Sarà l’incipiente vecchiaia, quel trascorrere degli anni che misura la distanza tra la vita e la morte, una debolezza malcelata o tutti questi fattori insieme, a far sì che Salvo Montalbano si ritrovi sempre più spesso a cedere davanti al fascino femminile; fascino che ha sempre sentito in modo intenso, solo che ora, rispetto a prima, ne resta spesso vittima. In quest’ultima avventura il commissario di Vigata si ritrova proiettato con il cuore e i pensieri al tempo dell’adolescenza, quando immaginava con struggimento di vivere una storia d’amore con l’eroina dell’Orlando furioso.
Già perché nella storia che Camilleri ci racconta il personaggio principale si chiama proprio come la protagonista dell’opera di Ariosto, e non solo il nome porta Montalbano a rievocare le vecchie palpitazioni: “La signora Cosulich era pricisa ‘ntifica, ‘na stampa e ‘na figura, con l’Angelica dell’Orlando furioso, accussì come lui se l’era immaginata e spasimata viva, di carni, a sidici anni, talianno ammucciuni le illustrazioni di Gustavo Doré che sò zia gli aviva proibito.”
La donna compare nella vita di Salvo per via di un’indagine su una serie di strani furti avvenuti a Vigata a danno di una cerchia di conoscenti. I ladri agiscono seguendo un preciso copione: sorprendono i bersagli scelti nelle case di villeggiatura, li addormentano e poi rubano macchina e chiavi per svaligiare l’abitazione in paese. Sembrerebbe un piano perfetto se non fosse che la mente della banda ingaggia una specie di duello con il commissario: gli scrive una lettera rivelando che il suo scopo ultimo non è la refurtiva.
Continua a leggere: Il sorriso di Angelica, di Andrea Camilleri
” Tascabili impreziositi da una copertina rigida dai bordi arrotondati, capace di veicolare la sensazione dell’effimera protezione del cartone grezzo”. Questa la descrizione delle copertine della mitica casa editrice Mattioli 1885, da parte di un ‘degustatore’ di grafica editoriale.
Leggete che bella anche questa descrizione della copertina di “La notte in cui morirono gli autobus” (e/o): “Il blu pastello dello sfondo richiama alla mente una notte di sogni e di giochi dove piovono autobus anni sessanta. Le vetture sembrano giocattoli eppure mantengono qualcosa di inquietante che il tratto pastello non conforta”.
Io, con la mia fissa per le copertine (in effetti l’elemento fondamentale per la buona vendita di un libro) mi ci sono appassionata.
Continua a leggere: Passione copertine: un bel blog dedicato alla grafica editoriale
Pensavo con Nido vuoto di avere letto tutte le avventure di Petra Delicado pubblicate in Italia e invece mi era sfuggito questo. Stavolta l’ispettrice più amata di Spagna si ritrova a indagare nel clima asettico e ovattato di un convento di suore. La vittima è frate Cristobal, trovato riverso nella cappella dove conduceva dei lavori di restauro sulla salma di un beato, ora scomparsa.
L’unica testimone, una senza tetto, sembra essersi dissolta e le ipotesi più strampalate sull’assassino si accavallano: psicopatico, vendicatore ossessionato dalla Storia, nostalgico della guerra civile. Una strana squadra affianca stavolta l’indagine di Petra e Grazòn: un frate, una suora, uno strizzacervelli borioso e le solite giovani agenti Sonia e Jolanda. L’ispettrice Delicado, però, è titubante rispetto alle congetture sull’uccisore (”Per me chi commette un delitto obbedisce a una spinta concreta, alle passioni umane, alle normali forze che muovono il mondo. Faccio fatica a credere a ciò che esula completamente dalla realtà comune.”)
Non è abituata Petra a sottostare a regole che non siano le sue e invece in questa vicenda dovrà imparare a muoversi in punta di piedi, perché i conventi sono mondi a parte, oasi indipendenti, dove a dire l’ultima parola non è la polizia, ma la madre superiora. Siamo sicuri, si domanda, che l’invidia, la meschinità, la paura, non riescano ad attraversare il pesante portone che divide le suore dal resto della società?
