire Cesare, che andrà così incontro al suo destino. Il libro è comunque ben scritto e piacevole da leggere. Tuttavia, come è già accaduto in altre occasioni con altri libri di Manfredi, si ha la sensazione di una operazione commerciale. In questo senso basta visitare il sito Mondadori, dove è stato creato un link ad una pagina interamente dedicata la libro, sia detto per inciso molto ben fatta, con possibilità di leggere il primo capitolo e annesso concorso per vincere un Week-end a Roma con l’autore.
Battaglie epocali, imboscate, estenuanti marce nel deserto o nella neve, paesaggi inesplorabili. Questo è ciò che aspetta l’armata dei “Diecimila”, un esercito di luridi mercenari capitanato dallo spartano Clearco al culmine della guerra contro Atene.
Qual è il vero scopo di questo esercito di maledetti, ufficialmente incaricati di combattere tribù ribelli? Quale lotta di potere fratricida si nasconde dietro la spedizione assassina di Clearco?
Anche chi ha odiato l’”Anabasi” di Senofonte sui banchi di scuola o di università amerà “L’armata perduta” di Valerio Massimo Manfredi. Gli sembrerà un’altra storia, perché raccontata dall’arte di un grande scrittore contemporaneo.
La vicenda è narrata attraverso gli occhi di Abira, una ragazza “xenofila”, cioè innamorata del guerriero Xeno fino al punto da seguirlo anche nell’allucinante marcia di guerra.
Chi ha amato “300″ di Frank Miller e Zack Snyder non può certamente prescindere dalla lettura di Valerio Massimo Manfredi, archeologo e tra i principali scrittori italiani di romanzi storici, da più parti definito il nostro Ken Follett.