
E’ stata inaugurata oggi la stazione metro di Mosca che aveva destato non poche polemiche. L’oggetto della disapprovazione sono i murales tratti da uno dei romanzi più conosciuti di Fedor Dostoevskij, Delitto e castigo. Le scene, definite cupe e macabre, spingerebbero i passeggeri, secondo opinionisti e psicologi, al suicidio. I pannelli raffigurano un uomo nell’atto di spararsi, due donne uccise con un’ascia e altri soggetti, tutti su marmo bianco, grigio e nero.
Nonostante le opposizioni di media e cittadini la stazione oggi, dopo vari rinvii, è stata aperta e le immagini dominano ora i muri della Dostoevskaya. Non so voi, ma io camminando per i corridoi della metro di Roma preferirei di gran lunga i murales tratti da un grande libro che pubblicità sprizzanti allegria costruita e palesemente finta. Che ne pensate?
Via | Repubblica.it
Foto | LiveJournal
‘Michè la vita è una schifezza ma è sempre meglio della morte. Quando sei morto non ti puoi nemmeno lamentare’. Anche a chi, come me, non ama la forma racconto, consiglio la lettura di questa bellissima raccolta ‘Napoli ore 11′ di Giusi Marchetta, l’autrice di ‘Dai un bacio a chi vuoi tu’, già Premio Calvino.
E’ difficile scrivere di Napoli, ma soprattutto per me è difficile leggerne dopo il capolavoro ‘Il mare non bagna Napoli’ di Anna Maria Ortese. Il libro di Marhetta, invece, ha vinto tutte le mie resistenze, soprattutto per la bellezza delle immagini metaforiche compiute in ciascun brano.
Sarà che a me piace la scrittura di Flannery o’ Connor, e le sue potenti immagini. Sarà che amo i romanzi di formazione, ed entrambi gli ingredienti li ho ritrovati qui, ma questi racconti mi sembrano proprio belli.
La storia è quella di Lorenzo, giornalista free-lance, che decide di rendere il mondo un posto migliore. Lo fa recandosi una volta ogni due settimane in una clinica svizzera dove si dona il seme. Partendo dal protagonista la matassa narrativa si srotola e rivela vicende e personaggi che in qualche modo si ricollegano a Lorenzo. La zia Santina innamorata, di un amore mai consumato, del professor During, matematico omosessuale; Maria, giovane rumena dal passato raccapricciante e Marco, regista di film porno che aiuta la giovane a tirarsi fuori da un brutto giro; Bartolomeo Leprotti, ricco imprenditore il cui destino sfiora quello di una giovane ballerina, Ambeta.
Sono ombre le figure che danzano nel Donatore, rassegnate e stanche; si muovono consapevoli dell’incombenza della tragedia, che non è tragedia personale, ma quella dell’esistenza che accomuna l’umanità intera. Per tutta la narrazione si respira un’aria quasi densa, sembra di essere in un ambiente asfittico, mentre il tempo si dilata e lascia il presente per ripercorrere pezzi di vita ormai perduti. Come in un sogno, le diverse scene si accavallano, prendono consistenza per poi tornare sfumate e lasciare il posto ad altri frammenti di storia.
La narrazione scorre lenta, di una lentezza voluta, come a voler ritardare il gran finale. In questo aiuta la scrittura, curata ed elaborata, che sa di altri tempi e di altri autori. Lontana dallo stile veloce ed essenziale, preso in prestito dalla televisione, che siamo abituati sempre più spesso a leggere nei romanzi dei nuovi scrittori. Non si avverte la frenesia di essere chiari a tutti i costi e questo è dimostrato anche dal frequente passaggio dalla prima alla terza persona e viceversa. Le parole scorrono a volte come in un flusso di coscienza in cui, però, nulla è lasciato al caso. E proprio in virtù di ciò, alla fine, come in un grande mosaico tutte le tessere troveranno la giusta collocazione, lasciando al lettore un po’ di amaro in bocca, ma anche un profondo senso di tenerezza e malinconia per i personaggi che lascia dietro sé.
Il donatore
Oriel Pozzoli
La vita felice, 2009
€ 14,50
Qual è il successo dei polizieschi scritti da autori del nord Europa? Dopo l’enorme eco dei best seller di Stieg Larsson sembra infatti impazzare una vera mania per questo filone. “Tale successo si fonda su tre fattori – sentenzia l’Economist – ovvero lingua, protagonisti, ambientazione”.
Lo stile usato dagli autore, ad esempio, è realistico, “semplice e preciso, la scrittura priva di metafore”. Piacciono anche i personaggi: “l’ispettore nordico è spesso trasandato e logorato dalle preoccupazioni”.
