
H. fa il pittore, anche se ha abbandonato la deriva dell’arte per virare verso il ritratto, in fondo non è che abbia tanta scelta con i tempi che corrono, con il regime che incombe e la tensione imperante. Ma il suo talento per la figura non è poi così sviluppato come quello per la scrittura, e il tutto cambia direzione, la sua attività subisce un vero e proprio “spostamento dimensionale” per orientarsi verso la calligrafia, sintesi sublime di parola e disegno.
La storia si chiama “Manuale di di pittura e calligrafia” ed è un triangolo di lettere, un complicato intrigo di personaggi che si identificano con una semplice iniziale, come nella migliore delle tradizioni kafkiane. Una vicenda, al limite dell’autobiografico, quasi un diario trasfigurato della vita dello stesso premio Nobel José Saramago, che oscilla tra Portogallo e Italia, affondando nell’atmosfera fascista e nella speranza della liberazione. Si tratta in fondo di una nuova chiave, dopo il “ritratto appassionato” di Armando Baptista-Bastos, per carpire i segreti dell’immaginazione del grande scrittore.
[…] e questi fogli di carta sono un altro tentativo, cui mi avvicino a mani nude, senza colori ne pennelli, solo con la mia calligrafia, con questo filo nero che si arrotola e si srotola, che poi rallenta tra punti e virgole, che prende fiato in qualche piccola radura bianca per avanzare poi sinuoso, come se percorresse il labirinto di Creta o le budella di S.[…]
Via | einaudi.it

Verrebbe da dire eterno secondo, perché la consolazione di aver superato il milione di copie vendute con il suo 1Q84 non deve aver riempito troppo la delusione di Aruki Murakami, insigne scrittore e traduttore giapponese, che ha mancato di un soffio il Premio Nobel per la letteratura 2011, assegnato all’ottantenne svedese Tomas Tranströmer. E, giusto per aggravare la situazione, non si tratta neanche della prima volta. Eh già, perché l’ambito riconoscimento gli era già passato sotto il naso l’anno scorso, quando a laurearsi vincitore era stato il peruviano Mario Vargas Llosa.
Non dovrebbe stupire troppo l’evidente contrasto tra il suo successo di pubblico e la mancata assegnazione del Nobel, nonostante Murakami fosse nella rosa dei favoriti non sarebbe infatti il primo ad esserne privato, mantenendo per di più, nutrite schiere di appassionati lettori. Lunga la lista degli autori di grandissimo riscontro che non lo annoverano tra i loro premi: tra i quali gli italiani Umberto Eco, Andrea Camilleri e Roberto Saviano. Insomma non si tratta di un caso isolato e e il Giappone potrà comunque consolarsi con i due Nobel per la Letteratura già assegnati rispettivamente a Yasunari Kawabata nel 1968 e Kenzaburo Oe nel 1994.
Via | lexpress.fr

Quest’anno l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura al poeta svedese Tomas Tranströmer ha scatenato un discreto numero di critiche e di strascichi polemici. Ma chi è sto qua? Chi l’ha mai letto? Ma cosa diavolo avrà mai fatto agli svedesi Philiph Roth? E via dicendo.
Critiche che hanno portato qualcuno a lanciare provocazioni del tipo, aboliamo il premio Nobel, o facciamolo ogni quattro anni. In questi giorni moltissime ottime penne del giornalismo culturale si sono scervellate per capire cosa non funziona nel Premio Nobel, ovvero perché ogni tanto ci sia così tanto distacco tra le aspettative del pubblico e le decisioni dell’Accademia Svedese. Ma in fondo è sempre la stessa storia, capita ogni volta che il premio viene assegnato a qualche scrittore che la maggior parte del pubblico mondiale non conosce.
In ogni caso tra tutte le analisi che ho letto finora, la migliore è quella scritta da Tim Parks per il New York Review of Books. Lo scrittore e traduttore inglese - che qualche settimana fa abbiamo intervistato al Festivaletteratura di Mantova - riesce infatti ad individuare esattamente il problema, senza sbattere in faccia ai giurati l’accusa di snobismo e, nello stesso tempo, senza accusare il pubblico di essere troppo pop.
