Uno dei concetti storicamente più controversi è quello di “rivoluzione”, espressione ormai abusata e banalizzata che sembra evocare soltanto la storia passata o angoli di mondo a noi lontani, e si trascina sempre dietro infiniti dubbi: chi la fa? contro chi? per ottenere cosa? in che modo? con quali risultati? a che prezzo?
Nel suo ultimo romanzo del 1938, “La cospirazione”, Paul Nizan ci ricorda quanto lacerante sia stata la ricerca di un senso rivoluzionario per chi era intellettuale, e politicamente schierato, nel lungo ventennio che ha preceduto la Seconda Guerra Mondiale.
I giovani borghesi che lui ci descrive, in guerra contro la propria società, contro la propria classe sociale e contro la propria famiglia sono in definitiva in guerra contro se stessi, alla feroce ricerca di un senso che indirizzi le loro energie e il loro pensiero verso un futuro in cui non vergognarsi di quello che si è stati e di quello che, nel frattempo, si è diventati. In questo senso “rivoluzione” è quella che facciamo, o dovremmo fare, tutti quanti per guadagnarci la nostra identità nel mondo.
La cospirazione
Paul Nizan
Robin Edizioni, 2010
Pagg. 288, €15
In Se una notte d’inverno un viaggiatore, uno dei romanzi di Italo Calvino più marchiati dagli influssi strutturalisti pubblicato nel 1979, il Lettore, protagonista del romanzo, dopo aver letto il primo capitolo si ritrova a proseguire la lettura su un altro binario, come se nel libro che stava leggendo fosse stata incollata una parte di un altro libro. A quel punto il Lettore si reca in libreria per reclamare una copia senza difetti e da lì comincia la sua folle avventura.
Ieri, mentre stavo per terminare il libro di Kurt Vonnegut, Mattatoio n.5, anche a me è successa una cosa simile: dopo pagina 133 del volume, edito dalla Feltrinelli nella collana Universale Economica, le avventure di Billy Pilgrim, sventurato viaggiatore nel tempo protagonista del romanzo visionario di Vonnegut, con mio grandissimo disappunto, ripartono da pagina 33.
Ora, in attesa di aver un briciolo di tempo per inviare il volume disgraziato alla casa editrice e aspettare l’arrivo, in questi casi solitamente molto rapido e puntuale, di un suo parente normale, sono costretto a macerare nella curiosità. E tanta è la voglia di continuare a seguire la trama sballonzolante nel tempo e nello spazio dell’assurda vita di Billy Pilgrim che, quasi quasi mi tengo questa copia per ricordo, e corro in biblioteca.
In ogni caso, anche senza averlo ancora finito, vi consiglio vivamente di leggerlo, ma state attenti: prima di acquistarlo controllate bene l’impaginazione!
Kurt Vonnegut
Mattatoio n.5 o La crociata dei bambini
Feltrinelli
euro 7

Non sono pochi gli scrittori che, nella storia della letteratura, soprattutto nel Novecento, hanno rischiato la propria vita e sono stati condannati alla clandestinità e ad una esistenza sotto scorta semplicemente per aver intessuto le proprie trame narrative legandole a doppio filo con una realtà scottante, denunciandone l’assurdità.
Se in Italia, negli ultimi mesi, il caso più dibattuto è quello di Roberto Saviano, tra gli stranieri è senz’altro Salman Rushdie lo scrittore che esemplifica al meglio questa coraggiosa categoria. Lo scrittore angloindiano, infatti, dopo essere stato condannato a morte dall’ayatollah Khomeini per aver scritto il romanzo I versi satanici, ha vissuto per quasi un decennio nascosto nella periferia di Londra protetto dagli agenti segreti britannici e da Scotland Yard.
Ora, che la fatwa si è “ammorbidita” consentendogli di vivere liberamente (o quasi) a New York, Rushdie ha deciso di scrivere un libro autobiografico sui sui suoi dieci anni di clandestinità. L’esistenza di questo progetto, di cui non si conosce né la data prevista per la pubblicazione né il titolo, è stata confermata ieri dallo stesso Rushdie in una conferenza stampa ad Atlanta, dove ha presentato la mostra dedicata al suo archivio privato che verrà inaugurata alla Emory University nei prossimi giorni.
Isabella Santacroce torna con un altro atteso romanzo, da pochi giorni in libreria. Il titolo è Lulù Delacroix ed è la seconda parte di una trilogia cominciata con V.M. 18. L’ambientazione di quest’ultima fatica letteraria della scrittrice è una sorta di paradiso, cioè un mondo perfetto in cui non sono tollerati i difetti.
