La capitale immorale. Mai ci fu miglior tema, si potrebbe dire, di quello scelto per questa ultima rassegna di Officina Italia, l’appuntamento letterario organizzato da Alessandro Bertante e da Antonio Scurati che da cinque anni ravviva il clima culturale della città meneghina.
A partire da giovedì 20, fino a sabato 22, nella piccola ma splendida cornice della Palazzina Liberty di piazza Marinai d’Italia si alterneranno sul palco le voci di alcuni dei personaggi più importanti del panorama letterario nazionale. Da Michele Mari a Antonio Scurati, da Aldo Nove a Giuseppe Genna, fino ad arrivare ad Antonio Franchini e Gianni Biondillo. Il programma, come vedete, è veramente succulento.
Piace molto poi, almeno a chi scrive, lo spirito della manifestazione di quest’anno. Leggiamo dal comunicato stampa:
Officina Italia affronta di petto l’immaginario letterario di Milano, città che negli ultimi tre decenni ha vissuto una decisa crisi d’identità, smarrendo la sua originaria vocazione di metropoli aperta, accogliente e soprattutto innovativa.
Milano come città dall’anima perduta, svenduta al peggior offerente. Milano città della moda che dimentica la cultura in un angolo. Milano che ha perso, insomma, quella levatura intellettuale che le ha fatto rischiare, un paio di decenni fa, di scrollarsi di dosso l’anima bottegaia e provinciale - che tutt’ora domina - e diventare una città veramente cosmopolita e frizzante.
Per quanto mi riguarda è già la notizia dell’anno: il 24 gennaio uscirà nella collana Supercoralli il nuovo libro di racconti di Michele Mari, dal titolo Fantasmagonia. A distanza di un anno e mezzo dal suo ultimo romanzo, Rosso Floyd, Mari, dunque, ritorna in libreria, questa volta però con una raccolta di racconti (la cui cover che vedete è completamente inventata ci è stata inviata in anteprima da Einaudi). Anche questa è una notizia, anche perché erano quasi tre lustri - Tu, sanguinosa infanzia era uscito nella sua prima edizione nel 1997 - che Mari non dedicava un intero volume alla narrativa breve.
I lettori assidui di Booksblog certamente non posso dire di non aver mai sentito parlare di Michele Mari. Anche se mai lo hanno letto, infatti, avranno certamente notato la quantità di post che ho dedicato alle sue opere. La stiva e l’abisso, Filologia dell’anfibio, Tutto il ferro della torre Eiffel, Rosso Floyd, I demoni e la Pasta sfoglia. Ognuna delle sue opere e attraversata e permeata da una stessa vena fantastica ossessiva e sanguinolenta.
C’è una splendida frase con cui Mari stesso inaugura I demoni e la pasta sfoglia che ci aiuta a capire di che pasta è fatto questo scrittore:
céline, Gadda, Gombrowicz, Kafka, Borges, Conrad, Canetti, Manganelli, Perutz, Melville, Landolfi, Maupassant: Molti dei nostri scrittori prediletti sono degli ossessi. Ossessione è da assedio, ma il suo nome scientifico, anancasma, è da destino, ananke. Scrittori al servizio della propria nevrosi, pronti ad assecondarla e a celebrarla: scrittori che hanno nell’ossessione non solo il tema principale (e insieme il metodo con cui anche la più semplice esperienza è assottigliata in pasta sfoglia verbale), ma l’ispirazione stessa, sì che nessuna interpretazione mi pare fuorviante come quella che ne riconduce l’opera a un intento salvifico, quasi la scrittura sia solo un surrogato della pratica psicoanalitica. Al contrario, è proprio scrivendo che essi finiscono per consegnarsi inermi agli artigli dei demoni che li signoreggiano, finché, posseduti, essi diventano quegli stessi demoni.

Probabilmente molti di voi avranno già provato, ma se cercate su google la stringa “Scuole di scrittura creativa” vi ritrovate di fronte a una lista di unmilionequattrocentosessantamila risultati, 1.460.000, per dirlo a numeri, che forse fa più impressione. Scuola Omero, Scuola Holden, Giulio Mozzi, Raul Montanari, Gotham Writers, Lanterna Magica, sono questi i nomi che riempiono la prima delle n pagine di risultati (con n tendente all’infinito).
Le scuole di scrittura creativa, insomma, vanno alla grande. Un po’ perché sono il metodo principale che molti scrittori hanno per tirare a campare, un po’ perché al mondo tutti vogliono fare gli scrittori e nessuno ha abbastanza tempo, costanza, ostinazione e ossessioni per diventarlo da solo. Ma se pensate che questa sia una dinamica prettamente contemporanea, prendereste una gran cantonata. Scriveva infatti Leopardi nel pensiero XX, parlando del vizio di ammorbare il prossimo leggendo i propri componimenti:
oggi, che il comporre è di tutti, e che la cosa più difficile è trovare uno che non sia autore, è divenuto [il suddetto vizio] un flagello, una calamità pubblica, e una nuova tribolazione della vita umana.
