
Il piacere che accompagna il ritorno in una delle case dove hai vissuto, soprattutto se gli anni passati tra quelle mura non si misurano semplicemente in termini di tempo, ma di crescita e di esperienza, come avviene solo nell’adolescenza e nella prima giovinezza, è anche quello di ritrovarne la libreria. “Mettere il naso” tra quella carta tante volte sfogliata non impedisce di imbattersi in tesori dimenticati. Un po’ quello che mi è successo per caso stamattina, quando l’occhio è caduto su un libricino rosa salmone. Quasi un opuscoletto talmente striminzito, e dalle pagine leggermente avvizzite, che non ci fai caso. E invece…
…ci ho trovato dentro ben più che il testo della commedia “Il piacere dell’onestà” di Luigi Pirandello: l’articolo scritto a caldo da un critico teatrale d’eccezione come Antonio Gramsci! Un breve scorcio della serata del 25 novembre 1917, che trasmette il piacere di assistere alla prima dello spettacolo messo in scena al Teatro Carigliano di Torino, in una maniera talmente viva da farcelo quasi immaginare, quel Gramsci in poltrona con gli occhi ben spalancati, che si può solo intuire nello sguardo intenso di Leo Gullotta.
[…] Arrivati a questo punto di scomposizione e di dissoluzione psicologica, la commedia ha uno svolto pericoloso, e un po’ confuso. Le reazioni sentimentali hanno il sopravvento: la bricconeria effettiva del marchese Fabio prende un risalto di una evidenza umoristica catastrofica, e la moglie putativa diventa moglie effettiva e appassionata del Baldovino, che non è un briccone o un galantuomo, ma solo un uomo che vuole essere l’uno e l’altro, e sa essere effettivamente galantuomo, lavoratore, perché queste parole non sono che attributi contingenti di un assoluto che solo il pensiero e la volontà creano e alimentano.[…]
Via | quartaparetepress.it
Cosa significa essere sposata a un genio e come la letteratura possa trasformarsi in una nemica, ce lo racconta Anna Maria Sciascia (figlia di Leonardo) in un bel libriccino uscito poco più di un mese fa per i tipi di Avagliano, il titolo è emblematico: Il gioco dei padri; sottotitolo Pirandello e Sciascia.
L’unione tra Luigi Pirandello e Maria Antonietta Portulano è frutto di «un matrimonio “combinato” proposto e predisposto dai genitori» che in quel finire dell’Ottocento «erano soci nel commercio dello zolfo […] Luigi fu subito conquistato oltre che dalla bellezza dalla “dolce e chiusa semplicità dei modi” di lei». Ma le cose, si scopre con la convivenza, non stanno esattamente in questi termini.
Soprattutto perché, in alcuni casi, il confine tra letteratura e vita vissuta può essere pericolosamente labile. «In verità Pirandello si serve della letterarura per dare a se stesso e ad Antonietta l’illusione di un grande amore», ed è qui che scatta la tragedia, perché la letteratura è in grado, sì, di rivestire la realtà di ciò che vuole, ma rimarrà di fatto sempre un artificio: «Fingere, fingere sempre, dare apparenza di realtà a tutte le cose non vere!» scrive lo stesso Pirandello nel romanzo “Suo marito”.
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