
90 anni fa nasceva Jack Kerouac, considerato da molti come uno dei vertici della letteratura contemporanea americana, uno di quegli autori - pochi, pochissimi - a cui un lettore accorda il raro privilegio di essere letti più volte nel corso di una vita. Io ho provato a leggere due volte Kerouac, entrambe le volte attaccando le pagine di On the Road e entrambe le volte fallendo.
La prima volta avevo 14 anni, mi ricordo che era estate e che ero in montagna con tanto tempo e poche cose da fare. Una situazione ideale per leggere un buon libro e perdercisi dentro, ma anche un’età - 14 anni - perfettamente adatta a trasformare una lettura casuale in un marchio quasi indelebile. Ma così non avenne. Mi fermai intorno a pagina 100 e pensai che, tra i due, il problema dovevo essere io, non certo Kerouac, che tutti mi consigliavano e mitizzavano.
Quattro o cinque anni dopo ripresi in mano quel libro per la seconda volta. Speravo di essere cresciuto abbastanza per capire quel che alla prima lettura non avevo capito: tutta quella voglia di perdersi, quelle droghe, quella voglia di libertà, quell’esigenza di perpetuo movimento rappresentata in parte anche da quella scrittura spontanea, apparentemente senza regole.
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– Dobbiamo andare e non fermarci mai finché non arriviamo.
– Per andare dove, amico?
– Non lo so, ma dobbiamo andare.
On the Road – Sulla strada di Jack Kerouac vedeva la luce il 5 settembre 1957. Da allora quel libro, scritto su un rotolo di carta per telex lungo trentasei metri, è diventato una sorta di manifesto per molti, identificati con il termine di Beat Generation.
Il titolo rimanda al viaggio, ovviamente, ma quella di Kerouac non è solo la storia di un viaggio quanto quella di un incontro. Il viaggio di cui parla Kerouac è più un qualcosa di astratto, potremo dire di inutile: l’importante è camminare fino a quando non si arriva. Non importa dove, ma il viaggio. Questo nomadismo è un po’ la cifra di un atteggiamento esistenziale dinanzi alla vita, un nomadismo dell’anima che porta con sé legami alternativi, la ricerca di compagnia e, soprattutto, la ricerca di se stessi al di fuori del conformismo imperante di allora (e di oggi).
E così in America quando il sole tramonta e me ne sto seduto sul vecchio molo diroccato del fiume a guardare i lunghi lunghi cieli sopra il New Jersey e sento tutta quella terra nuda che si srotola in un’unica incredibile enorme massa fino alla costa occidentale, e a tutta quella strada che corre, e a tutta quella gente che sogna nella sua immensità, e so che a quell’ora nello Iowa i bambini stanno piangendo nella terra in cui si lasciano piangere i bambini, e che stanotte spunteranno le stelle, e non sapete che Dio è Winnie Pooh?, e che la stella della sera sta tramontando e spargendo le sue fioche scintille sulla prateria proprio prima dell’arrivo della notte che benedice la terra, oscura tutti i fiumi, avvolge le vette e abbraccia le ultime spiagge, e che nessuno, nessuno sa cosa toccherà a nessun altro se non il desolato stillicidio della vecchiaia che avanza, allora penso a Dean Moriarty, penso perfino al vecchio Dean Moriarty padre che non abbiamo mai trovato, penso a Dean Moriarty.
Foto | Gothamist

Ieri è morta la scrittrice Fernanda Pivano. Era nata a Genova nel 1917. Molte cose ci sarebbero da dire su di lei, ci limitiamo ad alcune: è cresciuta con Cesare Pavese ed è stata amica di Hemingway, ha tradotto per prima si è occupata di Moby Dick, ha scritto la prefazione a On the Road di Kerouac, alla sua prima uscita italiana, ha portato in Italia l’Antologia di Spoon River, ha definito Fabrizio De André il più grande poeta italiano del Novecento.
Dal suo ultimo articolo sul Corriere della Sera ecco un passo:
Non ho mai voluto accettare le malattie dell’età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.