La protagonista è una bambina piena di imperfezioni: calva, con occhi enormi, pelle bianchissima e uno strano modo di esprimersi. Talmente brutta da essere rinchiusa in una stanza. La prigione però non scoraggia la piccola che riesce a vedere il bello nel marcio e ad amare chi non la ama. Per il suo sesto compleanno, Lulù incontra una bambola con un solo braccio e priva di un occhio, che la condurrà in un mondo fantastico popolato di tanti personaggi. La bambina percorrerà fasi diverse della vita: infanzia, adolescenza e età adulta per riuscire a sconfiggere il pregiudizio, “fonte di tutti i mali”.
Nel romanzo un ruolo importante è rivestito dalla poetessa Emily Dickinson che Isabella Santacroce considera un’amica, “Sarà folle, ma così io la sento, racconta in un’intervista a Repubblica, mi appassiona la sua violenta delicatezza e l’ amore che ha per le parole, e che anche io ho.” Lulù, nel suo viaggio con la bambola, incontra la protagonista del precedente romanzo e l’autrice svela che nel prossimo volume della trilogia anche la nuova protagonista incontrerà Lulù e Desdemona. Un’altra curiosità è l’incursione di Isabella Santacroce nel libro: ci saranno tre intermezzi in cui la scrittrice parlerà ai suoi lettori per farsi scoprire nella sua quotidianità.
Lulù Delacroix
Isabella Santacroce
Rizzoli, 2010
€ 18,00
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Qualche giorno fa, segnalando l’uscita de L’ultimo libro di Zoran Zivkovic, recensito da alcuni come il libro dell’anno a pochi giorni dalla sua uscita nelle librerie, vi avevo preannunciato che l’avrei letto, soprattutto per cercare di capire se le voci che davano lo scrittore serbo come novello Borges, o quelle che lo paragonavano a Kafka, Eco e Calvino fossero ragionevoli oppure no.
Ebbene, dopo aver letto le 233 pagine di questo romanzo posso tranquillamente affermare che la risposta ai miei dubbi è assolutamente negativa. Paragonare L’ultimo libro alle opere di Borges o di Kafka è difatti assolutamente fuori luogo e ingiustificato, anche per un lancio da quarta di copertina (mendace in partenza), nessuno degli elementi che fanno di Kafka e Borges due degli scrittori più influenti e decisivi del Novecento si ritrovano in questo scialbo giallo dalla costruzione prevedibile e dallo stile marchiato a fuoco dai corsi di scrittura creativa.
Personaggi da soap opera, ambientazione inesistente, problematicità della trama nulla, gli ingredienti di questo romanzo non sono certo dei migliori, se poi a questi elementi si sommano dei dialoghi imbarazzanti e una densità inimmaginabile di discorsi inutili (primo sintomo di una scrittura debole) è chiaro che l’ordigno narrativo che ne viene fuori è disinnescato in partenza. Per non parlare dell’escamotage narrativo del libro assassino, francamente debole per reggere più di 200 pagine di narrazione.
Continua a leggere: L'ultimo libro di Zoran Zivkovic: la recensione.
Montale lo definì il romanzo-racconto perfetto. Si tratta di ‘In casa d’altri’ di Silvio d’Arzo, pseudonimo dello scrittore emiliano Ezio Comparoni, che oggi viene ristampato (era ormai introvabile) dalla Mup Editore.
E non è solo una buona occasione per leggere, o rileggere, il titolo citato, ma anche quella di scoprire i suoi scritti meno noti, che sono curiosa di acquistare. Si tratta di Penny Wirton e sua madre, ad esempio, o Il pinguino senza frac (in uscita in primavera).
D’Arzo nel 2010 avrebbe compiuto novantanni. Morì invece prematuramente, nel 1952, dopo aver vissuto un’esistenza modesta, mantenuto dalla madre. Pubblicò i suoi primi scritti a quindici anni. Protagonisti di ‘Casa d’altri’ un prete e una vecchia contadina in cerca di risposte sulla vita, nello scenario metaforico dell’Appenino tosco-emiliano.
Via | Emilianet
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Avevo già parlato di RicercaBo, l’iniziativa svoltasi a Bologna dal 20 al 22 novembre, durante la quale alcuni scrittori hanno sottoposto le loro opere inedite al giudizio di critici e autori. Ora è possibile vedere online i video delle letture e i relativi commenti. Si svolge in questo modo: lo scrittore legge un brano significativo del romanzo e successivamente chi, tra il pubblico in sala, vuole intervenire, sale sul palco e fa le sue osservazioni. E’ un modo diverso per parlare di letteratura e per dare spazio alle voci nuove che si apprestano a varcare la soglia della scena letteraria.
