Negli ultimi giorni si è parlato molto di una iniziativa promossa dada una grande case editrice, la Marsilio di Venezia per coinvolgere i blogger nel discorso culturale. La proposta è molto semplice: volete parlare dei nostri libri, ovviamente in tutta libertà? Molto bene, noi vi regaliamo la versione ebook.
Moltissimi commenti da parte dei diretti interessati - i blogger - sono stati entusiasti e per molti versi posso essere d’accordo. Un gesto del genere da parte di una casa editrice come la Marsilio sta a significare che finalmente qualcuno riconosce ai blogger il ruolo di produttori di gusto, di consenso, veicoli di marketing virale che sono in grado di raggiungere un pubblico molto vasto e abbastanza selezionato e che, soprattutto, possono contare su un rapporto di fiducia con i propri lettori elevatissimo.
Niente da dire, si tratta di un’arma niente male in mano alle case editrici per diffondere i propri prodotti. Sono felice di questa piccola novità, e spero che oltre alla Marsilio anche gli altri editori pensino a iniziative del genere per coinvolgere la galassia dei blogger che, ripeto, hanno un ruolo molto importante nella diffusione di un libro e glielo si deve riconoscere. Voi che ne pesante? Resterà un’iniziativa isolata o le altre case editrici, annusato il barattolo di miele, si avventeranno sgomitando e riempiranno i poveri blogger di ebook?

“Sulla porta c’era la targa d’ottone d’obbligo, con la scritta Sezione Q. Solo che la porta era smontata e appoggiata ai tubi del riscaldamento…Difficile evitare il paragone con un ospedale dell’Europa dell’Est. … In quella parte del sotterraneo non c’era gente, nè luce del sole, nè aria; nulla che potesse allontanare la somiglianza con l’Arcipelago Gulag”.
Però, simpatici questi danesi, viene da pensare dopo aver letto La donna in gabbia di Jussi Adler-Olsen. La frase non è dettata dalla mia vena sadica: non è molto simpatico, ammettiamolo, rimanere rinchiusi in un antro illuminato giorno e notte mentre una voce ci promette di liberarci solo se sapremo capire perché dobbiamo stare lì a scontare questa pena, come succede alla parlamentare Merete Lynngaard.
Piuttosto, stupisce piacevolmente la vena fannullona dei ligi investigatori nordici, che siamo abituati a considerare molto più ligi al dovere e pieni di scrupoli rispetto a quelli mediterranei. E invece no: se si dà spazio ai loro pensieri, emergono anche in loro progetti statali accettati per “grattare” qualche finanziamento in più, o voglia di esercitarsi nella nobile arte del sudoku invece di stare a rispolverare casi chiusi da anni.
Cambia, dopo settimane, il podio dei libri più letti in Italia secondo la classifica Nielsen-Bookscan. Coelho e il suo Aleph (Bompiani) scalzano infatti la veterana Melissa Hill con il suo Un regalo da Tiffany (Newton Compton), che finisce in terza posizione. La precede anche il nuovo di Erri De Luca, I pesci non chiudono gli occhi (Feltrinelli), storia ambientata in un’isola con protagonista un bimbo di 10 anni alle prese con le prime definizioni di “amore” grazie a una coetanea, quasi come nel bellissimo Tu, mio.
Non stupisce il balzo in classifica di Coelho, ovviamente, che torna a raccontarci la ricerca della verità dei suoi personaggi in crisi: questa volta al centro c’è un protagonista in forte crisi mistica che incontrerà una violinista, Hilal, che scoprirà di aver già conosciuto in una vita precedente.
Per il resto, la classifica si riduce al consueto giro di valzer fra titoli già entrati nella top ten delle scorse settimane, come Il mercante di libri maledetti di Simoni (Newton Compton) o Lo scalpellino di Camilla Lackberg (Marsilio), rispettivamente in quarta e quinta posizione. Al sesto posto c’è il trittico di racconti Giudici di Camilleri-De Cataldo-Lucarelli (Einaudi), seguito da Licenziare i padreterni, il dossier di Stella & Rizzo (Rizzoli).
All’ottavo posto, resiste Il tribunale delle anime di Donato Carrisi (Longanesi) seguito da Marcella Serrano e le sue Dieci donne (Feltrinelli), che scende di svariate posizioni. Non cede terreno, pur in ultima posizione, Vanessa Diffenbaugh e il suo Linguaggio segreto dei fiori (Garzanti).
Un nuovo romanzo della saga iniziata con Uomini che odiano le donne potrebbe essere un giorno essere dato alle stampe, visto che Stieg Larsson avrebbe lasciato un testo concluso “al 70 per cento”, da cui sarebbe possibile, fra l’altro, trarre l’ennesimo successo cinematografico.
