Devo confessare che quando lessi dell’uscita di questa raccolta postuma di racconti - pubblicata recentemente da ISBN editore - che Kurt Vonnegut scrisse negli anni 50 per delle riviste femminili pensai immediatamente a quanto sia cinicamente ripetitiva la macchina editoriale, sempre pronta a saccheggiare le produzioni dei grandi autori dopo la loro morte. Nutrivo insomma, come mi capita sempre in casi come questi, una grande predisposizione alla critica.
Se a un libro su cui nutri grandi perplessità pregiudiziali dai una possibilità per stupirti gliela concedi a tempo, in questo caso giusto il tempo di un racconto, intitolato Jenny e dedicato alla bizzarra storia di un venditore di frigoriferi. Inutile dire, a questo punto, che quel racconto non solo bastò abbondantemente per farmi ricredere completamente, ma mi fece arrivare di filato fino a quasi metà della raccolta.
È proprio vero, Kurt Vonnegut è un campione della narrazione e proprio in un occasione come questa lo dimostra una volta per sempre. Racconti come Jenny, Ruth e La mano sull’acceleratore, come anche altri di questa superba raccolta, sono da incastonare nella lunga, ma finita, collana dei grandi racconti, quelli capaci in poche pagine di illuminare di una luce profonda e nitida l’infinita galleria degli Uomini, con le loro passioni e le loro debolezze.
E sono talmente scritti bene questi racconti, che non solo scorrono facilmente e si concretizzano in immagini e momenti indimenticabili (come la caduta e la frantumazione in mille pezzi del piattino in Ruth), ma, come dice nel suo grido Jonathan Safran Foer, “fa venire una gran voglia di scrivere”. Insomma, se avete in famiglia qualcuno che ha bisogno di scoprire o riscoprire il piacere della lettura, una qualsiasi delle troppe persone che non si ricordano più di quanto sia incredibile la letteratura, beh, questo è uno dei libri che potrebbe far bene.
Zita ormai è una donna torinese di mezz’età, bella, elegante, dall’aspetto placido, una come tante, insomma, almeno all’apparenza. In realtà, però, come quasi sempre succede quando si giudica soltanto dall’apparenza, dietro l’aspetto placido e curato si nasconde una vita rocambolesca e avventurosa, fatta di piccoli gesti di ribellione individuale - l’amplesso simulato a 15 anni, sul letto di morte di Cesare Pavese, per esempio - o collettiva, tra esili e rivoluzioni.
La vita di Zita, insomma, attraversa la seconda metà del Novecento come un rasoio, sezionando la Storia con la S maiuscola e staccandone brandelli di storie individuali che la rendono vivida e potente: dalla vita di Alì Hashami, compagno iraniano di Zita che prima di essere ucciso da un cancro all’esofago le racconta i macabri e assurdi dettagli della guerra tra il suo paese e l’Iraq di Saddam Hussein, insieme ai risvolti più terrificanti della Rivoluzione, fino a quella di Elide Dozza, scampata da ragazzina alle stragi naziste di Marzabotto e Monte Sole e diventata nel dopoguerra una ostetrica e abortista clandestina.

I nostri lettori più attenti sanno bene che non amiamo particolarmente parlare di concorsi letterari o similia, come sanno però altrettanto bene che amiamo fare delle eccezioni quando il concorso in questione sia degno dio nota, curioso e, ovviamente, gratuito. In questo caso il concorso che ha solleticato la nostra curiosità è quello lanciato dalla storica rivista L’Indice dei libri del mese che.
Intitolato “Schedatore per un numero”, il concorso lanciato dalla redazione del mensile torinese dalla storia quasi trentennale invita tutti i suoi fedeli lettori a passare, per un numero, dall’altra parte della scrivania, a togliere i comodi panni del lettore e vestire gli spesso disagevoli e faticosi panni del critico, del recensore. Tra tutte le recensioni pervenute entro la fine di giugno, poi, la stessa redazione sceglierà le due che riterrà più meritevoli e brillanti e premierà i rispettivi autori di un abbonamento annuale alla rivista.
Insomma, anche mettendo da parte il premio finale, per la cui assegnazione la battaglia sarà certamente molto aspra, la forza di questo concorso è il fatto che, anche solo per una volta, dà la possibilità ai lettori di mettersi alla prova e dire la propria sul libro che più si è amato, o più si è detestato dell’ultimo anno solare – i libri devono essere obbligatoriamente stati pubblicati tra il 2010 e il 2011 – confrontandosi con le difficoltà che fanno del critico un lavoro sicuramente non facile, ma decisamente appassionante.
