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Sono comuni le cose degli amici: Booksblog intervista Matteo Nucci

pubblicato da roberta

nucciArriva in libreria il 19 novembre “Sono comuni le cose degli amici” (Ponte alle Grazie) il romanzo di esordio di Matteo Nucci, che nel suo curriculum annovera saggi su Empedocle e Platone, oltreché la cura di una nuova edizione del Simposio di Platone (Einaudi, 2009). Collaboratore con “Il Venerdì” e “La Repubblica XL”, suoi racconti sono apparsi sul “Caffè illustrato” e su “Nuovi Argomenti”. Ma questa volta è diverso, Matteo elabora un lutto, è alla ricerca dell’identità, nel tentativo di capire chi si è veramente, quanto pesa l’eredità paterna, cosa fare della propria esistenza: lo abbiamo incontrato.

Sei giornalista e autore di racconti: cosa ti ha spinto a scrivere il tuo primo romanzo, è stato un passaggio naturale?
Di naturale non c’è quasi niente, direi. Scrivere è una pratica e io amo i mestieri pratici, i movimenti, la quotidianità e la ripetitività dei movimenti. Scrivere un romanzo rispetto allo scrivere un racconto comporta una disciplina diversa, una continuità e uno sguardo più lungo, ma soprattutto, la capacità di tenere alto il livello di attenzione e di emozione, che nel caso di un racconto ha un picco molto più breve. Per me, credo sia qualcosa che ha a che fare con una specie di maturità.

Nella storia, tutto ruota attorno al rapporto molto particolare tra un figlio e suo padre: pensi si possa definire un romanzo al maschile?
No, non credo. Il protagonista è un uomo. Poi ci sono un padre e un amico, sì, ma, in effetti, forse le vere protagoniste sono donne. In ognuna delle tre parti del libro c’è una donna che domina la scena, e c’è un’altra donna che quasi la rappresenta, questa scena, una donna la cui storia è sullo sfondo e, in qualche modo, crea la scena.

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