Eugenio Montale moriva il 12 settembre 1981 a Milano. Senza scadere nella facile retorica, sappiamo tutti che certe “anime” – siano essere note o meno – hanno la capacità di rendere palpabile l’immortalità. E il fatto che siamo qui, trent’anni dopo la sua morte, a ricordare Eugenio Montale, è un segno inequivocabile di questo trascendere lo spazio e il tempo.
Eugenio Montale – senatore a vita della Repubblica Italiana (nominato nel 1967) e Premio Nobel per la letterature nel 1975 con la motivazione “Per la sua poetica distinta che, con grande sensibilità artistica, ha interpretato i valori umani sotto il simbolo di una visione della vita priva di illusioni” – per molti di noi rimane un po’ il compagno di lunghi pomeriggi solitari trascorsi ad ascoltare tra i pruni e gli sterpi, schiocchi di merli, frusci di serpi, per citare la sua poesia Meriggiare pallido e assorto.
Dal discorso per il Premio Nobel riportiamo alcuni stralci riguardanti la poesia e alcune riflessioni su cosa sia effettivamente la poesia.
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Dopo aver smaltito i durissimi, tediosi e faticosi impegni derivati dalla scomoda - si fa per dire - assegnazione del premio Nobel per la Letteratura lo scorso dicembre, lo scrittore Mario Vargas Llosa ha dichiarato di poter finalmente tornare ad applicarsi all’attività che predilige, che per fortuna non è vendere milioni di copie dei propri romanzi grazie all’assegnazione di un premio, ma scrivere, inventare storie, vale a dire fare letteratura.
E difatti, in un intervento all’Università Complutense di Madrid lo scrittore cileno peruviano ha dichiarato di voler tornare subito a scrivere e di avere già in mente un progetto per un prossimo libro (tra le altre cose ha dichiarato anche che non ha mai sofferto della sindrome della pagina bianca, beato lui) ma anche che il suo prossimo lavoro, piuttosto che un romanzo sarà un’opera di teatro basata sull’inizio del Decameron di Boccaccio.
Dopo Dario Fo, dunque, che ha festeggiato i suoi 85 anni con un libro proprio dedicato al Boccaccio e al suo Decamerone, ora anche Vargas Llosa, un altro premio Nobel over 75, decide di dedicarsi alla ripresa del Boccaccio. Se non fosse, ovviamente, un caso ci sarebbe da inquietarsi, perché saremmo costretti ad ammettere che l’equazione “vincere il Nobel e invecchiare porta a riscrivere Boccaccio” sarebbe altrettanto vera di quella che, secondo l’empirismo tradizionale, vede l’associazione tra caffè e sigaretta aprire sistematicamente la strada verso il bagno.
Via | Eltiempo.com.ve
Foto | EliHeiliger
Poco meno di un anno fa, esattamente il 18 giugno, si spegneva a 87 il grande romanziere portoghese del secolo, José Saramago, vincitore del Nobel per la Letteratura nel 1998 e ultimo Maestro dell’arte in via di estinzione del raccontare storie.
In omaggio al grande scrittore uscirà domani, 12 aprile, in anteprima europea per i tipi della Cavallo di Ferro, S., il nobel privato, un libro che sta già facendo discutere. Firmato con lo pseudonimo di Domingos Bomtempo, infatti, questo divertissement letterario mette in scena tutte le rivalità e le invidie che permeano il mondo letterario europeo e i suoi salotti.
Non si sa moltop di più di questo piccolo caso letterario, tranne che l’anonimo autore ha dichiarato di aver voluto fare un omaggio a un grande scrittore, e che gli omaggi di solito si accettano volentieri. E certamente il misterioso autore anonimo non si sbaglia, e tutto gli si può perdonare, anche di avere scelto di restare nell’ombra.
Via | Affaritaliani.it
Compie 85 anni il 24 marzo il premio Nobel Dario Fo, che tornerà prossimamente in libreria con il suo ‘Boccaccio riveduto e scorretto’, edito da Guanda e corredato di 170 illustrazioni.
