Ne avevamo parlato tempo fa: in ‘Voglio scrivere per Vanity fair’, il libro edito da Memori che sarà presentato venerdì 22 a Roma, alla libreria Altroquando, c’è un po’ di ciascuna di noi, ‘precarie per forza’. Leggendo il libro si ha l’impressione che la protagonista viva una dimensione in cui è difficile guardare oltre il quotidiano, oltre la prossima bolletta, oltre quello che si riuscirà a realizzare nell’immediato futuro.
Travet, secondo lei, il precariato lavorativo incide nel nostro modo di organizzare la nostra vita, ‘restringe’ in qualche modo le nostre prospettive esistenziali al presente qui-ed-ora, impedendoci di guardare oltre il nostro naso?
Secondo me sì, e lo dico con cognizione di causa, visto che sono stata precaria per 7 anni e mezzo. Ok, una precaria fortunata perchè ho lavorato in un posto che mi ha sempre versato lo stipendio a fine mese e che mi pagava le ferie, ma ogni anno, alla scadenza del contratto mi chiedevo: ” E poi… se non mi rinnovassero il prossimo anno, che farò?” Però mi sento di aggiungere che l’unico aspetto positivo del vivere il presente qui ed ora è quello di impegnarsi a dare il meglio subito.
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Che l’uso massiccio e diffuso del precariato, nel mondo editoriale, sia da qualche anno diventato una piaga è sotto gli occhi di tutti, da quelli che nell’industria editoriale ci lavorano e queste cose le vedono con i propri occhi, fino a quelli che fruiscono del prodotto finale, i lettori. Oggi, proprio su questo problematico argomento, sul sito Affaritaliani.it, è apparso un interessante servizio che vi consiglio assolutamente di leggere, se non altro per capire a cosa dobbiamo l’impoverimento qualitativo dei libri che leggiamo tutti i giorni.
Il concetto è molto semplice: da qualche anno le case editrici italiane hanno cominciato a fare ricorso senza vergogna alle collaborazioni esterne, che si chiamino service editoriali o contratti a progetto, o ancora stage, non ha molta importanza. Risultato della meschina strategia, che ha tra le sue modalità la mancata reintegrazione dei pensionati con lavoratori di pari livello (quindi di pari salario) e l’abbassamento sistematico e generalizzato delle spese di personale, è l’effettivo impoverimento dei prodotti editoriali.
Libri farciti di refusi roboanti, traduzioni approssimative, grossolani errori di impaginazione e scarsa cura generalizzata sono solo alcuni degli effetti più visibili di questa piaga. E non finisce certo qui, perché un altro e più straziante dramma si trova nell’assurdo stile di vita che questo sistema impone a tutti coloro che stanno entrando in questi anni a lavorarci: una massa invisibile di giovani tra i 25 e i 35 anni, costretti a vivere costantemente in bilico, in balia di un anticontratto, costretti a tempi di lavoro folli e salari da fame.
A scatenarsi è la classica “guerra tra poveri”, una guerra che vede i giovani aspiranti redattori fare a spallate per mansioni di correttore di bozze pagate 1 euro a pagina, stage non retribuiti di otto ore al giorno in redazione, lavori che richiedono una passione e una precisione enorme che bisogna retribuire decentemente. Ma le cose non sembrano poter cambiare rapidamente, almeno fino a quando questa massa brulicante non prenderà coscienza di sé e deciderà, compatta, di non stare più al gioco.
Via | Affaritaliani.it
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E’ stato annunciata per il 17 febbraio l’uscita del nuovo libro di Antonio Incorvaia e Alessandro Rimassa, già autori di Generazione Mille Euro. Il libro, dal titolo “Jobbing” (Sperling&Kupfer), si propone di illustrare le caratteristiche del nuovo mondo del lavoro in cui noi tutti ci ritroviamo e al quale volenti o nolenti ci dobbiamo abituare, soprattutto i più giovani tra noi, neolaureati assillati dal precariato.
