«Rauno Rämekorpi avrebbe voluto festeggiare i suoi sessant’anni nella sua vecchia capanna di pesca a Sodankylä, in riva alle scure acque del lago Riipi, ma la sua posizione di amministratore delegato di una fiorente società non glielo consentiva».
Certo è che, se avesse saputo che dietro quella festa si nascondeva una nomina al cavalierato del lavoro e una biografia della sua vita, forse questo pensiero Rauno non lo avrebbe avuto. «Branco di furfanti!» dice agli invitati, «Sono Cavaliere del Lavoro e nessuno mi dice niente! Avrei potuto darmi un sacco di arie per tutta l’estate… anche se in fin dei conti mi domando cosa me ne faccio, a quel prezzo potevo comprarmi una bella macchina».
Insomma, sembra che non gli stia mai bene niente a Rauno, e con ogni probabilità sta qui la sua forza: se non fosse stato così egocentrico e ambizioso non sarebbe arrivato dove si trova. Ovvero: in possesso di una fabbrica di legname mastodontica, una villa altrettanto grande e una bellissima moglie che lo sopporta da una vita.
Continua a leggere: Le dieci donne del cavaliere, di Arto Paasilinna
Di questo parliamo quando parliamo d’amore: di lacrime. Chissà se quelle dell’amore ferito raccolte tutte insieme formano un oceano più vasto di quelle scaturite dall’amore corrisposto. Chissà se sono in equilibrio come le salite e le discese. Sono cose che nessuno sa.
Le cose che “nessuno sa” sono quelle che un adolescente scopre dal passaparola degli altri nei bagni del liceo. Perchè le stelle sono fatte di luce, ad esempio. O perchè è impossibile leccarsi i gomiti, ad esempio, come dice Marta a Margherita. Cosa voglia dire davvero “intelligente”.
Cose che nessuno sa – come da omonimo titolo di D’Avenia – riguardano però soprattutto il funzionamento dei meccanismi che regolano l’amore in una coppia. Il perchè, come dice la nonna di Margherita, ogni dolore porta una benedizione, secondo il detto popolare, e perchè la bellezza venga proprio dalla elaborazione della sofferenza, a volte. Come succede nella silenziosa lotta dell’ostrica contro il corpo estraneo ed intruso che lei trasformerà in perla.
Continua a leggere: Cose che nessuno sa, di Alessandro D'Avenia

Non è un triller in salsa sudamericana, né un romanzo storico sulla fuga dei nazisti (e sulla loro più che presunta sopravvivenza mascherata) e nemmeno il racconto, sicuramente stranamente eroico, di una rimpatriata tra quattro amici a distanza di vent’anni. E’ un po’ di tutte queste cose messe insieme e in realtà forse nessuna di loro distintamente. Ma, andiamo con ordine, cosa peraltro non facile nel marasma caotico di vicende intrecciate e di voci da coro.
Scrivere un romanzo è fondamentalmente mancanza di pudore. Anche pettinarsi è mancanza di pudore, soprattutto se si fa con l’intento di mascherare la cicatrice che corre all’attaccatura dei capelli. Ma pettinarsi è una mancanza meno grave, mentre scrivere è grave. Significa mascherare la realtà, nascondere la paure, reinventare le cose che si sono dette e, soprattutto, le persone che le hanno dette.
Afferma lo spagnolo Paco Ignacio Taibo II e niente meglio che il suo “Ritornano le ombre” può dargli ragione. E’ davvero un libro ambientato in sud America, in Messico più precisamente, senza tralasciare puntate nelle piscine dell’Avana per ritrovare un Ernest Hemingway perso nei fumi delle sue “mistiche peregrinazioni alcolico-letterarie”, negli anni ‘40, o almeno così sembra. Ma è anche l’occasione del ritrovo di quattro individui che in quanto a stranezza non hanno niente da invidiarsi vicendevolmente.
Continua a leggere: "Ritornano le ombre" di Paco Ignacio Taibo II
«Mi chiamo Angie. Ho ventidue anni. Mi piace parecchio parlare di me, perché so di raccontare cose interessanti». Così si presenta la protagonista e voce narrante dell’ultimo divertentissimo libro di Gianluca Morozzi, Chi non muore, appena uscito, come sempre, per Guanda.
In realtà, il suo nome vero, come si può facilmente arguire, è Angela, viene da Francavilla (Abruzzo), ha ricevuto una buona educazione (suo padre è il preside di un liceo classico) e, cosa più importante, è di una simpatia travolgente. Si trova a Bologna per motivi di studio, cioè, si fa per dire, non perché non sia intelligente, tutt’altro, ma perché sarebbe molto più portata per fare il meccanico.
Peccato che Angie, già al primo rigo della sua storia, stia a un passo dalla morte.
