Ecco qui qualche idea se volete regalare un bel volumone di fotografia a un amico/a che sapete per certo essere affetto da questa passione. La lista la trovate in una interivista ad una persona più che qualificata per consigliarla: Martin Parr, fotografo statunitense e soprattutto conosciuto come collezionista di libri di fotografia rari e in prima edizione.
A lui si deve la pubblicazione dei volumi ‘Photobook I - II’ in cui condivide le sue collezioni. Quindi il primo consiglio è di comprare quell. Per il rsto, Parr consiglia dei ‘masterpiece’, degli imperdibili che vi saranno utili anche se la vostra idea è quella di allestire le ‘basi’ di una buona collezione di libri fotografici (come nel mio caso).
Come potete leggere nella pagina successiva, si va dalle retrospettive di mostre a come quella di Richard Prince, ad ‘Americans’ di Robert Frank, che secondo l’autore ha cambiato il modo di vedere il mondo degli americani, fino a reportage (Telex Iran) o fotografie denuncia di situazioni di emarginazione (The ballad of sexual dependency).
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Continua la nostra piccola mappa degli editori presenti alla Fiera della piccola e media editoria di Roma Più libri più libri che apre oggi e dura fino all’8 dicembre. Di sicuro merita un salto la casa editrice Hacca, a cui dobbiamo l’ultimo libro del grande Luca Canali, (L’interdetto) che ci ha regalato bellissimi romanzi storici come Diario segreto di Giulio Cesare (Piemme), o nuove voci come Dora Albanese (’Non dire madre).
Se volete leggere qualche titolo della scrittrice Herta Muller, ultimo premio Nobel per la letteratura, andate allo stand di Keller (di cui segnaliamo anche ‘La stasi dietro il lavello’ di Claudia Rush, una storia di formazione vissuta all’ombra del muro di Berlino). Non possiamo ovviamente dimenticare Infinito edizioni, con la sua pregevole attenzione a temi dell’attualità come dossier ambientali o reportage sull’immigrazione clandestina nel nostro paese.
Si è meritata l’attenzione della stampa Isbn edizioni, con la sua formula grafica innovativa (copertine bianche e codici a barre + titolo) e le sue scelte editoriali, ( fra i saggi, avevamo segnalato l’originale I simpson).
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Si è spenta ieri nella sua casa di Milano Teresa Sarti Strada, moglie di Gino Strada e co-fondatrice, con lui, dell’organizzazione Emergency. Il modo migliore di ricordarla, lo dico a titolo personale, è ovviamente informarsi sul suo progetto: ieri, qualche ora dopo la notizia della sua scomparsa, il sito di Emergency è andato ko per le troppe connessioni.
Noi di Books vi suggeriamo ovviamente qualche titolo da leggere, anche se a firma del marito, per capire dall’interno cosa vuol dire fare i ‘chirurghi di guerra’ in zone critiche, e gestire un’organizzazione del genere ’sul campo’. Oltre al pluripremiato ‘Pappagalli verdi’, riprenderei in mano ‘Buskashì’ (il nome viene da un gioco tradizionale afghano), che parla dell’Afghanistan dopo la morte di Massud e alla vigilia dell’11 settembre. Si tratta di un vero e proprio reportage, senza fronzoli, che racconta tutta la fatica di quel viaggio, e testimonia dell’incontro con la gente di quei posti. A volte infatti gli operatori umanitari sono gli unici testimoni della storia dei nostri tempi, a parte qualche ultimo reporter ‘d’assalto’.
Il libro mi è venuto in mente guardando tutte le foto di Teresa Sarti, in cui mostra il suo inconfondibile e bellissimo ciondolo afghano al collo: uno di quelli prodotti dalle donne afghane che si riuniscono da anni in uno degli ospedali di Emergency nel loro paese e che producono monili che l’organizzazione rivende per loro (me lo hanno spiegato a voce dei volontari, quando ne ho comprato uno). Oggi io indosserò il mio.
Gino Strada
Buskashi
Feltrinelli
12 euro
E’ il settembre del 1975, e Ryszard Kapuscinski ha affittato una stanza d’albergo affacciata sul porto di Luanda, in Angola (Africa). Ci rimarrà tre mesi, in attesa della data fatidica: l’11 novembre, giorno in cui è prevista la proclamazione d’indipendenza del paese dal Portogallo. Sotto i suoi occhi, la città si svuota dei suoi abitanti: i negozi rimangono deserti, con inquietanti manichini nudi e la sporcizia, in strada, aumenta sempre di più, perchè gli spazzini (dopo la polizia e i vigili del fuoco) se ne sono andati in massa.