Infine, l’ambientazione: “i paesi a cui gli scrittori nordici fanno riferimento sono prosperi e organizzati, una ’società morbida’…però dietro la protezione offerta dal welfare state si nasconde un lato oscuro”. Ad esempio, i personaggi di Larsson non vogliono essere ’salvati dalla polizia o dalle autorità’.
Continua a leggere: Il successo dei polizieschi nordici secondo the Economist

Su Librarything continua da tempo una interessante discussione lanciata da elisabettaanna, ovvero: perchè alcuni libri vengono ‘idolatrati’ dal pubblico, arrivando ad avere successo non-si-sa-bene perchè?
Questo avviene ovviamente a scapito di altri autori, che vengono dimenticati nel mainstream da hit list libresca. “Quanti, ad esempio, conoscono il romanziere inglese William Boyd? O lo scrittore di fantascienza Rudy Rucker, americano di origine tedesca e vero “padrino” del cyberpunk?”, scrive ad esempio peterpatti.
“E controllate - continua - se nei vostri scaffali o scatoloni in cantina si trova qualche opera di Mario Biondi; non il cantante blues-soul tanto in auge di questi tempi, bensì un bravissimo scrittore milanese”. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti, e coincidono con i grandi ‘best seller’ della notra epoca.
Si intitola Le cose fondamentali, è in uscita questo mese nelle librerie per i tipi della casa editrice Einaudi e rappresenta il ritorno al romanzo di Tiziano Scarpa, ultimo vincitore del Premio Strega con Stabat Mater, dopo la parentesi rappresentata da La vita non il mondo, una raccolta di frammenti sulla realtà contemporanea.
Le cose fondamentali è una storia di scrittura, quella di un quaderno entro le cui pagine un uomo, diventato da pochi giorni padre, vorrebbe riuscire a descrivere le cose importanti della vita, che cos’è l’amore, che cosa sono i soldi, che cos’è il potere, raccontandoglieli per come li ha conosciuti lui, personalmente; ma è anche e soprattutto una storia di paternità, una storia complessa, che costringe quello stesso uomo a scoprire, a causa della malattia del figlio che necessita un trapianto, di non poterlo aiutare, di non essere il padre naturale.
La carne che Tiziano Scarpa getta al fuoco in questa sua nuova avventura romanzesca sembra essere molta e anche parecchio scottante, arrivando a mettere in gioco alcuni dei sentimenti più forti cui un uomo può assistere in una vita: la paternità, la malattia di un figlio, la scoperta del tradimento, l’amore. Ma per sapere se lo scrittore veneziano avrà saputo o meno confermare il suo talento bisognerà aspettare ancora qualche giorno.
Tiziano Scarpa
Le cose fondamentali
Einaudi
euro 18
Allora, non fate i timidi. Io lo so che fra i lettori ch ci seguono c’è qualcuno ch ha amato talmente tanto un personaggio fittizio femminile da desiderare di poterlo incontrare nella vita reale, prima o poi. La scorsa volta ci eravamo occupati del lato femminile della questione, con Darcy, Heathcliff e il signor Rochester.
Ora partiamo dal presupposto che queste eroine femminili si debbano trovare in romanzi in cui a parlare sia un protagonista maschio, che con le sue parole ce ne faccia innamorare. Ad esempio vi è capitato di rimanere affascinati dalla bella e sfortunata cameriera di ‘Chiedi alla polvere’? O della ragazza del Giovane Holden?
Oppure, tornando alle eroine romanziche, della ingenuità e vitalità della Natascia di Guerra e pace? E preferite Kitty o Anna Karenina, nell’omonimo romanzo (ovvero amore tranquillo ed equilibrato o passione intensa e possessiva)? Oppure la grande intelligenza di Ellen Olenska nell’Età dell’innocenza, una donna giovane ma con una grande maturità d’animo, per niente spaventata dalla solitudine e capace di sentimenti veri, nonostante quello che ‘pensa la gente’?
E in generale, quali sono le qualità di un personaggio letterario feminile che ve la fa amare?
È la primavera, con la sua forza dirompente e con tutte le difficoltà del risveglio, che permea il romanzo Una primavera difficile di Boris Pahor edito da Zandonai. Forza e rigoglio rese plasticamente anche dalla bellissima immagine di copertina (Cose che accadono # 44 di Alessandra Spranzi): due mani che, tra la I e la IV di copertina, reggono un ramo di ciliegio. O lo spezzano? È in questo gioco tra il nascere e l’uscire da se stessi che si sviluppa il romanzo di Pahor.