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Giorno dopo giorno si avvicina sempre di più il centesimo anniversario della morte di Emilio Salgari, il grande maestro dell’avventura capace di far sognare milioni di lettori con le sue storie di avventura per terra e per mare, suicidatosi il 25 aprile 1911 a colpi di rasoio.
Per celebrare la sua memoria, Einaudi ha oggi ripubblicato sul proprio sito un bellissimo raccontino di uno dei più grandi estimatori di Salgari della contemporaneità, Michele Mari. Il racconto, intitolato Mamapraciam e pubblicato per la prima volta dieci anni fa in una antologia pubblicata da Strade Blu di Mondadori, grazie alla sanguigna fantasia di Mari ci fornisce uno dei più bei ritratti dello scrittore veronese, un ritratto passionale e fantastico, assolutamente da leggere insomma.
Chissà mai che, cullati dalla magica prosa di Michele Mari, non vi venga voglia di immergervi nelle rocambolesche e appassionanti avventure partorite dalla fantasia più fervida che l’Italia abbia conosciuto negli ultimi centocinquantanni.
Da un paio di giorni è letteralmente esplosa una sacrosanta polemica sulla proposta avanzata dall’Assessore alla Cultura della Provincia di Venezia, Raffele Speranzon, di redigere una lista di libri la cui distribuzione nelle Biblioteche Civiche e Scolastiche della Provincia di Venezia fosse vietata, una proposta la cui carica grottesca e assurda non è bastata (forse per fortuna) a farla rubricare tra le cadute di stile di una classe politica ormai completamente avulsa da ogni questione che possa riguardare lo stile e, per estensione, la cultura.
Se oggi torno sulla questione, però, non è per rincarare la critica al fatto che in Italia, di questi tempi, non risulti poi così assurda una proposta del genere, e neanche sul fatto che le testate giornalistiche nazionali abbiamo impiegato tre giorni prima di occuparsi della cosa, tutt’altro, vorrei ritornarci per raccontarvi di una vicenda grottesca che mi è capitata qualche tempo in una biblioteca rionale milanese. Una storia che condivide una certa demenza di fondo con questa dei libri proibiti, una demenza che accompagna troppo spesso la cultura nel nostro paese.
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Soltanto i più attenti lettori si ricorderanno di un post, pubblicato su queste pagine all’incirca nove mesi fa, dedicato all’iniziativa promossa dalla rivista Satisfiction per raccogliere in una grande lista le richieste dei lettori circa i Libri da ripubblicare, ovvero quei libri che, nel corso degli anni, il baraccone-editoria ha dimenticato per strada.
In quell’occasione mi ero lasciato sfuggire una richiesta, o meglio, una speranza, quella che venisse ristampata la splendida raccolta di saggi di Michele Mari, I demoni e la pasta sfoglia, pubblicato qualche anno fa dalla Quiritta di Roma e caduto nell’oblio editoriale insieme ad essa in conseguenza di un fallimento.
Ebbene, dopo nove mesi - una vera e propria gravidanza - I demoni e la pasta sfoglia è tornato in libreria, in una nuova edizione arricchita di inediti (l’inedito su Dickens lo trovate su Affaritaliani.it) e pubblicata dalla casa editrice Cavallo di Ferro.
Ora, non credo che quel mio post abbia avuto alcun peso in questa vicenda, ma, come i fedeli che chiedono al proprio dio un gesto di indulgenza e vedonole proprie richieste casualmente esaudite, non posso fare a meno di ringraziare l’artefice di questa operazione - un dio editor per restare nella similitudine - per questo atto di indulgenza editoriale.
Due mostri siamesi, avvinghiati per l’eternità, i cui nomi sono Pink Anderson e Floyd Council, una serie di cantanti e rock stars, da David Bowie a Eric Clapton, e poi registi, critici musicali, fan, coriste, creature fantastiche, parenti e amici, fino ad arrivare ai protagonisti in prima persona della storia di una delle rock band più strabilianti di sempre: Roger Waters, Dave Gilmour, Nick Mason e Rick Wright, meglio conosciuti come i Pink Floyd.
Nelle pagine di questo ultimo lavoro di Michele Mari, intitolato Rosso Floyd, tutte le voci dei testimoni si susseguono come ad un maxi processo e, sotto forma di confessioni, testimonianze, lamentazioni, interrogazioni, esortazioni e referti, compongono un mosaico coinvolgente e vorticoso le cui tessere fantastiche risultano assolutamente indistinguibili da quelle reali, come spesso capita, d’altronde, nei romanzi e nei racconti di Mari.
L’unico che manca all’appello, l’unico di cui non si sente la voce, è Syd Barrett, il più affascinante e misterioso tra i fondatori dei Pink Floyd, il mitico chitarrista che, a causa di eccessi stupefacenti e di una propensione alla misantropia, dopo appena due album si isolò in un forzato e volontario esilio perenne. Eppure è proprio la sua ombra quella che si intuisce dietro tutti i discorsi, come se lui, il Diamante Pazzo, avesse continuato ad influenzare la band anche dal suo sotterraneo esilio, a dettare canzoni a Roger, come una voce proveniente dall’abisso.