Fo ha dichiarato di aver voluto riscoprire Boccaccio rendendosi conto di quanto teatro, dal Quattrocento in poi, per secoli, debba molto all’autore del Decameron, “al suo modo distaccato, ironico, disincantato e provocatorio di raccontare. Persino un grande come Shakespeare ha rubato molto per il suo ‘Cimbelino’”
“Sarà un compleanno orribile – ha dichiarato il premio Nobel all’agenzia stampa Ansa - Sono anni che aspetto un finale se non lieto, almeno di speranza, per dirmi che me ne posso andare in pace. Invece, ancora una volta non sara’ una festa, visto il clima che puo’ solo farci piangere”.
“Ma cosa e’ accaduto alla gente? - ha continuato - Direi che si sono addormentate le coscienze e la tv ha una bella responsabilita’: un Nirvana che in piu’ illude la vita sia come quei concorsi a premi dove, se ti va bene, senza impegno o intelligenza, ma solo con un qualche colpo di fortuna te ne vai via con un bel gruzzolo”.
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Pilar del Rio, vedova dello scrittore premio Nobel Josè Saramago, parla per la prima volta pubblicamente del marito, scomparso 5 mesi fa. Lo fa con un’intervista esclusiva pubblicata sul numero del settimanale Left, in edicola oggi.
‘La sua generosita’, quasi inspiegabile, era furiosamente umana’, ha detto Pilar, che ha voluto ricordare un motto dello scrittore: “Vivere e’ una responsabilita’ dalla quale non possiamo esimerci…L’unica assoluta priorita’ e’ l’essere umano, l’altro, che e’ uguale a me e ha diritto a dire IO”.
Pilar parla anche del libro incompiuto, la ‘Carta dei Doveri Umani’, (“Non ha avuto il tempo di finirla, qualcuno dovra’ farlo, qualcuno con coraggio e dedizione”), oltre che del suo giudizio sull’uomo-Saramago. “Un uomo magnifico - dice la vedova - cosi’ semplice, cosi’ monumentale, cosi’ necessario (…) Ad ogni risveglio si impegnava nella conquista della vita, per farne qualcosa di degno”.
E’ veramente una bellissima lettura il libro ‘La gabbia d’oro’ di Shirin Ebadi. Ebadi, avvocato iraniano e nata a Teheran, ha ricevuto il premio Nobel per la pace nel 2003 per la sua attività di difesa dei diritti civili dei suoi connazionali, in quanto avvocato.
Nel testo, il racconto di quattro fratelli, tre maschi e una femmina, conosciuti dalla scrittrice in quanto figli di una coppia di amici di famiglia dei suoi genitori. I quattro fratelli prenderanno delle strade diametralmente opposte e soprattutto in contrasto fra loro, attraversando un secolo di rivolgimenti politici.
Il più grande, Abbas, fedelissimo dello Shah, litigherà con il secondogenito, Javad, filocomunista e oppositore del regime. Il piccolo di casa, Alì, diventerà un pasdaran, fedelissimo di Khomeini. Tutti e tre avranno un destino difficile, e a rimanere a casa insieme alla madre Simin sarà Pari, la femmina di famiglia.

Non è certo una novità che lo scrittore tedesco Günter Grass, premio Nobel per la Letteratura nel 1999, ritorni a parlare del proprio passato, un passato legato a doppio filo alla storia della Germania nel Novecento: ci ricordiamo tutti quel giorno di agosto di 4 anni fa quando, spiazzando tutti gli addetti ai lavori e non solo, lo scrittore tedesco aveva annunciato il proprio coinvolgimento, seppur da ragazzino, tra le file delle SS.
Un anno fa sembrava che l’autore del Tamburo di latta sarebbe ritornato ancora una volta sulla sua storia personale e su quella della sua nazione, pubblicando un diario intitolato Il cammino dalla Germania alla Germania, ma non se ne fece nulla. Ora Grass torna, ancora una volta, a parlare del suo passato, in particolare del periodo compreso tra gli anni 60 e la caduta del Muro, un periodo in cui la Stasi, il celebre servizio segreto della Germania Est, tenne un fascicolo molto particolareggiato su di lui.
A riportare alla mente di Günter Grass il ricordo di quei tempi è un libro scritto da Kai Schlueter, intitolato Günter Grass nel mirino: i dossier della Stasi, edito in Germania dall’editore Ch. Links, in uscita in questi giorni.
Via | Repubblica.it
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