Il treno correva rapido nella pianura olandese dondolando con incredibile dolcezza sulle sue molle. Una dolcezza quasi eccessiva per loro, che non erano abituati a una simile comodità e che, per la maggior parte, non erano nello stato d’animo di poterla godere […] Sedeva accanto al finestrino. Dapprima era rimasto disteso, con le gambe allungate sotto il sedile di fronte; abbandonandosi allo stordimento di quel dondolio ovattato il corpo riposava. Poi, quando erano comparsi i mulini a vento, si era messo a sedere; un movimento automatico dettato dalla meraviglia per le rare casette di contadini lungo il binario […] Cercava in esse i segni della storia umana, l’immagine della vita che i veri uomini avevano continuato a vivere durante la sua assenza; la cercava con occhi stanchi e increduli (pagg. 3-4)
Siamo nel maggio del 1945, il 4 maggio per la precisione, e Radko Suban, reduce dai campi di concentramento nazisti, per guarire dalla tubercolosi è destinato ad un sanatorio vicino Parigi. Un viaggio, quindi, simboleggiato dal treno con cui si apre il romanzo. Ma non tanto – o non solo – un viaggio fisico, quanto un viaggio di guarigione nei confronti della vita, nei confronti della storia umana prima e della propria storia dopo. Un viaggio in attesa, come la natura che attende la primavera che scoppia, anche se a volte sembra difficile che il miracolo della vita si compia. E, con la vita, sboccia l’amore. Un testo denso, narrato con maestria da Boris Pahor. Un testo che si legge d’un fiato e, per quel che mi riguarda, andrà tra i libri più belli che ho letto in questo 2009.
Boris Pahor
Una primavera difficile
Zandonai, 2009
pp. 333, euro 18
Sapore di caccia al tesoro che si snoda nel tempo e nello spazio. È questa la sensazione che si prova nel leggere il romanzo Puzzle di tre di Gian Conti (Zandonai Editore, 2009). L’autore – che già abbiamo apprezzato nel giallo Loop – narra di uno strumento misterioso e del suo ritrovamento casuale.
La storia, ambientata in diverse città, si dipana attorno a un teatrino di marionette, un fortepiano (o meglio, quello di cui sono farciti, come dice ad un certo punto uno dei protagonisti), chiese con i loro ex voto e un atto notarile e si svolge in mercatini dell’antiquariato, case di collezionisti privi di scrupoli, restauratori di strumenti antichi, biblioteche ed archivi… Come in ogni caccia al tesoro che si rispetti gli indizi sono sparsi un po’ ovunque e alcuni sono veramente ben nascosti.
Tra i miei personaggi preferiti Gian Ferrari – che abitava a Segrate e lavorava a Cinisello – e Mario Bocchi della Biblioteca civica Berio di Genova. Il primo per la sua capacita di accordare vita reale e situazioni paradossali, il secondo per la simpatia insita in quelle persone che fanno tutto e niente ma hanno sempre successo. E poi c’è Domenico Costa che alla caccia al tesoro dà inizio: la sua capacità di ascoltare e di accogliere rende possibile il gioco che l’autore ci racconta.
Infine, una notazione matematica (o magica? visto il libro non ci starebbe male). Fin dal titolo c’è una presenza forte del numero tre (omne trinum est perfectum): Puzzle di tre – costituito di tre parti – è ambientato in tre città diverse (due italiane e una francese); lo strumento misterioso è diviso in tre parti; le persone che lo cercano si riuniscono in gruppi di tre e via dicendo. Quando però c’è un qualche passo importante il tre non esiste più e ci ritroviamo con due situazioni – o una: quasi a voler intendere un’attesa che deve completarsi.
Gian Conti
Puzzle di tre
Zandonai 2009
pp. 431, euro 15,00
Ultimo lavoro della saga di Montalbano, La danza del gabbiano è, in linea con gli altri romanzi della serie, un libro da divorare. Confesso che mi ha allietato una giornata che si prospettava noiosa e interminabile. In questo episodio Salvo è alle prese con la scomparsa del suo braccio destro, Fazio, che, uscito di casa una sera, non è più rientrato. L’idea di una fuga amorosa appare alquanto inverosimile, per cui al commissario non resta che pensare al peggio.
Nella preoccupazione Montalbano dimentica del tutto la presenza di Livia, appena giunta a Vigata per trascorrere qualche giorno col suo eterno fidanzato. Lei, adirata, ma stranamente comprensiva, riprende il volo verso Boccadasse e a Salvo sale un pinsero: “Livia è presenti (nella so vita) a intermittenza”.
Non starò a raccontare l’evoluzione della storia, per non rovinare la festa a chi ha la fortuna di dover ancora leggere il libro. Vi dirò soltanto che continua il leit motiv della vecchiaia che sempre più affligge l’eroe di Camilleri. Ormai di stomaco debole, con una sensibilità acuta e insonne cronico, ma sempre pronto ad architettare soluzioni ingegnose per risolvere problemi spinosi.
Continua a leggere: Una lettura per l'estate: La danza del gabbiano, di Andrea Camilleri