Esperimento poetico numero 360. Mettere insieme in un “attimo di contingenza storica” due poeti, possibilmente diversi per cultura e formazione, ma mi raccomando che si tratti di “materia di prima qualità”, di quelli fatti di una stoffa simile a quella dei sogni - tanto per capirci - altrimenti non funziona a dovere. Lasciarli decantare senza fretta, qualche minuto generalmente è sufficiente, ma potrebbero rivelarsi necessari persino degli anni - non si può pretendere di prevedere esattamente l’evoluzione dei pensieri in fondo - poi ascoltare e annotare con dovizia di particolari l’accaduto, sapendo in anticipo, che in questo specifico caso, la “pedissequa ripetizione dell’esperienza”, si rivela certamente impossibile.
I nostri “ingredienti principali si chiamano Ezra Pound e Pier Paolo Pasolini. Il secondo legge uno dei “Canti pisani” scritto dal primo. Ma anche il nome dello “scienziato” che li ha messi insieme nel film montaggio del 1999 di “In cerca della poesia”, “un certo Giuseppe Bertolucci“, dovrebbe dirci qualcosa. Insomma con tali premesse non poteva venirne fuori niente di meno che una versione inaspettata del Canto 81.
[…]Nutriti di falsità.
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.
Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità. Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.
Qui l’errore è in ciò che non si è fatto, nella diffidenza che fece esitare.
Video da Rai.tv/cultura
La mattina del 2 novembre di 36 anni fa il corpo di Pier Paolo Pasolini fu ritrovato sulla spiaggia dell’idroscalo di Ostia, ucciso a bastonate e investito dalla sua stessa macchina. Uno dei modi per ricordare PPP,uno dei più acuti analisti che l’Italia abbia avuto nella sua storia recente, è risentire le sue parole - come ci ha invitato a fare Roberto nel suo articolo di questa mattina - un’altro è rileggere ciò che ha scritto, non solo per ricordarlo, ma in qualche modo anche per riavvicinarlo a noi.
Per questo vi voglio proporre la lettura di un pezzo che Pasolini pubblicò a circa un anno e mezzo dalla sua morte, sulle pagine del Corriere della Sera (che impressione pensare che trent’anni fa sul Corsera ci scrivevano intellettuali di questa portata). Si tratta di un articolo poi incluso negli imperdibili Scritti corsari, dedicato a una tendenza di cui Pasolini vide la nascita: vale a dire «l’omologazione repressiva» ottenuta attraverso «l’imposizione dell’edonismo e della joie de vivre».
Questa omologazione repressiva era messa in pratica da un nuovo potere di cui Pasolini riusciva a intravedere soltanto il profilo, «un tutto (industrializzazione totale), e, per di più, come tutto non italiano (transnazionale)». Non riusciva ancora a dargli un nome e una forma, ma ne aveva già intuito la malattia: «la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo Sviluppo, produrre e consumare», ovvero la base del sistema che ci sta portando in questi mesi verso un baratro di cui non possiamo ancora valutare la profondità, ma che è, nondimeno, spaventoso.
Pasolini si era spento nella notte di un due novembre di quasi quarant’anni fa, il suo corpo devastato giaceva su una spiaggia di Ostia come tutti sanno. Fiumi di inchiostro sono stati versati in suo onore, voci illustri come quella di Alberto Moravia ne hanno tessuto lodi postume, immagini e filmati ricordano il suo lavoro e la sua concezione della scrittura.
Il suo pensiero ha segnato tangibilmente la cultura italiana mettendone in luce le debolezze malcelate, le ipocrisie provinciali e borghesi, i sogni affogati nell’abusivismo e il desiderio di liberazione. Le parole della sua ultima intervista, introdotte evocativamente dalla canzone di Fabrizio De André La cattiva strada, ricostruiscono un tassello della presenza dell’intellettuale nell’ultima intervista rilasciata ad un giornalista francese l’11 ottobre del 1975.
