Moltissimi probabilmente non hanno mai letto una sola riga di quel geniaccio di Philip K. Dick, eppure, grazie all’incredibile successo degli adattamenti cinematografici di alcuni dei suoi racconti e romanzi (seppur alcuni discutibilmente aderenti agli originali) il nome di questo incredibile scrittore di fantascienza riecheggia e i suoi libri si vendono ancora abbastanza velocemente nelle librerie di tutto il mondo.
Questo è stato l’effetto positivo di film più o meno riusciti tratti da alcuni suoi geniali racconti, come Minority Report, e Atto di forza, o da alcuni suoi romanzi. Indimenticabile resterà per sempre l’adattamento de Il cacciatore di androidi (in inglese uscito con un titolo molto più bello, ovvero Do Androids Dream of Electric Sheep?), quel Blade Runner di Ridley Scott che ha fissato negli occhi di almeno un paio di generazioni l’incredibile rapporto tra uomo e macchina, nel film tra Harrison Ford e Rutger Hauer.
Ma Philip K. Dick ci ha lasciato molto altro. Tra romanzi e racconti saranno più di un centinaio le sue opere pubblicate, opere grazie alle quale riusciva a farci fare quasi sempre dei balzi in avanti, verso un futuro che oggi è sempre più presente, ma che per lui era sogno. E chissà quanti altri racconti Philip K. Dick avrebbe avuto in serbo per noi se un infarto non lo avesse stroncato a poco più di 50 anni.
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Pier Vittorio Tondelli è morto da vent’anni e noi ci ritroviamo, come a ogni anniversario di qualche scrittore importante, di quelli che han lasciato il segno, a ripensare ai suoi scritti e al suo ruolo nelle patrie lettere. Ma a differenza di altri autori, per lo scrittore di Correggio il discorso è decisamente più interessante.
Certo, perché Tondelli non è un Calvino, personaggio amato (a volte fino all’idolatria) dalla maggior parte dei lettori. E non è neppure un Pasolini, mentore intergenerazionale, adorato da molti, attaccato da alcuni ma mediamente sempre rispettato come un grande.
Tondelli è diverso, è sempre stato un personaggio per così dire borderline: o lo si ama alla follia, o lo si detesta. Io, francamente, mi annovero nella schiera di quelli che lo ha sempre detestato, ma non tanto per quello che ha scritto - che può non piacermi, ma che non può certamente scatenarmi l’odio - piuttosto per quello che ha decretato, vale a dire per quell’onda anomala di scrittori e scritture che le storie della letteratura rubricheranno probabilmente come post Tondellismo.
Come si può raccontare l’orrore, la miseria, la bestialità umana, la violenza gratuita senza essere retorici, ma allo stesso tempo arrivando con forza al lettore? Devono esserselo chiesto i nove scrittori di fama internazionale (Esmahan Aykol, Eliane Brum, Tishani Doshi, Catherine Dunne, Alicia Giménez-Bartlett, Paolo Giordano, James A. Levine, Wilfried N’Sondé, Mario Vargas Llosa) a cui Medici senza frontiere, che quest’anno compie 40 anni, ha chiesto di visitare alcuni contesti in cui l’associazione opera e di raccontarli. Ciascuno ha dato una risposta diversa ed è nato così dignità, un collage di storie laceranti, di umanità violata, calpestata e martoriata. Un libro difficile da leggere e da scrivere.
C’è chi come Alicia Giménez-Bartlett ha scelto il racconto nudo e crudo, senza finzioni letterarie. Il suo compito è descrivere la Grecia, ma non la terra fatta di gente ospitale, mare e cibo, che conosceva. Il suo viaggio è nei Centri di detenzione per “clandestini”, tra mani tese dietro le sbarre e bambini “tristi”. “Non sono riuscita a scrivere una storia inventata sulla mia esperienza - spiega l’autrice spagnola - La sola cosa che desideravo trasmettere ai lettori italiani era, appunto, un’esperienza. Non sono mai stata meno letteraria in un mio scritto, né più fedele alla realtà“.
Anche il Nobel per la letteratura 2010 Mario Vargas Llosa ha deciso di adottare la forma del reportage per raccontare il Congo. Tutta la verità, in modo lucido e a tratti spietato. Alcuni particolari sono come schiaffi in faccia, come quando il dottor Tharcisse, di Mdf, racconta: “In questo consultorio arrivano ogni giorno donne, bambine, violentate con rami, coltelli, baionette. Il terrore collettivo è perfettamente spiegabile“.