Fabio Volo, c’era da aspettarselo, scala la classifica dei libri italiani più venduti, piazzandosi subito in prima posizione, scalzando Coelho, De Luca e tutti i libri sul podio nelle scorse settimane. Il suo Le prime luci del mattino (Mondadori) religiosamente atteso da file di fan è una storia stavolta al femminile, quella di Elena, che nella vita ha sempre programmato tutto e ora si ritrova a dover chiedersi come fare a riprendere in mano la sua esistenza.
Al secondo posto troviamo ancora Erri de Luca e il suo I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli), seguito dal Mercante di libri maledetti di Marcello Simoni (Newton Compton) e, al quarto posto, dai Menù di Benedetta (Rizzoli). Solo al quinto posto troviamo l’Aleph, il nuovo romanzo di Coelho (Bompiani).
New entry al sesto posto Aldo Cazzullo con La mia anima è ovunque tu sia (Mondadori) storia di amore, cupidigia e tradimenti ambientata nel ’45 e ricostruita a ritroso da un anziano scrittore. Segue in settima posizione Sveva Casati Modignani e il suo Un amore di marito (S&K)
Alle sue spalle, Io e Dio di Vito Mancuso (Garzanti), e alle ultime due posizioni Poco o niente di Giampaolo Pansa (Rizzoli) e l’immarcescibile Un regalo da Tiffany di Melissa Hill (Newton Compton).

Accennare alla storia professionale di Enrico Deaglio significa accennare alla storia del giornalismo e del telegiornalismo italiano. Cresciuto nel quotidiano di Lotta Continua - di cui è anche direttore per un lustro - Deaglio ha collaborato con buona parte dei quotidiani e dei settimanali più importanti del nostro paese, da La Stampa al Manifesto e poi Epoca, Panorama, l’Unità, Diario, Reporter, oltre ad alcune delle più interessanti trasmissioni di inchiesta televisiva, da Mixer all’ultimo L’Elmo di Scipio.
Quest’anno, dopo tutta una carriera spesa a analizzare e a interpretare la realtà, Enrico Deaglio si è messo alla prova nel campo non facile della narrativa, scrivendo per i tipi del Saggiatore il suo primo romanzo Zita, di cui qualcuno di voi avrà letto la recensione proprio su queste pagine. Noi di booksblog lo abbiamo incontrato a Milano e abbiamo discusso con lui di questa sua esperienza, ma anche di ciò che sta succedendo nel Mediterraneo e di ciò che si aspetta dal futuro di questo nostro paese.
Dopo il salto trovate la prima parte di questa conversazione, buona lettura.
Continua a leggere: Una conversazione con Enrico Deaglio. Prima parte.
Chissà, pensa, se qualcuno ha mai parlato a Lena delle cose femminili di cui lei parlerebbe a sua figlia, se ce l’avesse…Si chiede se Lena sente la mancanza di una madre e poi si rende conto della sciocchezza. E’ naturale che la senta. E’ difficile collocare Lena mentalmente: è difficile sapere cosa fare di tanta compassione.
Non so se capita anche a voi (ma penso sia piuttosto normale) di fantasticare sulla vita degli autori di un romanzo, su come la loro esistenza abbia influenzato la storia che ci hanno raccontato. A me è capitato così con Cose da salvare in caso di incendio, opera prima di Haley Tanner, esordiente prodigio i cui diritti sono stati acquistati in 20 Paesi ancor prima della sua pubblicazione negli Stati Uniti, essendo il titolo in odore di best seller annunciato.
Il titolo scelto per l’edizione italiana è secondo me molto bello (l’originale era semplicemente Vaclav e Lena, i nomi dei due protagonisti) e stando alle anticipazioni della trama avevo pregustato una lettura di quelle che piacciono a me. Ovvero voce narrante affidata a due bambini “marginali”, immigrati entrambi dalla Russia (ed entrambi molto soli), un segreto che li divide, e un amore nato sui banchi di scuola che non muore, grazie alla potenza di fantasia e purezza di cuore.
Continua a leggere: Cose da salvare in caso di incendio, di Haley Tanner
Il primo romanzo di Anna Mittone, Quasi quasi mi innamoro, è stato la mia rivelazione dell’estate. L’ho portato al mare, un po’ scettica, perché quando ci si porta il lavoro in vacanza è sempre un rischio. Ho cominciato a sfogliarlo con diffidenza, pronta a rimandarlo agli ultimi giorni e a rimpiazzarlo con uno dei libri di riserva stipati nello zaino. E invece, nonostante il formato poco adatto a spiagge e scogli (l’ho letto in bozze, quindi in fogli A4 rilegati con i classici anelli in plastica), è diventato il mio inseparabile compagno tra un bagno e l’altro.