Il Pasolini delle immagini è il portatore estremo dello stendardo di una convinzione che emergeva nel desiderio di mostrare proprio gli angoli più nascosti delle borgate, quell’ostinata volontà di narrazione che si scorge dietro gli occhiali scuri e non esita ad aprire un solido contraddittorio, basato su importanti interrogativi sociali e politici, con il suo interlocutore d’oltralpe.
Via | Bologna150Italia
Da uno scrittore a uno scrittore, in un due novembre di quasi quarant’anni dopo ho riascoltato la voce gridata e commossa di Alberto Moravia che ripercorre la parabola dello scrittore e regista, identificandolo nel suo ruolo fondamentale di poeta, aedo del mondo e portavoce inascoltato di una dimensione sofferta e reale:
Abbiamo perso prima di tutto un poeta, e di poeti non ce ne sono tanti nel mondo, ne nascono tre o quattro soltanto dentro un secolo. Quando sarà finito questo secolo, Pasolini sarà tra i pochissimi che conteranno come poeti. Il poeta dovrebbe esser sacro.
L’immagine di un Pasolini che “fugge a piedi inseguito da qualcosa che non ha volto” è una metafora tangibile della via dell’impegno tracciata dall’intellettuale barbaramente ucciso che ricorre come una “coincidenza inaspettata” già nelle sue opere, preludi di una vita violenta.
Via | Rossinero
Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente ucciso il 2 novembre di trentasei anni fa. Della sua morte ebbe a dire Alberto Moravia:
“La sua fine è stata al tempo stesso simile alla sua opera e dissimile da lui. Simile perché egli ne aveva già descritto, nella sua opera, le modalità squallide e atroci, dissimile perché egli non era uno dei suoi personaggi, bensì una figura centrale della nostra cultura, un poeta che aveva segnato un’epoca, un regista geniale, un saggista inesauribile”.
Di questa figura centrale della nostra cultura riportiamo uno spezzone di un’intervista in cui gli viene chiesto quale sia il senso dello scrivere. La risposta di Pasolini è interessante: non ha nessun senso scrivere, lo si fa per una forza d’inerzia. E lo scopo dello scrittore è altalenante tra l’essere un non senso e l’essere un cittadino che ha degli impegni che lo portano a scrivere. In un certo senso, lo scrivere è un impegno di civiltà, una testimonianza dell’essere consapevolmente nel mondo. Ma è, al contempo, un non senso.

Estate. Ferragosto. Sole, cuore, amore per usare le tre parole del tormentone di Valeria Rossi a inizio millennio. Giorno di riposo e di svago, senza dubbio. Ma anche giorno talmente ovvio che, forse, la cosa più saggia sarebbe non considerarlo. Considerazioni personali, naturalmente.
A proposito di Ferragosto e dell’imperativo categorico “divertirsi” che aleggia nell’aria, ebbe a scrivere Pier Paolo Pasolini sul settimanale Il Mondo (articoli che poi confluiranno nel volume postumo Lettere luterane):
L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: “contaminazioni” tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di “raptus”: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.
Comunque lo trascorriate, buon ferragosto!
Foto | Flickr

La notte tra l’1 e il 2 novembre del 1975 Pier Paolo Pasolini veniva brutalmente picchiato e ucciso sul litorale di Ostia. Ora il poeta friulano avrebbe 88 anni, e chissà con quale sguardo osserverebbe l’Italia di oggi, i problemi dell’informazione, della politica (così cambiata da allora), della società. E chissà cosa penserebbe, ora che i capelli lunghi sono dappertutto, ci sono altri intellettuali “che sanno”, e le borgate di Roma sono state riempite da palazzoni.
E’ difficile dire cosa abbia lasciato a noi contemporanei l’opera multiforme di Pasolini: i suoi saggi, i suoi romanzi, le sue opere teatrali, i suoi film, le sue recensioni, la sua attività giornalistico-polemica. Forse a testimoniare quanto bruci ancora la sua figura, quanto sia ancora attuale, è proprio il fatto che la critica di oggi (letteraria, sociologica) non ha ancora trovato un compromesso sul quale basare il proprio giudizio.