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Nasce il reality degli esordienti. La casa editrice Minimum Fax, insieme alla 80144 edizioni e a Oblique Studio, ha organizzato una settimana (dal 4 al 10 giugno), in cui 10 aspiranti esordienti vivranno fianco a fianco nell’agriturismo Il Mulino, a Pollica, in provincia di Salerno, seguendo un rigido programma.
I partecipanti alla fattoria degli scrittori (questo il sito - le iscrizioni si sono chiuse ieri), infatti, dovranno rispettare degli orari rigidi. Sveglia alle sette e mezza, colazione e seminari sulla scrittura e scrittura individuale; pranzo, pausa, scrittura individuale, cena, e lettura ad alta voce. I tutor, non me ne vogliano, non saranno avvenenti come quelli televisivi, ma di comprovata esperienza: Marco Cassini, direttore commerciale della Minimum Fax, Luccone, direttore dell’Oblique Studio (nonché traduttore e curatore di collane) e Paolo Baron, l’ideatore della rivista Toilet.
Ma tra una lettura e l’altra “saranno inoltre organizzate escursioni, bagni e passeggiate per stimolare l’interazione tra gli aspiranti scrittori e gli editor” (si legge sul sito). Insomma, c’è tempo anche per fare un po’ di vacanza (per affiatare il gruppo, si intende), anche se sempre attenti al proprio look, perché “durante il periodo formativo saranno effettuate delle riprese video che potranno essere pubblicate sul web o mandate in onda su una tv nazionale.”
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Giulio Ferroni, professore di letteratura italiana all’università di Roma e grande critico letterario, torna in libreria con “Scritture a perdere” (Laterza, pp. 109, 9 euro), un saggio che rivela grandi sorprese e alcuni ottimi spunti di riflessione, anche se qualche contrappunto è doveroso farlo.
La sorpresa più importante è che questo libro è ben lontano dall’essere un pesante saggio di critica letteraria, tutt’altro. Credo che sia animato da un grande spirito di divulgazione, e gli scrittori trattati nei diversi capitoli, come è naturale che sia per un testo che si interroga sulla “letteratura negli anni anni zero” (questo è il sottotitolo) sono attualissimi: si va da Margaret Mazzantini a Paolo Giordano, da Tiziano Scarpa a Roberto Saviano.
Ma una sorpresa forse maggiore coinvolgerà coloro che a questi scrittori sono molto affezionati. L’analisi di Ferroni sugli ultimi fenomeni letterari è spietata: della “Solitudine dei numeri primi” di Paolo Giordano, vincitore del premio Strega 2008, Ferroni parla di un’ostentazione (letteraria e di marketing) di una “educata borghesia progressista” che unita alla “bella presenza del giovane dottorando” (il tutto “condito e cucinato entro una famosa scuola di scrittura”) non poteva non garantire il successo editoriale di un libro che, secondo il critico, rappresenta soltanto un “Va’ dove ti porta il cuore” in versione laica e torinese.
Michele Mari, considerato da molti, e a ragione, uno dei migliori scrittori italiani in circolazione, sta per tornare in libreria con un nuovo romanzo edito da Einaudi, dopo quasi tre anni di silenzio romanzesco. L’ultima sua prova narrativa infatti, se si tralascia Milano Fantasma, il bel volume ibrido dedicato al capoluogo lombardo, realizzato insieme all’illustratore Velasco Vitali, risale al 2007, quando venne pubblicato, sempre da Einaudi, il romanzo Verderame.
Di quest’ultimo romanzo, Rosso Floyd, si sa ancora molto poco. Oltre alla data prevista per la pubblicazione, un generico mese di maggio, sappiamo che questa nuova fatica di Mari è incentrata sulla figura enigmatica e maledetta di Roger Keith “Syd” Barrett, indimenticabile fondatore dei Pink Floyd e leader del gruppo per i primi due anni di attività della band, che non a caso gli dedicherà poi la pietra miliare Wish you were here.
Grazie alla sua solita verve affabulatoria, Mari ripercorre la storia di uno dei più geniali musicisti della musica contemporanea, autoesilatosi dalla sua creatura, i Pink Floyd, a causa di un esaurimento nervoso che l’abuso di droga non ha di certo attenuato. Ma come ormai ci ha abituato, Mari non cerca di ricostruire una biografia, ma come un vampiro ne succhia la sostanza e la reinventa sotto forma di letteratura, un procedimento di reinvenzione che, durante la sua carriera letteraria, ha già ottimamente testato su se stesso - si pensi a Rondini sul filo, a Verderame, a Tu, sanguinosa infanzia - ma anche, prima di tutto nel geniale Tutto il ferro della torre Eiffel, sulla Storia.
Forse sarà perché da quasi anno che sto lavorando su una tesi sui suoi ordigni narrativi, che voglio assolutamente quel libro sul mio comodino entro 24 ore dalla sua uscita. Sta di fatto che anche così, a scatola chiusa, questo è un libro che consiglierei a chiunque.
Michele Mari
Rosso Floyd
Einaudi
euro 20