Consolata Bogetto ha trentasette anni, una madre che l’assilla, un padre assente e una sorella maggiore sposata con un “balengo”. Attraversa la sua esistenza con circospezione, così come quando cammina per strada e teme di cadere per via delle caviglie fragili. Un lavoro da commessa in una nota catena di librerie e, soprattutto, una storia finita male alle spalle completano il quadro. E allora lei, in una domenica piovosa, sprofondata in poltrona a casa dei suoi per il solito pranzo domenicale decide di innamorarsi. E lo fa sfogliando le pagine di Donna Moderna e incrociando lo sguardo da cucciolo ferito di Morgan. Sì, proprio lui, il cantante dei Blu Vertigo, il giudice di X Factor, l’ex marito di Asia Argento. Così tra amici che tentano di farla rinsavire, drammi familiari e giornate più o meno uguali di un inverno torinese, Consolata si perde nelle sue fantasie e vive un’esistenza parallela in cui lei e quello che ha deciso essere l’uomo della sua vita hanno incontri romantici su treni o boeing a seconda dello scenario prescelto. Finché la temuta realtà non giungerà a rispedirla con il sedere a terra, ma senza sbarrare la porta a un finale inatteso. Con una scrittura frizzante, scorrevole e molto “giovane” (punteggiatura ridotta all’osso, frasi brevi e linguaggio colloquiale), infarcita di citazioni letterarie e di costume, Quasi quasi mi innamoro si lascia divorare e una volta chiuso lascia una certa nostalgia e una voglia pazzesca di chiamare al telefono Consolata e chiederle: “Allora com’è andata a finire?”
Booksblog ha incontrato l’autrice Anna Mittone, al suo esordio letterario, ma con una carriera da sceneggiatrice alle spalle (Distretto di polizia, La squadra, Un posto al sole).
Allora Anna, la prima domanda è d’obbligo. Consolata Bogetto , c’est toi? Quanto c’è della tua esperienza personale nella protagonista di Quasi quasi mi innamoro?
Alcuni tratti di Consolata sono assolutamente moi: Torino, la tendenza ad inciampare anche da ferma, la scarsa cultura musicale, l’incapacità di affrontare di petto certe situazioni, ma soprattutto la tendenza a fantasticare sempre e su tutto, quasi una doppia vita parallela di cui non riesco a fare a meno. Fantastico sul mio futuro, su quello dei miei figli, sul mio matrimonio (anche se ho deciso di non sposarmi), sul mio funerale, su come sarò vestita quando andrò a ritirare l’Oscar (per il quale, naturalmente, ho già revisionato più volte il discorso di ringraziamento)… Diversamente da Consolata, però, cerco di non perdere mai la bussola della realtà!
Il matrimonio? La tomba dell’amore, dice il luogo comune. Dipende, direbbe Jane Eyre, dopo quante peripezie ci arrivi, e a quale prezzo (attenzione: segue spoiler di Jane Austen!Ehehehe). Visto il suo caso, poi, il matrimonio può diventare un vero colpo di scena se - come sa chi ha letto l’omonimo romanzo di Charlotte Bronte, corona un sogno d’amore lungamente impossibile.
Dopo impedimenti apparentemente insuperabili, come la differenza sociale fra gli sposi, la scarsa autostima di lei (!) e un pregresso matrimonio non rivelato che rischia di mandare tutto all’aria (anche a causa, diciamo, del cattivo temperamento della sposa precedente).
A parte queste ironiche pennellate su uno dei più bei romanzi di sempre, vi riporto il brano in cui Jane descrive la sua felicità di donna sposata, con una delle mie frasi preferite di sempre sul significato di essere (felicemente) in coppia:” Lo stare insieme è nello stesso tempo per noi essere liberi come nella solitudine,essere contenti come in compagnia”.
Continua a leggere: Le più belle pagine d'amore. Jane e Mr Rochester (Jane Eyre)
Si chiama tachiyomi ed è la pratica, tipicamente giapponese, ma non solo, di scroccare la lettura di giornali, libri, fumetti e quant’altro. Accade spesso in terra nipponica di trovare in libreria o in edicola schiere di lettori rigorosamente in posizione eretta con la testa abbassata sull’ultimo romanzo di successo, la rivista appena uscita o il quotidiano. E gli esercenti? Pare che questa attività, molto diffusa, sia anche ampiamente tollerata. Si vede che a fronte di tanti “scrocconi” della cultura ce ne siano altrettanti che poi i libri, i giornali, i manga, li comprano davvero.
Qui da noi, in realtà, mi sembra che la situazione sia molto simile con la differenza che ormai in quasi tutte le librerie, soprattutto quelle di catena, c’è un angolo di lettura con tanto di poltroncina. E in questi giorni di afa persistente che attraversa tutta la penisola l’aggiunta dell’aria condizionata rende la tentazione ancora più irresistibile. E voi? Vi è capitato di leggere in parte o interamente un romanzo dal prezzo di copertina troppo alto direttamente in libreria?
Via | Biblioteca giapponese
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