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Siete pigri nello scrivere o soffrite del complesso del foglio bianco? O piuttosto scrivete per lavoro e non riuscite a mettere su carta le vostre idee per stare dietro alle scadenze rapide? O ancora, state scrivendo la tesi ma vi distraete di continuo, magari su facebook o twitter, perdendo il filo e un sacco di tempo utile? Quello che vi sto per presentare è un programmino che potrebbe essere molto utile a tutti voi.
Si chiama Write or die, è un’applicazione per tablet o portatili ed esiste sia a pagamento, che in versione gratuita - graficamente nulla, ma ugualmente efficace. Il suo utilizzo è più semplice dell’aspirina: settate il numero di parole a cui dovete arrivare, il tempo che avete a disposizione per farlo, e poi decidete il livello di cattiveria delle punizioni che vi saranno inflitte in caso di fallimento degli obiettivi.
Fatto? Bene, ora potete cominciare a scrivere. Attenzione però, perché se pensate ogni secondo alla spada di Damocle che vi pende sul capo (o, meglio, sulla tastiera), vi sconcentrerete, perderete tempo e sareste punti dal programma. Come? Scopriamolo insieme.
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Mesi fa lo avevamo annunciato. Ora è proprio vero: uscirà domani, 8 novembre 2011 per i tipi della Sperling & Kupfer, il nuovo libro di Stephen King. Il più grande inventore di storie del brivido degli ultimi anni torna nelle librerie due anni dopo The Dome, uscito nel 2009 sempre per la casa editrice milanese del gruppo Mondadori.
Quando il Re torna a pubblicare è sempre una notizia per i milioni di fan che, come drogati, non aspettano altro. In questo caso però la notizia si arricchisce: effettivamente infatti per questo suo trentacinquesimo romanzo Stephen King, per la prima volta nella sua carriera, si è messo a giocare con la Storia, proponendo ai suoi lettori una fantascientifica avventura tra le pieghe del tempo.
Come molti di voi già sapranno, il romanzo si intitola 22 novembre 1963 (11/23/63 in originale inglese), ovvero - per quelli che non hanno la memoria storica allenata - il giorno dell’omicidio di John Fitzgerald Kennedy a Dallas, ed è la storia di un professore del Maine, Jake Epping, che si ritrova a scoprire nel suo bar di fiducia un passaggio temporale che lo porta inesorabilmente al giorno dell’assassinio di Kennedy:
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Poter riacciuffare un pezzo di passato, costringerlo a esserci di nuovo. Questo il movente delle mie storie. (Erri de Luca)
Sono molto curiosa di vedere per intero il cortometraggio di Erri De Luca, Di là dal vetro, per la regia di Andrea di Bari, di cui il Corriere della Sera pubblica oggi i primi spezzoni.
Lo sono non solo perchè De Luca rimane uno dei miei scrittori italiani preferiti, ma anche per curiosità di vedere come un uomo schivo, amante dei silenzi della montagna, collaboratore di alcune trasmissioni tv, riesca a eprimersi artisticamente anche con questa arte.
Credo ci sarà anche qualche eco autobiografica, nel suo cortometraggio, visto che in varie interviste De Luca parlava della madre molto anziana (la tv è per certi versi positiva, riempie le giornate di persone sole e costretta a stare immobili, disse al proposito), e nel video oltre al volto dello scrittore si si intravvede una donna dai capelli bianchi intenta a un solitario che incita il figlio a “non agitarsi”.
Fra le immagini anche quella della statua di legno di una donna con delle profonde crepe. La solitudine maschile, il rapporto tormentato con le donne - che quasi sempre come prova d’amore chiedono una vendetta per essere riscattate - è una costante di molte delle sue opere letterarie, da Tu mio, a Tre Cavalli o Il giorno prima della felicità.
Via | Corriere.it
Ce la ricordiamo per la celebre scena della dichiarazione d’amore di Julia Roberts a Hugh Grant nel film Notting Hill. In realtà, the Travel Bookshop, realmente esistente nel quartiere chic di Londra, a un passo da Portobello, era stata ricreata artificialmente in studio, appositamente per il film.
In ogni caso, dopo il film la libreria era divenuta meta di pellegrinaggio di turisti ma, soprattutto, Travel Bookshop era un ritrovo per poeti e scrittori inglesi e non. Tanto che proprio loro si sono inventati un modo geniale per venire in soccorso del calo di vendite.
Ovvero, letterati e poeti hanno offerto di lavorare gratis in libreria per un giorno alla settimana ciascuno, sperando di alleviare i costi del titolare e di creare afflusso di pubblico, soprattutto (visto che i figli hanno deciso di non seguire la sua venticinquennale carriera).
