
Lo scrivere porta con sé delle manie, come per ogni attività legato al “caso” (e per la scrittura rientrano nel campo della casualità vari fattori come l’ispirazione, il definire meglio quel personaggio che proprio sfugge, il sostegno dell’editore, la fortuna del libro una volta pubblicato). Molti scrittori hanno sviluppato diverse manie che mettono in pratica quando scrivono: alcune sono vere e proprie liturgie apotropaiche, altre sono soluzioni ad hoc per superare questo o quel problema, altre ancora sono abitudini che si sono prese e non si vogliono lasciare.
Ecco alcune manie degli scrittori e delle scrittrici viventi:

Cane e padrone dell’immenso Thomas Mann è, come recita la quarta di copertina dell’edizione Garzanti tradotta da Salvatore Tito Villari, «nella sua affettuosa e ironica descrizione dei rapporti tra uomo e bestia, tra uomo e natura, l’affermazione della ripresa della vita e dell’arte dopo la catastrofe della prima guerra mondiale». Leggiamone inizio e fine.
Incipit:
Quando la bella stagione fa onore al proprio nome e il cinguettar degli uccelli è riuscito a svegliarmi di buon’ora, perché il giorno precedente l’avevo terminato a tempo debito, mi piace, prima di colazione, camminar senza cappello per mezz’oretta all’aperto, nel viale davanti alla casa, oppure negli ampi prati, per respirare qualche boccata della fresca aria mattutina avanti d’immergermi nel lavoro, e per partecipare un po’ alle gioie del limpido mattino.
Desinit:
Davanti alla porta poi, mi giro nuovamente a guardarlo, il segnale per lui a saltare con due balzi su per gli scalini, venire da me e appoggiarsi ritto con le zampe anteriori alla porta, così che io per salutarlo gli possa carezzare la spalla. «Domani di nuovo, Bauschan,» dico, «purché non debba recarmi nel mondo.» E poi m’affretto ad entrare e a togliermi le scarpe chiodate, perché la minestra è già in tavola.

La morte a Venezia è il più celebre e celebrato romanzo di Thomas Mann, di cui esiste anche una celeberrima versione cinematografica firmata da Luchino Visconti.
Incipit:
Gustav Aschenbach, o von Aschenbach, il nome assunto dal cinquantesimo compleanno, in un pomeriggio di primavera del 19…, anno rivelatosi tanto minaccioso per il nostro continente, aveva intrapreso da solo, dalla sua abitazione nella Prinzregentstrasse, a Monaco, una lunga passeggiata. Sovreccitato dal lavoro difficile e critico della mattina, che proprio allora stava esigendo massima prudenza, accorgimento, energia e precisione della volontà, lo scrittore non era riuscito, neppure dopo il pranzo, a reprimere l’impulso del congegno creativo dell’intrinseco, quel «motus animi continuus» in cui, secondo Cicerone, consiste la natura dell’eloquenza, non avendo potuto conciliare quel sonnellino ristoratore che, una volta il giorno, gli era tanto indispensabile, dato il logorio crescente delle sue forze.
Desinit:
Passarono minuti prima che accorressero in aiuto dell’uomo caduto sul fianco, nella poltrona. Lo portarono in camera sua. E il giorno stesso, un mondo impressionato e deferente apprese la notizia della sua morte.

Nel 1903 il grande Thomas Mann pubblicò Tonio Kröger, un romanzo breve che racconta la scoperta da parte di un giovane talentuoso della vocazione letteraria, vista come strumento di superamento della morale borghese. BooksBlog ne ripropone incipit e desinit nella traduzione di Salvatore Tito Villari..
Incipit:
Latteo e appannato dietro strati di nuvole, ridotto a un povero chiarore, era il sole invernale sull’angusta città. Per le strade ornate di frontoni vento e umido, e di quando in quando una grandine soffice, non ghiaccio, non neve.
Desinit:
Non biasimi questo amore, Lisaveta; è buono e fecondo. Di desiderio è fatto, e d’invidia malinconica e d’un pochino di disprezzo e d’una grande beatitudine casta.

Oggi proponiamo incipit e desinit di uno dei grandi capolavori di Thomas Mann, I Buddenbrook, tradotto da Ervino Pocar.
Incipit:
- Come si dice?… come… dice?…
- Eh, perbacco, c’est la question, ma très chère demoiselle!
La moglie del console Buddenbrook che stava seduta accanto a sua suocera sul sofà rettangolare, verniciato di bianco e ornato con una testa di leone dorata - il materassino era rivestito di una fodera giallo-chiara - lanciò un’occhiata al marito seduto accanto a lei su una sedia a braccioli, e accorse in aiuto della figliola che il nonno, stando accanto alla finestra, teneva sulle ginocchia.
Desinit:
- Già, così si dice… ma ci sono momenti, Friederike, in cui non c’è conforto e, Dio mi perdoni, si comincia a dubitare della giustizia, della bontà… di tutto. La vita, voi sapete, frantuma tante cose nel nostro cuore, delude tante volte la nostra fede… Rivedersi?… fosse vero!…
In quella, Sesemi Weichbrodt si rizzò quanto poté. Si resse in punta di piedi, allungò il collo, batté sulla tavola, mentre la cuffia le tremava sulla testa.
- È vero! - disse con tutta la sua energia: e guardò le presenti in aria di sfida.
E così stette, vittoriosa nella buona battaglia sostenuta in tutta la vita contro gli assalti del suo raziocinio di maestra: gobba, minuscola, vibrante di convinzione, come una piccola veggente, tutta entusiasmo e rampogna.