Non si fermano le indiscrezioni sui best seller postumi dello scrittore svedese da parte dell’amico di una vita, secondo il quale il libro sarebbe quasi completo e pronto per la pubblicazione. Ne abbiamo sentite di tutti i colori: le liti della compagna di una vita con la famiglia di lui, le biografie scritte dagli amici, raccolte di lettere.
Il fenomeno non sembra d’altronde essersi ancora fermato, visto che presto al cinema vedremo il nuovo kolossal tratto da Uomini che odiano le donne, con attori di prim’ordine (come avevamo annunciato giorni fa). Insomma, la notizia, pubblicata sul Guardian e attribuita al collega dell’autore, Kurdo Baksi, (autore del libro “Stieg Larsson, my friend”, edito in Italia da Marsilio) ha avuto un risalto da prima pagina o quasi.
Continua a leggere: L'ultimo libro di Larsson completo al 70 per cento? Nuove indiscrezioni di Baksi
“Vi dirà tutto”, ha promesso mastro Gerusalemme, “a patto che avrete pazienza”. E si è messo a raccontare di quanto il paese non esisteva ancora e qui intorno era solo terreno incolto, gualchiere e valloni selvatici, cespugli di malva e di vitalba che la tramontana riduceva a deserto.
La giovane antropologa Pettalunga - armata solo di passione di studiosa, e di fardelli di solitudine esistenziale - ripercorre le tracce delle vite degli abitanti di un paese quasi morto, che neanche le cartine geografiche hanno mai conosciuto. Si tratta di Palmira, al centro di un cratere che sorge dove prima c’era “una cartolina di paesi”: si tratta del territorio fra Basilicata e Irpinia più devastato dal terremoto, ridotto ormai a “una necropoli a cielo aperto, un purgatorio senza Dio”, fra le cui macerie si sta ancora scavando.
Inizia così il bel romanzo di Giuseppe Lupo L’ultima sposa di Palmira, premio Campiello 2011, che ci mette in scena sotto gli occhi, dalle voci degli ultimi sopravvissuti, la saga di una comunità estinta eppur viva nei ricordi dei tenaci che ancora abitano il paese.
Continua a leggere: L'ultima sposa di Palmira, di Giuseppe Lupo
La più recente critica goldoniana ha ridisegnato sensibilmente la figura del maggiore drammaturgo italiano. Ne tiene conto Siro Ferrone, professore di Storia del teatro e dello spettacolo all’Università di Firenze, che ha appena pubblicato per Marsilio un libro eccellente La vita e il teatro di Carlo Goldoni, nel quale ripercorre, non solo il percorso critico, ma soprattutto la formazione del teatro goldoniano.
Goldoni, si sa, è stato colui che nel Settecento ha riformato il genere comico del teatro italiano, ancora legato a filo doppio alle maschere e a un linguaggio ormai cristallizato, e a innalzarlo al livello del dramma e della tragedia.
Senza grossi traumi, Goldoni riparte proprio dal teatro classico ma tenendo fortemente conto di ragioni pratiche: della biografia personale degli attori, i gusti del pubblico e le trasforamzioni sociali e culturali – l’Illuminismo dilagava. Tuttavia, la cosa interessante è che la Riforma non avviene in modo programmatico e, soprattutto, non avviene su un piano squisitamente intellettuale. Anzi.
Continua a leggere: La vita e il teatro di Carlo Goldoni, di Siro Ferrone
Devo ammettere che un pochino fa impressione vedere Massimo Fini che aspetta, davanti all’entrata del palazzo al cui interno, al terzo piano, si trova la piccola saletta dell’Associazione Stampa Estera. Infatti, esattamente dietro di lui, che sotto una camicia jeans sfoggia una maglietta con la provocatoria scritta “Onore al Mullah Omar”, sventola l’enorme bandiera americana che segnala la presenza del Consolato Americano a Milano. Che dire? Coincidenze…
Io invece non ero certo lì per una coincidenza, ero lì perché Sara Salmaso, ufficio stampa Marsilio a cui va il mio grandissimo ringraziamento, mi aveva fissato un appuntamento per intervistare Massimo Fini, uno dei più limpidi e provocatori intellettuali italiani degli ultimi trent’anni, in occasione della prima presentazione a Milano del suo ultimo e contestatissimo libro dedicato al Mullah Omar, capo del movimento dei Talebani.