Si è pasoliniani, e si ha una sorta di mito dello scrittore, o si è antipasoliniani, e allora si giudicano come frottole i suoi interventi sociologici, si pone l’accento sulla grossolanità di alcune interpretazioni, sulla troppa disinvoltura utilizzata nel maneggiare diversi strumenti interpretativi (il cinema, la critica letteraria, la psicoanalisi etc). Proprio in questi giorni sono usciti dei libri che a volte cercano di fare il punto su questo personaggio, come ci informa Bruno Pischedda in un articolo (per molti versi dissacrante) uscito sull’ultimo inserto del Sole 24ore (”Pasolini, lucciole senza lanterne”).
La casa editrice Archinto ha recentemente pubblicato Poeta delle Ceneri di Pier Paolo Pasolini, un’autobiografia in versi che Pasolini scrisse tra il 1966 e il 1967 a cavallo di due viaggi negli USA.
Il titolo primitivo è Who is me ed è concepito/pensato/strutturato come una lunga risposta ad un ipotetico giornalista americano. Nel lungo componimento poetico, Pasolini ripercorre alcune tappe della propria vita e delle propria produzione artistica. Scrive Piero Gelli nell’introduzione:
Testo brutale, episodico, intenzionalmente epidittico la volontà di presentarsi a un ipotetico pubblico nuovo, quello americano, che non lo conosce probabilmente che come cineasta […] La tortuosa meditazione di Pasolini, in cui affiorano retaggi decadentisti, comunque onnipresenti in lui, si anima però qui di una vigorosità inusitata testimoniata e dalle opere in cantiere che puntualmente descrive e da quel richiamo alla vita come azione, che senz’altro prende corpo dal contatto fisico, palpabile col nuovo mondo, ma anche con le nuove conoscenze e per la convinzione se non di potenzialità rivoluzionarie in Italia defluite nel revisionismo, di lotte esaltanti per la conquista dei diritti civili e morali.
Continua a leggere: Poeta delle Ceneri, di Pier Paolo Pasolini
“Restituire la temperie politica e culturale del Paese attraverso il filtro di storie e ritratti esemplari di cittadini perbene”. Questo uno degli obiettivi di Francesco Moroni in ‘L’Italia che resiste’ (EffepiLibri ed.), che si consegna i ritratti di 20 italiani.
Connazionalei le cui storie trasudano di ’sacrificio, rinuncia (dai soldi alla carriera o addirittura alla vita)’, come scrive nella prefazione Loris Mazzetti. Perchè, come scrive l’autore, anche ‘raccontare è resistere. Districare il viluppo delle trame ordine dall’uomo dal caso o- per chi ci crede- dal destino”
Fra gli altri, troviamo Daria Bonfietti, che lotta da anni per la verità sul caso della tragedia di Ustica, nella quale perse la vita il fratello Alberto, o Piercamillo Davigo, unico componente del pool Mani pulite a calcare ancora le aule giudiziarie senza cedere alla politica.
Continua a leggere: L'Italia che resiste, di Francesco Moroni
Un reportage che inizia e finisce nelle periferie di una grande metropoli Roma, esplorando luoghi che a nessuno verrebbe in mente di considerare orizzonti di viaggio da scoprire.
E’ questo il principio ispiratore di ‘Da Roma a Roma’, dello scrittore Andrea Carraro, già autore de Il branco, che racconta lo stato attuale dei margini della Capitale d’Italia.
Il viaggio inizia dal cantore per eccellenza delle periferie romane, Pier Paolo Pasolini, partendo dal luogo in cui è posizionata la sua stele, ‘una lunga curva scura sormontata da un bel cielo azzurro solcato da strinature rossastre, e lambita dalla tavola del mare grigio ferro’.