Il reporter polacco, che ogni sera manda dispacci all’agenzia stampa per cui lavora, ci racconta come di consueto i ‘retroscena’ di un momento storico, come in tutti i suoi libri. Come appunto uno ’storico dle presente’, lui è l’unico europeo dell’est a essere presente sul luogo dei fatti, mentre avviene la storia. E la storia, da buon giornalista, ce la racconta attraverso le vite di coloro che ne sono coinvolti.
Dagli ospiti dell’albego ai negozianti in fuga, ai soldati dell’esercito di liberazione, ognuno ha la sua verità: suggestivo in questo senso l’intarsio, nella narrazione, del discorso indiretto dei vari personaggi. “Abbiamo 100 tribù da trasformare in una nazione. Quanto ci vorrà? Nessuno può dirlo. Dobbiamo disabituare la gente all’odio”, dice uno dei partigiani ‘guerriglieri’.
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“Di uguale, rispetto ad allora, c’è solo la curiosità. Di vedere come è andata a finire. Ripercorrendo lo stesso identico tragitto, tappa per tappa. Tutto il resto è figlio di un’Italia probabilmente minore. Certo diversa. Cambiata, stavolta. E mica solo per colpa di quellolà”.
Segnaliamo un libro che ha una idea piuttosto originale dietro: si tratta di ‘Tutti al mare 20 anni dopo’, di Luca Bottura, edito dalla casa editrice Perdisa (da tenere d’occhio) è originale: ripercorrere, più di due decenni dopo, lo stesso tragitto che nel 1985 fece Michele Serra.
Si trattava di un vero reportage (pubblicato allora sull’Unità e ora pubblicato per i tipi Feltrinelli) che attraverso il viaggio del giornalista da Ventimiglia a Trieste voleva dare un ritratto del Paese negli anni ‘80. Bottura, giornalista e autore di testi tv, è amico e allievo di Serra e ha replicato quindi la sua idea, pubblicando il reportage ‘vacanziero’ prima sull’Unità e poi per i tipi ‘Perdisa’.
Luca Bottura
Tutti al mare 20 anni dopo
Perdisa ed.
14 euro
Allora, non so voi, ma a me capita sempre. Mi capita di guardarmi intorno per la mia stanza, e di capire a colpo d’occhio che è ora di ‘mettere a posto’ la libreria. ‘Mettere a posto’ la libreria - che non c’entra nulla con la sua pulizia periodica - è in realtà un’azione che in linea di principio non ha alcun senso: i libri sono sempre lì, immobili, e non è che da soli creino un gran disordine, una volta che li hai collocati nei loro spazietti.
Però ovviamente mettere a posto la libreria ha tutto un altro senso: ovvero, consiste nel voler dare un diverso ordine ai libri: perchè alcuni non dovrebbero stare vicini ad altri. O perchè nei mesi - non te ne sei accorta? - ti sei appassionata di reportage dall’estero. Ormai il numero dei volumi è abbastanza consistente dal richiedere una mensola a sè stante.
Ma soprattutto ti accorgi che sostanzialmente ‘mettere a posto’ la libreria significa una sola cosa: creare nuovi ’spazi’ vuoti fra i libri che hai. Spazi che giustifichino la tua voglia di acquistarne altri dello stesso argomento (o della stessa casa editrice o dello stesso colore di copertina: dipende dal criterio che usate per metterli in ordine). Questo è esattamente il momento in cui scoprire le proprie ‘lacune’, ovvero stupirsi di non aver mai incluso fra i propri libri alcune letture importanti.
Dexter Filkins è un giornalista americano che negli ultimi nove anni ha vissuto tra l’Afganistan e l’Iraq, assistendo ai nove anni più terribili per questi due paesi, stravolti e stremati da una guerra d’invasione assurda e poi flagellati dagli scontri interni per la conquista del potere e dalla guerra civile.
Nel libro “Guerra per sempre”, che sta per uscire nelle librerie italiane (l’uscita è prevista per fine mese) dopo aver ricevuto numerosi riconoscimenti in America, tra i quali il National Book Critics Circle Award 2008, il George Polk Award e la nomination al premio Pulitzer, Filkins racconta la guerra al terrorismo da un punto di vista assolutamente privilegiato (si fa per dire): la prima linea.
Oltre ad aver vissuto sulla sua pelle e descritto alcune delle più feroci e terribili battaglie della guerra in Iraq (tra le quali spicca quella di Falluja del 2004) Filkins ha incontrato i capi talebani e i signori della guerra in Afganistan, i sostenitori e i nemici di Saddam in Iraq ed è stato, nel 2001, tra i primi giornalisti ad accedere al terrificante scenario di Ground Zero dopo la caduta delle torri gemelle. Un libro sicuramente interessante e da non perdere.