C’è una sorta di tacito accordo tra chi si occupa di libri per cui raramente si trovano in giro recensioni negative. Si è sempre molto attenti a non parlare male di questo o quel titolo per ragioni diverse: marchette editoriali, pudore, soggezione verso il sacro oggetto libro. Sul web c’è invece chi ha fatto del parlar male (di libri, ma anche di personaggi e altro) il proprio marchio di fabbrica.
Sto parlando del blog Le malvestite, in cui l’autrice Betty Moore si diverte a prendere in giro, in modo esilarante a mio avviso, “tutte quelle cose brutte e stupide e ridicole che però si danno l’aria di non esserlo, sono entusiaste e fierissime della propria pomposa pretenziosità.”
Le mega recensioni sono lunghissimi post in cui “la cattivissima” Betty mette un testo sul tavolo operatorio, lo tagliuzza con la sua lama affilata e lo riduce a brandelli. Tutto questo con grande ironia ed estremo cinismo. Ora sotto il mirino c’è il nuovo libro di Melissa P. pubblicato da Einaudi, Tre, la cui trama è così riassunta dalla Moore: “poetessa ninfomane con problemi genetici di vaginosi batterica divorzia dal marito marxista frigido e si mette col marxista fricchettone bisessuale che contemporaneamente se la fa col marxista fotografo bisessuale, threesome, schizzetto di sperma, gravidanza, chi è il padre? – sticazzi, orgia a Buenos Aires, THE END.”
Leggendo qua e là sul blog ho notato che Le malvestite ha un seguito niente male: sono in molti ad attendere con ansia i nuovi post. Segno che, diverse persone, in mezzo a tanta ipocrisia, sentono il bisogno di una ventata di sana onestà, di qualcuno che non abbia peli sulla lingua e non si faccia problemi a dire ciò che pensa.
Escono per Garzanti le superbe ‘letture’ di George Steiner, critico letterario del New Yorker, rivista letteraria americana di riferimento, su cui escono regolarmente inediti di scrittori di fama, e che ha il merito di lanciare i racconti di esordienti destinati a diventare veri ’scrittori’.
Per questo motivo i contributi di Steiner, ora raccolti in un volume, sono particolarmente interessanti per consentirci di rileggere con occhi nuovi, e con una maggiore profondità, capolavori letterari che abbiamo amato (e aiutarci a conoscerne di nuovi).
Brecht ad esempio ‘ha scritto alcune delle più belle poesie del Novecento’ (da leggere assolutamente, sono tutte piuttosto brevi e bellissime) e dell’autore tedesco Steiner ci racconta anche la sua passione per le donne (o meglio la passione delle donne per lui, donne tipicamente ’sedotte’ e abbandonate).
Sarà in distribuzione gratuita in tutta Italia a partire dal 6 maggio il nuovo numero di Satisfiction, l’interessante rivista fondata da Gian Paolo Serino ed edita da Mattioli1885 che da qualche tempo può contare anche sul supporto del re del rock italiano, Vasco Rossi, il quale già era stato protagonista di alcuni numeri della rivista in qualità di autore.
Il numero in uscita, l’ottavo dall’inizio dell’avventura della rivista, conterrà, tra gli altri, scritti inediti di Louis Ferdinand Céline, di Dan Fante, di Henry Roth e di Stephen King, oltre alla solita scarica di recensioni “soddisfatti o rimborsati”, scritte dai prestigiosi recensori che formano la prestigiosa “redazione volante” di Satisfiction.
Via | Affaritaliani.it
Quello che fa di Walter Benjamin una delle figure più importanti della cultura letteraria e filosofica del Novecento è forse quel suo oscillare senza un’unica soluzione tra una visione del mondo fortemente impregnata del migliore materialismo storico di origine marxista e una complessa personalità influenzata dalla messianismo mistico di origine ebraica, a dirla con i nomi di due dei suoi migliori amici, l’oscillazione tra Bertold Brecht e Gershom Scholem.
Sta di fatto che la statura intellettuale di Benjamin è innegabilmente altissima: autore (o forse, meglio, non-autore, vista l’incompletezza della maggior parte delle sue opere) di opere come L’opera d’arte all’epoca della sua riproducibilità tecnica, I passages di Parigi, nonché dei saggi che compongono la bellissima raccolta Angelus Novus, Benjamin è stato capace di riflessioni sulla modernità decisive per la storia culturale di tutto il Novecento, secolo che ha vissuto solo in parte.
Nato nel 1892, infatti, il filosofo tedesco, dopo una vita di continue peregrinazioni tra Berlino, sua città natale, Parigi, sua città d’adozione, Mosca, l’Italia, le isole della Spagna, la Danimarca (dall’amico Brecht in esilio) e la Palestina, una terra promessa che però mai vedrà, Benjamin si è tolto la vita con una massiccia dose di morfina il 26 settembre del 1940, a Port Bou, sul confine franco-spagnolo, per timore di essere arrestato dai nazisti.
