Da qualche giorno è di nuovo nelle librerie, grazie a Marcos y Marcos, Si chiama Francesca questo romanzo, uno dei più quotati di Paolo Nori, scrittore parmense che ha fatto del proprio stile aderente al parlato, anacolutico e ripetitivo una vera e propria bandiera. Se avete mai avuto occasione di sentire Paolo Nori leggere i suoi scritti vi sarete senz’altro chiesti, da tanto quell’operazione di lettura risulti naturale, come mai non ne producano direttamente degli audiobooks (su ilpost.it trovate degli estratti letti dall’autore).
Protagonista di questo libro vorticoso - sia nello stile, come al solito a pioggia, sia nella costruzione avvolgente, è ancora una volta Leandro Ferrari. Per molti versi Leandro e Paolo si assomigliano, come spesso capita nella letteratura che si nutre della linfa vitale e delle ossessioni dell’autore che la mette in pagina. Ma a differenza di altri grandi narratori dell’ossessione, Paolo Nori sembra divertirsi a mettere sul palcoscenico della sua finzione il suo Leandro, personaggio un po’ impacciato un po’ pazzo, assillato dalle voci che sente nella testa e innamorato di Francesca.
Qualcuno potrebbe pensare che lo stile di Nori sia istintivo, raggiunto con facilità dall’autore perché aderente al parlato, quasi grossolanamente. Io non credo che sia così, credo che dietro alla voce di Leandro ci sia un lavoro mica da ridere di Paolo, che spesso dimostra nelle sue pagine di amare le circonvoluzioni logico-linguistiche. È questo il caso della pagina più bella del libro (pp. 110-111), quando Leandro si fa travolgere dalla confusione e dall’emozione mentre parla con una fotografa al Palazzo delle Esposizioni di Roma. Pagina che mi permetto di citare per intero dopo il salto.
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Ieri si è conclusa la quindicesima edizione del Festivaletteratura di Mantova, un’edizione come al solito ricca di eventi e di autori provenienti da tutto il mondo. Questa intervista è la prima di una piccola serie che pubblicheremo su queste pagine nei prossimi giorni. Si tratta di brevi interviste, conversazioni avute in questi giorni con alcuni degli autori presenti al Festival che ci hanno concesso qualche minuto del loro tempo.
Questo primo episodio della serie è dedicato a Paolo Nori uno degli scrittori più sorprendenti degli ultimi anni: autore prolifico di romanzi scoppiettanti, l’ultimo dei quali si intitola La meravigliosa utilità del filo a piombo, ed è pubblicato da Marcos y Marcos; ha tradotto dal russo Gogol, Turgenev, Puškin, Lermontov, redattore della rivista Il Semplice, da ultimo fondatore dell’Accalappiacani, rivista pubblicata da DeriveApprodi.
Una volta hai citato un’immagine molto bella di Foster Wallace sulla dittatura: «Ci sono due pesci che nuotano e a un certo punto incontrano un pesce anziano che va nella direzione opposta, fa un cenno di saluto e dice: “Salve, ragazzi. Com’è l’acqua?” I due pesci giovani nuotano un altro po’, poi uno guarda l’altro e fa “L’acqua, quale acqua? “». Che cos’è per te la libertà?
Mi pare chiaro che per poterti muovere nel mondo devi capire dove sei, cosa hai intorno. Se sei nell’acqua o sulla terra, e malgrado le apparenze questa è una cosa molto difficile. Poi ci sono una serie di cose, io ero abituato a pensare fin da quando ero piccolo di essere una persona libera e che questa libertà derivava dal posto in cui vivevo. Col passare del tempo invece mi è venuto da pensare che la libertà non viene dal luogo in cui ti trovi, non viene dall’alto o non viene infusa ma dipende esclusivamente da te, è una cosa che bisogna coltivare se lo si vuole. C’è molta gente che preferisce vivere delegando agli altri le decisioni. Invece, ho amici che vivono o che hanno vissuto in Russia e che erano antisovietici e non ne facevano un mistero, e per questo hanno dovuto rinunciare a fare il mestiere che avrebbero voluto fare e andando a lavorare in fabbrica piuttosto che fare delle ricerche storiche. Però studiavano lo stesso il sabato e la domenica andavano in biblioteca, studiavano di notte, secondo me quelle sono tra le persone più libere che abbia conosciuto, e vivevano a Stalingrado, non a Parma o a Roma.
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Chi va (o è andato) in bicicletta, avrà fatto, senza dubbio, l’esperienza “personalizzata” dell’effetto Doppler: ascoltare una voce, un suono, un rumore prima debole in lontananza, poi più forte man mano che si avvicina alla sorgente del suono, poi di nuovo in lontananza, sempre più debole. All’effetto sonoro si accompagna anche quello visivo che rende il panorama, le persone, le case che si incontrano prima sfocate, poi vicine, quindi vicinissime e, infine, alle spalle. Il tutto condito dal suono delle ruote e dell’aria che passa tra i raggi delle stesse.
Se siete andati in bicicletta, saprete di cosa sto parlando e potrete ritrovare queste sensazioni nel romanzo A Bologna le bici erano come i cani, scritto da Paolo Nori e pubblicato da Ediciclo, per la collana Ciclopolis curata da Fabrizio Fiocchi e illustrata da Anna Godeassi. La storia – come si capisce dal titolo – è ambientata a Bologna e, in estrema sintesi, parla di “un ex-meccanico che doveva dire a suo figlio che non era suo figlio”. La bellezza del libro, però, secondo me risiede nel modo di scrivere e di raccontare da parte di Nori: proprio quell’aspetto della città e della vita che si può cogliere solo andando in bicicletta.
Il periodare – soprattutto agli inizi della lettura – può sembrare strano, con i mille intercalari e il procedere per associazioni logiche e mentali (del resto, lo sappiamo bene, nella realtà non ragioniamo/pensiamo in maniera ferrea “come un libro stampato” – e come una certa letteratura vuol farci credere –, ma saltiamo di palo in frasca); ma poi ci si abitua e si apprezzano le molte divagazioni e “allucinazioni uditive” (come, per esempio, “Una volta, alla scuola elementare di scrittura emiliana in Romagna, a Rimini, uno dei partecipanti aveva scritto che lui da piccolo i suoi genitori lo portavano a vedere gli Inti Illimani che a lui gli sembrava che cantassero una canzone che diceva: El pueblo, / unido, / si ammazzerà nel nido”) di cui è disseminato il libro. Da notare l’omino in bicicletta che pedala (perdendo il cappello) sulle pagine dispari del libro.
Paolo Nori
A Bologna le bici erano come i cani
Ediciclo, 2010
ISBN 978-88-6549-001-3
pp. 160, euro 13