Dexter Filkins
Guerra per sempre
Bruno Mondadori
Via | Adnkronos
Le tante guerre dimenticate, i soprusi che ogni giorno in luoghi lontani e vicini vengono perpetrati, la miseria, la disperazione, insomma tutti quegli argomenti che restano sulle pagine dei quotidiani quel tanto che basta a fare notizia e a placare la brama di voyeurismo sono qui raccolti in un libro reportage sui sud del mondo, specificando che “non esistono solo i sud del mondo geografici, ma anche quelli sociali e culturali”.
Si parla dei vicini Balcani: delle ceneri della Bosnia, delle donne che non hanno un corpo su cui piangere, dei criminali di guerra che girano indisturbati; dei tanti perseguitati politici in Africa che, dopo aver superato innumerevoli difficoltà, approdano sulle nostre coste e si vedono rifiutare lo status di rifugiato. Sono ragazzi, anche molto giovani, sfuggiti a morte certa per l’appartenenza politica o per non aver voluto imbracciare i fucili, con il sogno di potere ancora studiare e trovare un giorno un lavoro.
Facce che quotidianamente confondiamo tra i tanti disperati senza nome, come fossero una sola persona: lavavetri, venditori di calze. Uomini e belve resttituisce a questi volti una storia e un’identità là dove pregiudizio e ignoranza costringono all’anonimato e privano del diritto all’unicità.
Com’è l’Iran che non ci raccontano? Cosa c’è dietro i volti delle donne velate che ci arrivano dagli schermi della tv, al telegiornale?Viene in mente leggendo che Kiarostami al festival del Cinema di Venezia ha dedicato 92 minuti di inquadrature ai primi piani di donne afghane, ha fatto nascere, nell’ultimo anno, tanti “bestseller” le cui storie ruotano attorno a questo mondo, come i vari “Le porte chiuse di Teheran”, o “Prigioniera a Teheran”.
Per un sguardo meno romanzesco e più giornalistico, da leggere due libri che romanzi non sono: “Un’estate a Teheran” di Fariah Sabani (Laterza) è il primo, che ci racconta le peregrinazioni della donna, giornalista e collaboratrice di alcune testate italiane, nata da padre iraniano, che torna al suo paese per intervistare dei personaggi simbolo della sua storia attuale: parla con i tassisti che le raccontano l’astio della gente verso i religiosi (difficilmente riescono ad essere ospitati nei taxi della città, tanto sono malvisti, racconta) ma anche la donna pilota di Formula Uno, o universitari che però sognano una brava ragazza scelta dai genitori “con cui poter anche parlare piacevolmente alla fine della giornata”.
Un vero e proprio reportage documentatissimo fra le giovani generazioni dell’Iran contemporaneo è invece “I ragazzi di Teheran” di Antonello Sacchetti, dell’ottima Infinito edizioni. Un dossier che, statistiche e sondaggi alla mano, ci descrive come si vive realmente da adolescente e giovanissimo a Teheran. Dove si scopre il sesso alle feste di classe, ad esempio, o su internet, anche se magari appunto ci si rassegna a sposare (anche se non sempre) i partner scelti dai genitori.
Libri-verità, come li chiamano, su guerre che siamo abituati a vedere sullo schermo piatto della tv. Reportage, alcuni preferiscono chiamarli, anche se non sono dei giornalisti a scriverli, ma dei testimoni diretti.
Il primo che consigliamo non ha bisogno di presentazioni, ed è “Memorie di un soldato bambino” di Ishmael Beah (ed. Neri Pozza) : il racconto, passo dopo passo, di un bambino di 12 anni che passa dai giochi con gli amici del villaggio al reclutamento dei soldati-bambini della Sierra Leone.
Dopo aver visto morire la sua famiglia, ed essere scampato solo per un caso (il giorno della messa a fuoco del suo villaggio un suo vicino di casa gli aveva chiesto di aiutarlo a trasportare delle banane). Il dolore, la rabbia, formano un grumo di dolore che non può esprimere con nessuno: deve fuggire, e lo fa insieme ad alcuni coetanei.
Rimasti senza genitori, con l’ossessione di procurarsi il cibo, non c’è tempo per piangere. E Ishmael, a differenza dei compagni, non riesce a piangere mai, neanche di notte, in solitudine. Gli unici adulti che incontrerà saranno dei guerriglieri, che gli metteranno le armi in mano, e gli insegneranno ad uccidere a freddo un uomo.
Solo dopo qualche anno, dopo aver ucciso e ucciso e ucciso con un profondo dolore e rabbia dentro (e sotto l’effetto di droga) arriverà la liberazione, grazie agli operatori di forze internazionali di pace. E, grazie ai volontari dell’Onu e ad una insegnante americana che lo adotterà, partirà un percorso di guarigione grazie a chi gli insegnerà a ripetersi, ogni giorno: “Non è colpa mia”.