Il silenzio dei chiostri
Alicia Giménez-Bartlett
Sellerio, 2009
pp.527, € 15,00
Eccole qui, mettiamole nero su bianco: frasi che non avreste mai il coraggio di dire in un consesso di persone che parla di libri. Qui potete farlo tranquillamente, protetti dall’anonimato relativo consentito dai vostri nick.
Per farvi un esempio di cosa intendo, inizio io, riportando le mie opinioni ‘controcorrente’. Non sopporto il personaggio di Pedra Delicado, né la scrittura di Alicia Gimenez Bartlett, osannata scrittrice di Sellerio, e che per alcuni è un piccolo ‘cult’.
Ho trovato L’Ombra del Vento un polpettone. Leggibile, per carità: non mi sono distratta proseguendo nella storia. Ma ne ricordo davvero poco, e il famigerato colpo di scena finale non mi ha scosso per niente.
La domanda mi viene spontanea passando tutti i giorni di fronte alla vetrina di una libreria di proprietà di uno dei più noti editori ‘a pagamento’. Una libreria piena di soli libri pubblicati, con il contributo economico dell’autore, da quell’unico editore.
Ebbene, quasi ogni giorno, vi assicuro, c’è una sfilza di gente che fa la fila per entrare e assistere alla presentazione di un libro. Sono chiaramente libri di amici e parenti, visto l’abbigliamento del pubblico, che sembra vestito per una festa di laurea e porta vistosi mazzi di fiori con sé.
Il tutto mi mette una profonda tristezza, e ci pensavo riflettendo sulla scomparsa della grande Elvira Sellerio. Che senso ha farsi pubblicare un libro a pagamento? Per la soddisfazione di avere su carta le proprie idee, poesie, storie e poter invitare parenti e amici a una presentazione?
Continua a leggere: Editori a pagamento: perchè sopravvivono?
La fondatrice della casa editrice Sellerio – Elvira Giorgianni – è morta oggi a Palermo. Era nata a Palermo nel 1936 e ha iniziato a lavorare nell’editoria nel 1970 fondando, con il marito Enzo, la casa editrice che tutti ben conosciamo.
Tra gli autori della casa editrice ricordiamo Leonardo Sciascia (con il quale aveva “scommesso” per una casa editrice siciliana) Gesualdo Bufalino (scoperto proprio dalla Sellerio) e, ultimamente, Andrea Camilleri (in foto con Elvira).
Non solo questi grandi, comunque: tutti noi abbiamo avuto tra le mani i libretti blu – sempre molto curati – della casa editrice. Personalmente ho molto amato i testi dello scrittore russo Sergej Dovlatov (La valigia è un must), i racconti palpitanti di Annie Messina, e, anche se pubblicato con la copertina verde!, il libro La vita meravigliosa dei laureati in lettere di Alessandro Carrera.
Foto | Andrea Camilleri

Anche quest’anno, per la 48esima volta, il premio Campiello è approdato alla fase finale, quella che sancirà, il 4 settembre prossimo al teatro venezioano La Fenice, il vincitore del premio Campiello 2010 tra la cinquina di nomi che sono stati selezionati oggi dalla giuria.
Nell’ordine i cinque nomi finalisti e i rispettivi titoli in gara sono: Antonio Pennacchi con Canale Mussolini, della Mondadori, che ha avuto 11 voti su 11, Gad Lerner con “Scintille. Una storia di anime vagabonde”, edito da Feltrinelli con 8 voti; Gianrico Carofiglio con Le perfezioni provvisorie edito da Sellerio, con 7 voti; Laura Pariani con Milano è una selva oscura di Einaudi con 7 voti e infine Michela Murgia con Accabadora edito da Einaudi.
Contemporaneamente alla decisione della cinquina finalista, è stato anche consegnato il premio “Opera prima” a Silvia Avallone per Acciaio, con la seguente motivazione: per «le molteplici transizioni incompiute dal proletariato alla piccola borghesia dall’adolescenza alla giovinezza; il romanzo li trasforma in elementi letterari attraverso lo sguardo di due ragazzine che passano dalla complicità alla competizione». Io continuoad avere dei dubbi su questa giovane scrittrice, ma prima di pronunciarli sarò costretto a leggere questa sua prima fatica: Acciaio.