Continua a leggere: Le librerie, molto più che negozi. Quella di Notting Hill rischia la chiusura
E’ un luogo comune: il gioco dei sentimenti e delle relazioni amoroso è uno dei più complicati da comprendere - e più complessi da vivere - che ci sia stato dato. Perchè allora non esplorarne le sfaccettature rivolgendoci a quello che i più grandi scrittori di tutti i tempi hanno scritto sull’argomento? Potrebbe essere - pensavo - un modo per essere invogliati a leggere un capolavoro letterario che abbiamo sempre snobbato.
Sì, lo so che voi che amate leggere e che ci seguite sapete già chi sono Marius e Cosette, e magari avete letto e riletto i Miserabili. Per tutti quelli per cui non fosse così, mi piace rispolverare in questo primo post alcune delle più belle pagine d’amore del capolavoro di Victor Hugo. Un ristoro per il cuore del lettore appassionato, seguire i ritmi di scrittura di Victor Hugo e la sua definizione di “Amore”.
Che avviene precisamente nella prima lettera d’amore che scrive Marius a Cosette, ancor prima di sapere il suo nome. Aprite, se proprio non volete leggere tutto il libro, la Parte Quarta, libro Quinto, paragrafo IV (”Un cuore sotto un sasso”), da cui traggo questo splendido passo che trovate dopo il salto.
Continua a leggere: Le più belle pagine d'amore. Marius e Cosette (I Miserabili)
Per riprendere il filone sui più bei libri da far leggere ai vostri ragazzi, e visto che il nostro post sui 1001 libri da leggere prima di morire è uno dei più cliccati da sempre, segnaliamo volentieri questa originale variazione sul tema, affidata alla giornalista del Guardian Julia Eccleshare, 1001 libri da leggere prima di diventare grandi, pubblicato in Italia dall’editore Atlante.
L’autrice , coordinatrice del sito lovereading4kids.co.uk, ha redatto questa lista servendosi della collaborazione di più di 70 autori e chiedendo inoltre a scrittori famosi (da Margaret Atwood a Isabel Allende o Philip Pullman) di indicare le loro preferenze in merito, da Pinocchio a Pimpa, passando per Willy Wonka e le cronache di Narnia.
Non tutti i libri segnalati sono tradotti in italiano (e chissà che qualche editore italiano non sia spinto a farlo), e magari è un buon metodo per imparare l’inglese, regalarli in lingua originale. I libri sono divisi per fasce d’età (0-3; 3-4; 5-7; 8-11; 12+) e vi consiglio, se ve lo siete perso, anche di leggere i consigli su come appassionare alla lettura bambini riluttanti.
J. Eccleshare
1001 libri da leggere prima di diventare grandi
Atlante ed
35 euro
La donna ritratta nella foto a corredo del pezzo del NyTimes che ispira questo articolo riflette il sogno di molti – in età avanzata o meno – riguardo alla piacevolezza del mestiere di scrivere. Pile di libri da leggere o letti come compagni di scrivania, e un bel paesaggio verde davanti agli occhi da cui prendere ispirazione per la propria opera.
Ma, a conti fatti, essere un autore auto-prodotto, può diventare un mestiere? Noi, lo sapete, continuiamo periodicamente a “fare il punto” sul fenomeno con un’occhio all’America. E questa volta lo facciamo premettendo che i numeri sono impressionanti. Un “piccolo scoop” realizzato grazie a uno scambio via mail, da parte dell’articolista del NyTimes (visto che i vertici di Amazon non si sbilanciano sui dati) è che i titoli autopubblicati sulla piattaforma CreateSpace siano aumentati dell’80 per cento dal 2009 al 2010.
In molti, insomma, in America credono al sogno della scrittura. Soprattutto grazie, spiega, alla comodità della stampa digitale, che consente di stampare solo quello che viene acquistato sulle piattaforme on line (“Prima, ti toccava riempirti il garage di libri e distribuirli a tutti i tuoi amici”).
Però i conti non tornano se si guarda il numero medio di copie vendute da un libro autopubblicato: 150.
Certo, ci sono gli scrittori-fenomeni da migliaia di copie (ne parliamo spesso anche noi), ma - lo avevamo segnalato - per ora solo la manualistica vende. E così per ora quello di autopubblicare un capolavoro rimane un sogno, una sorta di “lotteria”. Pochi, pochissimi statisticamente – su centinaia di migliaia – ce la fanno.