E’ anche un pretesto per discutere della narrativa contemporanea, dei linguaggi che adotta, delle storie che sceglie. Giulio Mozzi, ad esempio, commentando uno stralcio dell’opera dell’esordiente Gianluca Minotti, si sofferma sulle possibilità dell’inattualità. Dice che l’autore adotta una comicità inattuale, più vicina a quella di scrittori come John Barth e lontana quindi dal canone odierno del “botta e risposta” e precisa che questo schema può rappresentare una alternativa ai modelli in uso attualmente. Chi è interessato al dibattito sulla scrittura e, in modo più specifico, a un’analisi della narrativa odierna, troverà nell’esperienza di RicercaBo diversi spunti di riflessione.
Foto | Flickr
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Levata di scudi dei giornali italiani per il film ‘La strada’, tratto dal bellissimo libro premio Pulitzer di Cormac McCarthy. Il film infatti rischia di non trovare una distribuzione. “Riaprite quella strada. Fateci vedere The Road, il film ispirato al capolavoro di Cormac McCarthy“, ha scritto Gabriele Romagnoli su Repubblica del 6 gennaio.
“Cormac McCarthy è molto più abile di Giorgio Napolitano nel convincere della indispensabilità delle istituzioni. Invece di offrirci soporiferi discorsi televisivi, sarebbe bene che le massime cariche si mobilitassero perché anche gli italiani possano vedere il film interpretato da Viggo Mortensen, incoraggiando i distributori accidiosi”, ha scritto invece più polemicamente Camillo Langone, su Libero.
“Se non sono valori da riscoprire la responsabilità personale, la convivenza civile, la protezione dei bambini, quali altri?”, ha continuato.
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Se la Società Anonima Veicoli chiama, il giovane di belle speranze risponde. Accetta uno stage con rimborso di ottocento euro al mese, si trasferisce nella elegante Torino e prova a inserirsi nell’ambiente di lavoro. Impara quel che c’è da sapere su un’azienda che produce camion, incontra sindacalisti, operai, quadri dirigenziali, altri giovani di belle speranze e alla fine della sfilata di tanta variegata umanità viene scaricato, tutto secondo copione.
Il protagonista, con sguardo lucido e disincantato, si aggira nella Società Anonima Veicoli come un fantasma: vede e registra situazioni e rapporti interpersonali, ma resta sempre al di fuori, combattuto tra il tentativo di “inserirsi” e la spinta a seguire la sua naturale avversione per i compromessi. L’autore scandaglia con precisione chirurgica le relazioni aziendali, i giochi di potere, gli atteggiamenti di malcelata arroganza di chi occupa i posti privilegiati. Spietato e cinico, ma anche, e soprattutto, sensibile e romantico, Orletti descrive un’industria ormai alla deriva che si nasconde dietro innovativi sistemi di gestione. La fabbrica integrata, secondo cui ogni risorsa dovrebbe contribuire con la propria creatività al buon funzionamento dell’azienda, si scopre così “disintegrata”.
Sullo sfondo una Torino malinconica, con i suoi larghi viali e le ampie piazze, il lungo Po, le statue e i caffè. E lo stagista De Filippis col suo romanzo da scrivere e la difficoltà a sentirsi “già molto inserito”, i suoi discorsi interiori su Modigliani, le riflessioni su ciò che ha intorno, gli aborti d’amore, l’ironia sullo “stare insieme”, l’impossibilità di essere cordiali “brave persone” senza scadere nella banalità. Il tutto raccontato con mesto sarcasmo e una buona dose di rabbia nei confronti dell’ipocrisia e del conformismo. Divertente la scelta di canzonare l’invasione di parole straniere nel tecnichese, scrivendo tutti i termini così come si pronunciano.
Mi sento già molto inserito
Mauro Orletti
Zandegù editore, 2009
€ 14,00
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Dopo Pride and Prejudice and Zombies, la casa editrice Quirk Books ha deciso di concentrare la sua attenzione su un altro grandissimo classico della letteratura rivisitato, questa volta, in versione Cyborg.
Il titolo del nuovo romanzo sarà Android Karenina e arriva proprio nell’anno in cui si celebra il centenario della morte di Tolstoj. Nelle librerie americane sarà disponibile dal 9 giugno prossimo, e sarà firmato da Ben H. Winters, gia’ co-autore nel 2009 di ‘Sense and Sensibility’ e ‘Sea Monsters’.
‘Vogliamo combinare le trame dei classici cari a generazioni di lettori con personaggi oggi popolari come i ninjas, i pirati, gli zombies, le scimmie e i robot’, ha spiegato l’editore Jon Rekulak.
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