Via | Corriere del Veneto
Per motivi anagrafici non ho potuto assistere a quella storica partita dell’82, con cui l’Italia di Dino Zoff e di Paolo Rossi si aprirono la strada per la conquista del mondiale. Ma leggere il libro di Davide Enia, “Italia-Brasile 3 a 2” (Sellerio, 112 pagine, 12 euro) è uno spasso. E’ divertente perché, chiunque si metterà a leggere questo libro, si troverà davanti a un pezzo di storia calcistica e a un dialetto siciliano (molto più corposo che in Camilleri, ma tale da non ostacolare la lettura per chi, come me, non è siciliano) che fa veramente sentire il lettore davanti a quel televisore, nella Palermo dei primi anni ‘80.
Il racconto è un monologo teatrale (Davide Enia scrive testi per il teatro e per la radio) in cui il piccolo protagonista del tempo (l’autore è del ‘74) narra quel 5 luglio minuto per minuto, ripercorrendo quei tre gol di Paolo Rossi appena compromessi da Socrates e Falcao, tra le impressioni dei familiari e i loro coloriti commenti dialettali.
Ma c’è anche spazio per una storia che, personalmente, non conoscevo, quella della Dinamo Kiev. Durante l’intervallo della partita uno dei familiari narra la storia della squadra ucraina durante il nazismo. In quegli anni venne sciolta, ma i nazisti vollero rimetterla in piedi; allestirono una nuova partita: la Dinamo contro una squadra di tedeschi. La Dinamo vinse la gara (4 a 0) e venne organizzato subito un altro match per riparare allo smacco germanico.
Apprezzo molto di più il Camilleri dei primi romanzi che l’ispettore Montalbano. E l’ultimo libro, “Il nipote del Negus“, si avvicina molto alle prime fatiche letterarie dello scrittore siciliano. “Il nipote del Negus” (Sellerio, pp. 277, 13 euro) è una sorta di farsa del regime fascista scritto sotto forma di comunicati ministeriali, missive, frammenti di discorsi, in un botta e risposta tra personaggi molto coinvolgente.
E anche la trama è divertente e ben costruita. Siamo nel 1929, il regime fascista si sta consolidando sempre più, e Benito Mussolini è alla ricerca di un posto al sole nel continente africano. Prima di intraprendere la campagna d’Africa, però, Mussolini cerca di conquistarsi uno spicchio di Italietta attraverso la diplomazia. E l’occasione gliela porge il principe Grhane Sellassié, il nipote del negus, appunto, che decide di iscriversi alla scuola mineraria di Vigàta.
Da qui scaturiscono tutta una serie di lettere e comunicati attraverso i quali i personaggi di questa storia (il direttore della scuola, il ministro degli Esteri, il commissario della cittadina etc) si tengono aggiornati sui progressi di questo particolare studente. Tutti, insomma, cercano di accontentare le voglie e i capricci del nipote del Negus, ragazzino che non disprezza gli abiti di sartoria e i bordelli, e a cui piace vivere nell’agio.
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In attesa che mercoledì vengano presentate le candidature ufficiali al premio Strega, con i dodici autori selezionati per questa 64esima edizione, qualche ‘chicca’ dal premio letterario più famoso d’Italia.
L’autrice Rosa Matteucci si presenta da sola con ‘Tutta mio padre’, in disaccordo con la Bompiani, che invece appoggerà la candidatura di ‘Acciaio’ di Silvia Avallone, in accordo con il gruppo editoriale di cui fa parte (RCS). Il libro della Matteucci ha due fan eccellenti: Antonio Tabucchi e Piero Gelli.
L’editore romano Fanucci punterà su un libro per ragazzi: i ‘Bambini nel bosco’ di Beatrice Masini, presentato da Roberto Barbolini e Romano Montroni, mentre Neri Pozza non parteciperà al premio per protesta.
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