Il volume, già dal sottotitolo, “Guida alle 100 professioni più nuove e più richieste”, si configura come un piccolo manuale di quella galassia multiforme di nuovi lavori che negli ultimi anni, sotto la potente spinta del mercato digitale, di internet, si stanno lentamente assestando come vere e proprie professioni. Basta scorrere l’elenco per rendersi conto della prima grande novità: tutti, o quasi, i nomi delle figure professionali tratteggiate in questa guida sono in inglese. Si passa così dal Cartoonist al Travel Designer, dal Wedding Planner al Risk Manager, fino ad arrivare all’Ecolabeller o all’Ecomanager.
Un libro curioso, dunque, questo è sicuro, ma che vorrebbe anche essere veramente un supporto, un aiuto a tutti coloro che di questi tempi cercano di entrare nel mondo del lavoro (di fatto sempre più chiuso e legato a conoscenze e raccomandazioni) e lo dimostrano le appendici, dedicate alla costruzione di un buon curriculum vitae, alla preparazione del colloquio di lavoro, ai contratti e alle retribuzioni. Una vera arma, a quanto pare, in mano all’esercito invisibile dei cercatori di lavoro di questo traballante inizio di XXI secolo, servirà a qualcosa?
Via | Affaritaliani.it
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So che potrei annoiare continuando a proporre libri che parlano di giornalismo ma per favore pazientate almeno per il seguente testo: “Santa precaria” della giovane giornalista Raffaella R. Ferrè. Volete sapere perché è così importante questa storia per me? Perché racconta della vita difficile che gli stagisti – futuri precari (anche io faccio parte della categoria) sono costretti ad affrontare ogni giorno.
La storia è molto semplice. I protagonisti sono due: Caterina e Mimmo. Caterina è una giovane stagista ‘intraprendente’ che lavora per un emittente tv; Mimmo, invece, figlio di un camorrista, cerca il riscatto sociale buttandosi nel mondo del giornalismo. Le vicende dei due protagonisti si intrecciano quando Caterina scompare improvvisamente e Mimmo, ex amico di infanzia, si trova ad indagare sul caso.
Leggendo la storia sorgono spontanee un paio di domande su questo mestiere: come si diventa giornalisti senza avere quella che comunemente viene chiamata “spintarella”? E soprattutto, dopo tanta gavetta condotta gratis, si può aspirare anche ad un misero stipendio? Devo dire che mi pongo questi quesiti già da un po’ di tempo e ho cercato delle risposte contattando diversi mezzi di comunicazione che per ovvi motivi non cito. La risposta? Dopo mesi, aspetto ancora.
C’è Sara, una “dura”, sempre incavolata con il mondo, che decide di lasciare gli studi per trovare un lavoro a Roma. Ma fra capi che la pagano “a seconda dell’oroscopo”, manager che la mandano via appena sanno che si deve sposare, dirigenti donne che scappano con i soldi della società insieme all’amante di turno, finisce nelle spire del lavoro interinale: pagata una miseria mentre all’agenzia che l’ha fatta assumere vanno ogni mese oltre 3mila euro (sic!).
A tutto questo, nella storia di “Mi vendo” di Saradisperata (Newton & Compton), alias Serena Basetti, una ragazza romana, si aggiungono il giovane barista sotto casa che vorrebbe portarla via, e il fidanzato storico che la convince a sposarlo per poi tradirla con una tipa incontrata a una festa (e che a differenza di lei ha anche un contratto di lavoro!). A quel punto, Sara esplode.
E apre un blog in cui offre “una e una sola notte di sesso” in cambio di un lavoro. A tempo indeterminato, ovviamente. Sembrerebbe un gesto di estrema disillusione, ma in realtà Sara lo fa perché vuole lanciare una provocazione, vuole che qualcuno finalmente si occupi di un problema pesantissimo. E qualcosa, alla fine, accade davvero.
La nostra generazione è spesso accusata di non “scendere in piazza”. I problemi ci sono, ma noi non protestiamo in pubblico. Perché secondo te?
“E’ vero: se ci pensi una casa oggi, senza contratto, non me la dà nessuno. Ma magari riesci ancora ad andarti a mangiare una pizza fuori, a farti una vacanza, a comprarti a rate un mega telefonino di 500 euro. Ci manca l’indispensabile ma abbiamo ancora abbiamo il superfluo, e quindi sopravviviamo così.”