Come al solito, dopo l’ufficializzazione della cinquina dei finalisti del Premio Strega 2010, l’impressione è quella che in fondo non si tratti più di premio, ma di una sfilata. Come era ampiamente prevedibile, infatti, tra i cinque nomi selezionati per giocarsi il titolo tra poco più di un mese non ce n’è uno inaspettato.
Alla prima posizione troviamo l’esordiente Silvia Avallone con Acciaio (Rizzoli), da molti celebrata come un’ottima penna (concedetemi il diritto di non essere affatto d’accordo), al secondo un altro autore al primo libro, anche e non un vero e proprio esordiente dell’arte del raccontare, il regista Paolo Sorrentino con Tutti hanno ragione (Feltrinelli), un libro francamente scarso il cui successo sembra più legato al grande talento cinematografico di Sorrentino piuttoso che ad altro.
Nelle posizioni successive, poi, troviamo Antonio Pennacchi con Canale Mussolini (Mondadori), Matteo Nucci con Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie) e, infine, Lorenzo Pavolini con Accanto alla tigre (Fandango).
Insomma, niente sorprese e sempre più disillusione per un Premio che ormai sembra aver esaurito completamente il suo ipotetico ruolo letterario, abdicando alle necessità aziendali di marketing, ma forse è anche inutile continuare a ribadirlo, forse è meglio lasciar perdere e non sprecare tempo prezioso.
Via | La Stampa

«Il premio Strega è governato da un sistema corrotto. Tutti già sanno chi andrà in cinquina: con la Avallone e Sorrentino se la giocheranno Pennacchi, Pavolini e Nucci». Queste le dichiarazioni assai esplicite rilasciate ad «Affari Italiani» da Raffaello Avanzini di Newton & Compton.
Dei dodici selezionati (qui la lista completa), l’editore Avanzini afferma che - come «tutti già sanno» - i cinque libri finalisti saranno:
Hanno tutti ragione del geniale regista Paolo Sorrentino (Feltrinelli);
Acciaio di Silvia Avallone (Rizzoli);
Canale Mussolini di Antonio Pennacchi (Mondadori);
Accanto alla tigre di Lorenzo Pavolini (Fandango);
Sono comuni le cose degli amici di Matteo Nucci (Ponte alle Grazie).
«Ma non mi arrendo», ha continuato l’agguerrito Avanzini, denunciando una vera e propria “stregopoli“, «non faccio certo come Neri Pozza che ha deciso di dire basta ai premi. Io l’anno prossimo mi ripresenterò. Ci vuole qualcuno che si ribelli al sistema e combatta i loro giochetti torbidi“. Ai quali «giochetti», peraltro, lo stesso Avanzini ha ammesso di partecipare.
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Arriva in libreria il 19 novembre “Sono comuni le cose degli amici” (Ponte alle Grazie) il romanzo di esordio di Matteo Nucci, che nel suo curriculum annovera saggi su Empedocle e Platone, oltreché la cura di una nuova edizione del Simposio di Platone (Einaudi, 2009). Collaboratore con “Il Venerdì” e “La Repubblica XL”, suoi racconti sono apparsi sul “Caffè illustrato” e su “Nuovi Argomenti”. Ma questa volta è diverso, Matteo elabora un lutto, è alla ricerca dell’identità, nel tentativo di capire chi si è veramente, quanto pesa l’eredità paterna, cosa fare della propria esistenza: lo abbiamo incontrato.
Sei giornalista e autore di racconti: cosa ti ha spinto a scrivere il tuo primo romanzo, è stato un passaggio naturale?
Di naturale non c’è quasi niente, direi. Scrivere è una pratica e io amo i mestieri pratici, i movimenti, la quotidianità e la ripetitività dei movimenti. Scrivere un romanzo rispetto allo scrivere un racconto comporta una disciplina diversa, una continuità e uno sguardo più lungo, ma soprattutto, la capacità di tenere alto il livello di attenzione e di emozione, che nel caso di un racconto ha un picco molto più breve. Per me, credo sia qualcosa che ha a che fare con una specie di maturità.
Nella storia, tutto ruota attorno al rapporto molto particolare tra un figlio e suo padre: pensi si possa definire un romanzo al maschile?
No, non credo. Il protagonista è un uomo. Poi ci sono un padre e un amico, sì, ma, in effetti, forse le vere protagoniste sono donne. In ognuna delle tre parti del libro c’è una donna che domina la scena, e c’è un’altra donna che quasi la rappresenta, questa scena, una donna la cui storia è sullo sfondo e, in qualche modo, crea la scena.
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