Ma bando alle ciance, l’intervista la trovate dopo il more…
Continua a leggere: Sull'alterità, sulla modernità e sul futuro: un'intervista a Massimo Fini
Chi conosce l’inconfondibile stile di Massimo Fini, chi è abituato a leggere i suoi pezzi, sa bene con quanta precisione egli sia capace di delineare l’esatta dimensione delle contraddizioni del mondo occidentale. Lo ha sempre fatto, con rigore e onestà intellettuale invidiabili e quasi insuperati in Italia, sia su quotidiani e riviste - memorabili i suoi pezzi sull’Europeo - sia nei suoi numerosi pamphlet.
Non è certo sorprendente, dunque, che l’autore abbia scelto di dedicare questo suo ultimo pamphlet, pubblicato neanche un mese fa da Marsilio, a un “indifendibile” come il mullah Omar, una figura tanto misteriosa quanto aprioristicamente e unanimemente condannata dal mondo occidentale, che lo ha sigillato sotto l’etichetta incontrovertibile di terrorista.
Eppure Massimo Fini, che contro le etichette incontrovertibili e gli stampini da “anima bella” si è sempre scagliato, ci prova e, raccontando la storia di questo personaggio molto particolare, “riservato e di poche parole, timido, quasi umile”, molto lontano dalle figure dei leader occidentali - arroganti e lontani anni luce dalla realtà - prova a scardinare ancora una volta i battenti arrugginiti del benpensantismo che domina in Occidente, mettendo di fronte tutti noi davanti alle profonde ipocrisie che regolano la formazione delle nostre opinioni.
Continua a leggere: Il mullah Omar, di Massimo Fini: la contestata biografia di un terrorista
Che Massimo Fini sia uno dei pochi intellettuali italiani a meritarsi il titolo di “intellettuale” è facilmente dimostrabile dalla quantità di persone che a priori diffidano di lui e dei suoi giudizi sferzanti, nonché dallo spazio, praticamente nullo se si esclude il Fatto Quotidiano, che la stampa radiotelevisiva concede alle sue parole. Una stampa e una televisione piene di incompetenti e tuttologi patentati o, quando va bene, di inetti politici da quattro soldi che temono come la peste personaggi come Fini, che dicono ciò che pensano e pensano ciò che dicono.
Sì, perché Fini è uno di quei personaggi che non si riescono a inquadrare in nessuna di quelle categorie, inutili e ingessanti, in cui, negli ultimi cinquantanni, ci hanno insegnato a confinare ogni idea, in qualche modo per neutralizzarla, renderla, appunto, definibile e innocua. Non è un caso che il modo più comune per attaccarlo sia il cercare di definirlo nei modi più strani, mitragliandolo di categorie come “FascioComunista, Maschilista, Antiamericano, Anticapitalista e fomentatore d’odio”, giusto per citare un nostro lettore che in questo modo commentava una recensione al Vizio oscuro dell’Occidente.
E anche questa raccolta di articoli, intitolata Il conformista e contenente pezzi scritti tra il 1977 la fine degli anni Ottanta, non è da meno: polemiche, analisi politiche e di costume, stroncature letterarie, il materiale qui antologizzato è vario, eppure un filo rosso unisce ogni pezzo: è la critica, sferzante, onesta, acuta e mai gratuita; in una parola Libera. Una critica alla Cyrano, insomma, implacabilmente diretta contro le meschinità e le ipocrisie della società, senza sconti.

La morte d’un cane non altera l’universo. (…) Tuttavia sono convinto, e non smetterò d’esserlo, che il mio cane morto era una splendida forma della vita: grave, nobile, amorosa e pura. Sono convinto…che poche purezze in questo mondo…eguagliano quella che si scorge nei mansueti e soavi occhi d’un cane.
“Guardare un cane, attenzione, non è guardare in basso: non si scende un gradino guardando un cane. Guardare un cane è guardare la natura: rientrare nel ritmo, e nel ritmo c’è Dio” scrive Carlo Coccioli nel suo splendido Requiem per un cane. Coccioli, scomparso nel 2003, è uno scrittore omosessuale a lungo dimenticato che racconta di aver scritto, per tutta la vita, di Dio (“Cosa c’è di più importante, di cui scrivere?”).
Lui e il suo cane Fiorello (Fiorello come Firenze, “Firenze anch’essa paradiso perso”) hanno condiviso per 15 anni una “gloriosa solitudine a due”, viaggiando fra il Messico, Roma e Firenze, a Cuba e in Portogallo e in Belgio e in Spagna e negli Stati Uniti (”ma per lui non v’è stata cronaca, fuori di me”) tenendosi stretti durante l’alluvione di Firenze, quel giorno in cui Coccioli fu folgorato dall’idea di scrivere un romanzo sul Davide biblico.