Quali sono i 100 libri che meglio descrivono questi primi anni 2000? Se lo chiedono, alla scadenza del primo decennio di questo nostro XXI secolo, i redattori del Telegraph (inglese), che provvedono a fornircene una lista come al solito, come tutte le liste, molto discutibile.
La trovate nel link all’articolo a fondo pagina, ma vi basti sapere che al primo posto c’è Harry Potter, seguito dall’autobiografia di Barack Obama, il Codice da Vinci, La struggente opera di un formidabile genio di Dave Eggers e L’illusione di Dio. Dieci ragioni per non credere, di Richard Dawkins e ‘Being Jordan’ di Katie Price, (una modella famosissima in Inghilterra), accanto a Cherie Blair e Belle de Jour.
Scorrendo l’elenco troviamo anche ‘Denti bianchi’ di Zadie Smith ed ‘Espiazione’ di Ian McEwan o ‘Suite francese’ di Nemirovski, Persepolis di Marjane Satrapi oltre a ‘Le correzioni’ di Jonathan Franzen o ‘Amabili resti’ di Alice Sebold. Ma c’è anche J.M.Coetzee, accando ai best seller di Stieg Larsson e i gialli di Alexander Mc Call Smith, la saga di Stephenie Meyer accanto alla ‘Strada’ di Cormac McCarthy e a ‘Un milione di piccoli pezzi’.
Ma c’è anche Philip Pullman, Shantaram di Gregory D. Robertson e ovviamente il Cacciatore di Aquiloni o ‘Breve storia di quasi tutto’ (in classifica anche da noi). Fra gli istant book, quelli del cuoco Jamie Oliver o del ciclista Lance Armstrong. I cento libri menzionati hanno venduto complessivamente 30 milioni di copie.
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«I personaggi di Dan Brown sono completamente piatti e bidimensionali»: parola di Philip Pullman, autore della trilogia di Queste oscure materie, scrittore da oltre quindici milioni di copie vendute. «La fondamentale ignoranza di Dan Brown sui comportamenti umani è stupefacente, e i suoi personaggi dialogano in un modo del tutto irrealistico. Dan Brown non sa come gestire i normali meccanismi letterari, ma questo non interessa né a lui né ai suoi milioni di lettori. Non c’è niente di male a fare ciò che fa, ma non è un grande scrittore».
Che Dan Brown, autore de Il simbolo perduto che uscirà in italiano il 23 ottobre, non sia tutto sommato un grande scrittore è sostenuto tra le righe anche da una interessante articolessa del «Boston Magazine» - in realtà un vero e proprio mini-saggio - che ricostruisce la fulminante carriera di Dan Brown dalle origini ai giorni nostri.
L’aspetto più sorprendente e meno conosciuto della storia è che all’Amherst College, nel seminario di scrittura creativa tenuto da Alan Lelchuck, Dan Brown era collega di David Foster Wallace, uno dei più colti e geniali scrittori americani dell’ultimo secolo. Ovviamente il soverchio talento di Wallace oscurava quello di tutti gli altri compagni di corso, compreso Brown. Come ricorda il professore Lelchuck, «Dan non era la star della classe come David, ma era uno di quegli altri due che si dimostravano veramente bravi. Diciamo che Dan era bravo, però in una maniera più tranquilla».
La differenza si può ben valutare a distanza di anni. Dan Brown, lo scrittore bravo e tranquillo, ha saputo tramutare il proprio talento in un impareggiabile strumento produttivo ed economico, diventando lo scrittore più venduto e letto del mondo. David Foster Wallace, il genio e star della classe, ha pagato la sua mancata tranquillità con una vita di travagli interiori e depressioni, culminata come è noto nell’improvviso suicidio; ma ha lasciato delle opere che resteranno nei decenni a venire. Destini paralleli, ma tremendamente divergenti.
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E’ appena uscito in Italia l’apprezzatissimo libro per bambini Skellig di David Almond, vincitore, proprio per Skellig, della Carnegie Medal, del Whitbread Children’s Award e di altri prestigiosi premi letterari. Si tratta di un libro veramente bello, di grande delicatezza, tenerezza e profondità. Da molti considerato un capolavoro per l’infanzia.
Il piccolo Micheal si trasferisce, insieme alla famiglia, in una casa nuova, tutta da sistemare. Purtroppo la sorellina appena nata ha una malformazione al cuore e si teme non possa sopravvivere. I genitori sono sconvolti e passano tutto il tempo ad occuparsi della povera bimba. Micheal, quindi, si trova tutto solo in una casa che non conosce e con i genitori che, pur amandolo molto, non possono dedicarsi a lui.
In questo stato di profonda tristezza ed abbandono, Micheal, un giorno, entra nel pericolante garage della nuova casa e vi trova… Skellig. Ma chi è questa creatura che non riesce ad alzarsi? Assomiglia ad un barbone. Ma ha qualcosa dietro la schiena. Sembrano ali… Ma è un uomo, un uccello o forse un angelo? E perchè solo lui e la sua nuova scalmanata amichetta Mina riescono a vederlo?
Ho appena finito di leggere “La farfalla tatuata” di Philip Pullman, libro da pochi giorni pubblicato in Italia da Salani e da cui, di recente, è stato tratto un apprezzato film indipendente (vedi teaser trailer). Significativo notare che l’intero budget è stato ottenuto in soli 3 giorni di richiesta pubblica!
Il romanzo, distantissimo dalla “Bussola d’oro”, è veramente particolare e bello. Ma anche sconvolgente. L’ho finito da pochissimo e ammetto di essere ancora un po’ sottosopra.
La storia inizia abbastanza classicamente: Oxford, un incontro tra ragazzi, lui, Chris, “normale”, studente diciassettenne con lavoretto estivo, figlio di separati con nuovi compagni; lei, Jenny, ragazza sbandata, vive in una casa occupata e lavora dove capita. Con un percorso a zig zag nasce un amore molto dolce. Ma il caso li separa.