Questo libro, scritto da Tilla Rudel dopo vent’anni di ricerche sulle orme dell’Ebreo errante della filosofia novecentesca, e pubblicato elegantemente dalla Excelsior1881, riassume perfettamente, in poco più di 150 pagine, l’itinerario intellettuale e spirituale di quest’uomo, dalle amicizie alle storie d’amore, dalle intuizioni alle paure. Un libro emozionante.
Tilla Rudel
Walter Benjamin: l’angelo assassinato
Excelsior1881
euro 28,50
Il 18 maggio del 1922, al Ritz di Parigi, seduti allo stesso tavolo, insieme ad altri convitati, forse uno davanti all’altro, ci furono due dei più grandi scrittori del Novecento europeo, due dei fondatori della modernità letteraria, due geni, James Joyce e Marcel Proust, come a dire il monologo di Leopold Bloom da una parte, dall’altra le spirali del Tempo Perduto.
Seppur durante le tre ore che scandirono quell’incontro, oltre a qualche sguardo, neppure una parola fu scambiata tra i due, lo scrittore francese Patrick Roegiers, in un libro che è da poco uscito oltralpe, ma che ancora non è stato ancora tradotto in Italia, intitolato La Nuit du monde” (la notte del mondo), reinventa quell’incontro “mancato” rendendolo “un corpo a corpo”.
A chi lo accusa di aver messo in piedi un gioco accademico, un coacervo di esibizionismo e di eruditismo, Roegiers risponde secco: “Il sapere è un’illusione che bisogna superare. Non c’è ragione cge Proust o Joyce vengano rapiti dai critici e dai saggisti. Abbiamo il dovere di riconsegnarli alla letteratura viva.” Insomma, La Nuit du monde si presenta con le carte in regola per essere un buon libro, ma per saperlo siamo costretti ad aspettare la sua traduzione, che speriamo in arrivo.
Patrick Roegiers
La nuit du monde
Seuil
euro 18,00
Via | LeMonde
Dopo la recensione al Lavoro culturale di Luciano Bianciardi, il primo dei libri che non sono riuscito a non comprare durante la mia visita al Libraccio di via Solferino che, vi ricordo, ha messo in liquidazione il proprio magazzino e chiuderà i battenti il 15 febbraio a causa di un affitto troppo alto, continuo questa piccola serie di recensioni con il secondo volume che appare nel mio scontrino: Il reato di scrivere, di Rodolfo Wilcock, edito dall’Adelphi nella collana Biblioteca Minima.
Il reato di scrivere è un piccolo libretto di poco più di 80 pagine, in cui sono stati raccolti alcuni degli articoli che Juan Rodolfo Wilcock, poeta e critico argentino, amico di Jorge Luis Borges, di Silvina Ocampo e di Adolfo Bioy Casares, pubblicò sul Mondo e sulla Voce Repubblicana tra gli anni Sessanta e Settanta del Novecento.
Caratterizzati da una verve ironica tagliente e corrosiva, questi articoli delineano il profilo di un intellettuale che, di fronte ad una società letteraria come quella italiana, si mostrò sempre risoluto nel ridicolizzarne le manie, le vanità e i paradossi. Con un tono sempre pungente e mai arrendevole, Wilcock attacca il malcostume delle elite culturali dimostrandosi un vero campione dell’arte della “sprezzatura”
Continua a leggere: Diario di una liquidazione/2: Il reato di scrivere di Rodolfo Wilcock
Dopo aver saputo della chiusura imminente del Libraccio di via Solferino, a Milano, ma soprattutto dopo aver appreso dai colleghi di 02blog della decisione della suddetta libreria di effettuare una giga-liquidazione a base di sconti tra il 30% e il 75%, mi ci sono subito recato, sperando di poter trovare, come spesso capita, una chicca nascosta tra gli scaffali del Libraccio.
Il primo dei libri che ho trovato e di cui vi propongo una breve rilettura è Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi, un breve libretto di poco più di 100 pagine, scritto per la gran parte nel 1957, entro le quali Bianciardi, uno degli intellettuali più pungenti degli anni ‘60, prematuramente scomparso nel 1972, descrive il proprio percorso di formazione intellettuale nella sua città di origine, Grosseto, nel primo dopoguerra.
Dallo sbarco massiccio del cinema nella vita culturale cittadina, alla riorganizzazione della biblioteca, ai convegni, ai dibattiti, al cineclub: il mondo culturale del primo dopoguerra italiano, appassionato e in fermentazione, è dipinto da Bianciardi attraverso il suo solito sguardo disincantato e, al contempo, quasi divertito, emergendo in tutta la sua dimensione grottesca, ma contemporaneamente sincera, vera.
Continua a leggere: Diario di una liquidazione/1: Il lavoro culturale di Luciano Bianciardi